Ma noi viviamo. Il 30 maggio le donne migranti rompono l’isolamento

di ASSEMBLEA DELLE DONNE DEL COORDINAMENTO MIGRANTI

– English translation here

Abbiamo lavorato in campagna e nelle fabbriche della logistica, siamo operaie nelle aziende metalmeccaniche, puliamo le case e i locali dei grandi centri commerciali, serviamo il cibo nelle grandi catene, curiamo i malati e assistiamo gli anziani. Abbiamo consumato così la nostra giovinezza. Abbiamo avuto il diniego dell’asilo o siamo in attesa nei centri d’accoglienza senza alcuna precauzione per la nostra salute.

Per noi il tempo prima del coronavirus è stato duro come quello di adesso. L’isolamento lo affrontiamo da tanto tempo. Abbiamo lottato per la nostra libertà lasciando i nostri paesi, ogni giorno sfidiamo la povertà che ci viene imposta dalle leggi come la Bossi-Fini e le leggi Salvini. Abbiamo inventato nostri modi per sopravvivere qui, per rinnovare i documenti, per essere indipendenti, per non farci ferire dal razzismo. Abbiamo sfidato i datori di lavoro che ci sfruttano con contratti che spesso sono peggio del lavoro nero, con ritmi di lavoro sempre imposti con la forza delle minacce. Siamo sfruttate come e assieme ai nostri fratelli migranti. Ma non siamo uguali, né a lavoro né a casa.

Dobbiamo sfidare il razzismo ma anche i soprusi che ci colpiscono come donne. Al lavoro inventiamo modi per ribellarci contro chi crede che non abbiamo “autorità” per rispondere agli abusi, che siamo incapaci, che siamo più ricattabili e quindi più deboli, che siamo instabili perché ci arrabbiamo. La nostra conoscenza e la nostra intelligenza vengono sempre nascoste, perché non possono permettere che noi donne migranti contiamo qualcosa. Se la nostra scelta fosse libera questo mondo sarebbe rovesciato. Noi sappiamo che la nostra libertà fa paura a chi vuole che tutto resti com’è ora. Noi diciamo che se le cose devono cambiare, sono tante le cose che noi dobbiamo cambiare.

Arriviamo al lavoro avendo già lavorato ore per le nostre famiglie. Torniamo a casa e abbiamo ancora lavoro da fare. E non dovemmo essere arrabbiate? Siamo e saremo arrabbiate finché le cose non cambieranno. Abbiamo cresciuto qui le nostre figlie e i nostri figli, ci battiamo per la loro istruzione e per il loro futuro e loro devono aspettare i 18 anni per poter essere chiamate “cittadine”. Per noi asili e scuole chiuse, didattica online e quarantena significano non sapere come fare ad andare a lavoro, come pagare le bollette, come comprare il tablet e il materiale necessario e avere il tempo per sostenere nei compiti i nostri bambini mentre noi facciamo i turni nei magazzini con orari di lavoro assurdi. E dobbiamo persino preoccuparci di chi ci dirà che non siamo buone madri, che non facciamo abbastanza, dobbiamo vivere con la minaccia che ci tolgano i figli perché siamo povere e perché lavoriamo troppo. Quando facciamo domanda di cittadinanza controllano il nostro reddito, ci dicono che è troppo basso come fosse colpa nostra. Ma noi ci arrangiamo sempre, noi viviamo, anche se non siamo cittadine, anche se non siamo a posto. La verità è che sono le cose che non sono a posto, sono i salari da fame il problema, è la cittadinanza il problema.

Le nostre figlie e i nostri figli parlano italiano, ma anche quando sono nati qui, non sono cittadini. A scuola li chiamano i “bimbi marroni” con cui non si deve giocare. Le nostre figlie, come è stato ed è per noi, si trovano a sfidare tutti i giorni la violenza maschile dentro e fuori casa. Violenza domestica, violenza dei compagni e dei mariti, molestie sul lavoro dei capi e capetti, che abbiamo timore di denunciare anche per colpa del permesso di soggiorno e del ricongiungimento familiare. Violenza maschile contro la quale abbiamo spesso solo la forza della nostra voglia di libertà.

In questa pandemia abbiamo continuato a lavorare, senza sicurezza per la nostra vita, siamo state licenziate e chi di noi lavorava come badante ha perso anche un tetto sulla testa. In questa pandemia ci siamo ammalate di Covid e siamo rimaste sole. Noi siamo abituate a ridere di fronte alle difficoltà perché non ci piace avere paura. I pochi sussidi che ci hanno concesso ci fanno ridere, perché sono ridicoli. Il bonus baby-sitter, il bonus per le colf, la cassa integrazione, sono a malapena qualcosa con cui si sopravvive. Come questa regolarizzazione limitata e temporanea, per cui “essenziale” è la nostra povertà e il nostro sfruttamento, non la nostra vita. Ma noi viviamo. Paghiamo i nostri permessi coi nostri salari e il nostro sudore, in luoghi di lavoro dove dobbiamo lottare sempre tre volte più di tutti. Per noi, per i nostri figli, per le colleghe come noi. Contro i datori di lavoro, contro i razzisti e contro i maschilisti. Per la nostra vita, per la nostra autonomia e per la nostra libertà di lottare, anche e soprattutto quando governi e sindacati ci ignorano.

Infatti “se la lotta paga” per noi è sempre anche vero che la lotta si paga. Siamo punite se ci ribelliamo, veniamo spostate in reparti peggiori, a svolgere mansioni più dure o pericolose. Siamo donne, a lottare due volte per ottenere tutto siamo molto brave. Veniamo da posti diversi, la nostra pelle ha colori diversi che contano per tutti, al lavoro e in strada, tranne che per noi che lottiamo una accanto all’altra. Siamo moldave, russe, africane. Siamo latinoamericane o pakistane, curde, turche e tunisine. Ma per noi siamo donne e migranti che in questi anni hanno continuato a lottare per avere tutto: i documenti, il lavoro, la casa, la vita salva da compagni, padri e padroni violenti, la libertà dei nostri figli. Questa pandemia ci mette ancor più alla prova nella lotta che facciamo da sempre e noi rispondiamo che lotteremo di più, lotteremo tutte insieme.

Il 30 maggio saremo di nuovo in piazza per dire che ora più di prima vogliamo tutto: vogliamo un permesso europeo incondizionato e svincolato da reddito, lavoro e famiglia, vogliamo la cittadinanza, vogliamo libertà e futuro per i nostri figli, vogliamo indipendenza per le nostre figlie, vogliamo che a pagare siano quei datori di lavoro che ci sfruttano e ci minacciano, che ci disprezzano per la nostra pelle nera o che pensano di poterci ingannare perché a volte, e non per colpa nostra, non parliamo l’italiano come vorremmo, o che pensano che in quanto donne siamo docili e non reagiremo. Questa giornata di lotta è un promemoria: noi non staremo zitte. Vogliamo che a pagare siano quelli che dei nostri documenti fanno l’arma con cui tenerci sempre incatenate. Ci hanno detto che siamo “essenziali” per il paese ma siamo qui perché le nostre vite non sono essenziali per nessuno oltre che per noi stesse e per chi lotta assieme a noi. Siamo qui per vivere. Non accettiamo niente di meno.

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