Con i migranti, contro la guerra

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Con le crisi e le trasformazioni dell’economie europee in tempo di guerra gli Stati e l’UE perseguono senza sosta l’obiettivo di governare con la forza il movimento dei e delle migranti dentro e fuori i confini europei. Le politiche di oggi non sono una novità, ma mentre viene sempre più propagandata l’ideologia di confini da difendere a ogni costo, vediamo come la terza guerra mondiale sia un’occasione per promuovere e legittimare politiche razziste e sempre più punitive contro donne e uomini migranti. La Germania e l’Inghilterra preparano patti per deportare i migranti; la Francia ha approvato una legge che semplifica i meccanismi di espulsione dei migranti e ha l’obiettivo di velocizzare i dinieghi; in Grecia continuano violenti respingimenti. Il nuovo Patto UE su Migrazioni e Asilo sancisce queste politiche a livello transnazionale svuotando di fatto il diritto d’asilo e stabilendo procedure accelerate per il rimpatrio o la deportazione in paesi terzi considerati sicuri. Che le politiche migratorie siano ormai inserite nelle politiche di guerra è del resto reso evidente dal doppio standard adottato dall’Unione Europa, che mentre militarizza i confini concede l’ingresso a milioni di profughe ucraine, dimostrando in questo modo il carattere politico e arbitrario della violenza dei confini e della gestione degli ingressi. Questo non ha tuttavia protetto le ucraine e gli ucraini arrivate nei paesi europei dal dover fare i conti con il quotidiano razzismo istituzionale.

Ponte Galeria, rivolta al CPR: quattro sezioni a fuoco, divampa la protesta  dei migranti

In questo quadro si inseriscono le manovre del governo italiano, il cui impegno nello scenario di guerra passa per un attacco violento contro le donne e gli uomini migranti. Fin dal suo insediamento, Meloni ha coltivato a suon di proclami e leggi razziste l’illusione di poter fermare il movimento dei e delle migranti verso l’Europa. Il 2023 era iniziato con l’attacco alle attività delle ONG nel Mar Mediterraneo, obbligandole a sbarcare nel porto indicato dalla Guardia Costiera. Abbiamo visto navi piene di migranti navigare per giorni attraverso il Mediterraneo, abbiamo visto aumentare le vittime tra chi ha continuato a sfidare i confini, con circa 1000 morti in più rispetto all’anno precedente. Il 2024 si è aperto con il tentativo di portare quest’offensiva razzista anche fuori dai confini nazionali, con le armi degli accordi bilaterali e dei piani di cooperazione. Con il benestare di Von der Leyen e delle istituzioni europee, il governo italiano ha poi lanciato una campagna d’Albania per rimediare alle difficoltà di costruire nuovi centri di espulsione in Italia. Un accordo tra i due Paesi prevede la costruzione di due centri di accoglienza sul territorio albanese che potranno ospitare fino a 3000 migranti. La scorsa settimana la Corte costituzionale albanese ha approvato l’accordo e il governo ha annunciato che entro questa primavera i centri, pagati e gestiti da personale italiano e sotto giurisdizione italiana, verranno costruiti sullo stesso modello dei CPR e dei CPA. I migranti destinati a questi centri non passeranno più per l’Italia: una volta intercettati in mare verranno direttamente deportati in Albania, per essere rinchiusi in strutture dove le ONG non possono accedere, per tutto il tempo necessario al rimpatrio.

C'è stata una grossa protesta in un CPR di Roma dopo la morte di una  persona - Il Post

Anche il tanto sbandierato ‘piano Mattei’ porta avanti quella politica di esternalizzazione delle frontiere che l’Unione Europea sta perseguendo da tempo anche per le politiche energetiche e climatiche. Lanciato con l’obiettivo di rilanciare il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, il piano riprende l’urlo di battaglia “aiutarli a casa loro” per promuovere una collaborazione paritaria con gli stati africani fondata su pilastri strategici come energia, scuola, formazione, agricoltura, acqua e sanità, al fine di garantire il “diritto a non emigrare”. Nel frattempo, coerentemente con questa invenzione giuridica, il ministro degli esteri Tajani annuncia la sospensione dei fondi destinati all’UNRWA – l’agenzia ONU per il soccorso dei profughi palestinesi – in seguito alle accuse di coinvolgimento di alcuni funzionari negli attacchi di Hamas del 7 ottobre, noncurante del fatto che a pagarne il prezzo saranno solo le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sfollati a Gaza.

Ma la guerra di Giorgia contro i migranti è fatta anche di piccole cose più lontane dai riflettori. L’ultima novità è arrivata con la legge di bilancio, che ha aumentato il costo dell’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale per studenti e studentesse migranti e per i migranti over-65 arrivati tramite ricongiungimento familiare. Il costo è passato da 149 a ben 700 euro, un aumento esorbitante per rendere il messaggio molto chiaro: se non lavori, non ci servi e allora paghi! La stessa legge ha anche escluso le donne che svolgono il lavoro domestico, delle quali l’80% è migrante, dalle decontribuzioni previste per le madri di due o più figli. La tradizione di spremere i migranti facendoli pagare per restare continua.

Queste misure approfondiscono la stretta autoritaria nei confronti dei migranti avviata politiche già con il decreto Cutro, che ha di fatto abolito la protezione speciale, ha limitato il divieto di espulsione, ha finanziato la costruzione e l’allargamento dei Centri per il Rimpatrio (CPR), ha tagliato servizi fondamentali nell’accoglienza, come l’assistenza legale e il supporto psicologico. Nei mesi scorsi le denunce dei migranti hanno mostrato cosa ha significato tutto questo sulle loro vite. Dopo il decreto, al ritardo di prefetture e questure nelle procedure per rilasciare i documenti, si è aggiunto il nuovo fronte dei dinieghi di massa per i richiedenti asilo. Le procedure accelerate sono dei veri e propri processi sommari, utili solo a distribuire dinieghi, con i negativi i migranti ricevono fogli di via che mettono loro di fronte all’alternativa tra lasciare il paese e divenire clandestini. Con il taglio drastico ai fondi per strutture di accoglienza come i SAI, si sono moltiplicati i CAS e CPA dove i migranti vengono stipati in massa, spesso nelle periferie più remote, per essere poi messi al lavoro per salari da fame nei magazzini della logistica o nelle campagne. I migranti denunciano e lottano ogni giorno contro le condizioni in cui si vive in questi centri e il peggioramento di condizioni già insopportabili. Da mesi a Bologna, Piacenza e altre città emiliane, i migranti organizzati nell’Assemblea Migranti del Mattei denunciano le condizioni in cui sono costretti a vivere, contro i ritardi nella consegna dei pocket-money e contro il razzismo istituzionale di prefetture e questure che ritardano le procedure per il permesso di soggiorno. Nei giorni scorsi nel CPR di Trapani circa 140 migranti che dormivano all’aperto per terra senza materassi hanno dato fuoco alla struttura rendendola quasi completamente inagibile. Nel CPR di Ponte Galeria, a Roma, dopo il suicidio  di Ousmane Sylla, un giovane migrante che ha posto così fine all’infinita detenzione, i migranti del centro hanno inscenato proteste e una rivolta repressa con l’uso di lacrimogeni. I CPR e i centri che la destra al governo appalta all’Albania rappresentano solo la punta dell’iceberg di una politica di violenza e morte che si estende ben oltre il Mediterraneo e le zone di confine.

 

Donne e uomini migranti continuano a sfidare queste politiche con i loro arrivi in massa e lottando contro il destino di violenza e povertà che i governi vorrebbero imporre sulle loro vite. Bisogna chiedersi se sia il caso di lasciarli soli nella loro lotta contro questa nuova normalità di violenza e morte. In Germania in più di centomila persone sono scese in piazza contro il progetto di deportazione dei migranti dell’AFD. È sicuramente una cosa importante. Dobbiamo però riconoscere come quello che appare un mero sogno razzista di ultradestra si stia già realizzando in Italia e in tutt’Europa. Come mostra il nuovo Patto UE su Migrazioni e Asilo c’è continuità tra le politiche europee ‘democratiche’ e quelle statali che hanno distrutto il diritto d’asilo, promosso la militarizzazione dei confini e rafforzato il razzismo istituzionale. All’ombra di una terza guerra mondiale che legittima leggi sempre più dure imposte a chi continuerà a violare i confini dell’Europa nonostante l’Europa vediamo incubare una nuova condizione di sfruttamento e oppressione che riguarda tutte e tutti. La subordinazione e la deportazione dei e delle migranti non risarcirà in alcun modo il continuo impoverimento di chi lavora con in tasca la cittadinanza. La guerra contro le donne e gli uomini migranti è parte di questa guerra nella quale siamo costretti a vivere e lavorare, contro cui dobbiamo lottare. Oggi più che mai stare dalla parte delle e dei migranti significa anche schierarsi contro la guerra, e rifiutare la guerra significa stare dalla parte dei e delle migranti. La solidarietà che tanti e tante hanno espresso in questi anni e continuano ad esprimere deve trasformarsi in una lotta visibile: Nel loro movimento c’è un’istanza di pace che risuona potente e che deve essere ascoltata e sostenuta per non cedere all’incanto delle sirene di guerra. 



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