Dall’accoglienza alla frontiera: le procedure PAF nei CAS di Ferrara

Diverse operatrici e operatori delle strutture di accoglienza della provincia di Ferrara denunciano come, da un giorno all’altro, i CAS siano stati coinvolti nelle procedure accelerate di frontiera (PAF). Le modalità di applicazione restano opache e le stesse operatrici riferiscono di non aver ricevuto istruzioni chiare sul funzionamento delle procedure. Le informazioni raccolte permettono però di ricostruire un dispositivo che incide direttamente sulla vita delle donne e degli uomini migranti.

Ad agosto, su indicazione della Prefettura, i migranti aventi diritto alla protezione che alloggiavano nei CAS sono stati coercitivamente trasferiti in altre strutture per fare posto ai nuovi richiedenti, soggetti alle procedure accelerate. Con la PAF, i richiedenti vengono condotti in Questura per l’avvio della procedura accelerata, quindi trasferiti negli ex CAS. La Prefettura avrebbe inoltre imposto il divieto di allontanamento dal comune della struttura fino alla conclusione della procedura, che generalmente avviene entro pochi giorni. Finora, riferiscono le operatrici e gli operatori, le procedure hanno portato soltanto a dinieghi e a decreti di espulsione, in particolare nei confronti di uomini di origine tunisina ed egiziana, che ora rischiano il rimpatrio.

Di fronte all’opacità delle procedure ci chiediamo quali garanzie possano mai essere riconosciute ai e alle richiedenti e quali possibilità restino aperte per opporsi ai dinieghi. Non a caso, le nuove procedure di frontiera sono al centro di un recente ricorso, accolto in via urgente dal giudice civile di Palermo, che ha sollevato dubbi davanti alla Corte costituzionale, a partire dalla cosiddetta «finzione di non ingresso», che trasforma tutto il territorio nazionale in «frontiera», e dalle restrizioni che ne derivano per chi chiede asilo.

Come abbiamo denunciato nel nostro recente comunicato, le politiche europee e nazionali intrecciano la minaccia dell’espulsione e della detenzione amministrativa alla precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro delle donne e degli uomini migranti. I CAS, del resto, sono da tempo strutture funzionali al governo della mobilità e allo sfruttamento di una forza lavoro migrante impiegata a basso salario e senza garanzie. Quanto sta accadendo nel ferrarese non segna dunque una rottura con il sistema dell’accoglienza, ma ne mostra un’ulteriore trasformazione: strutture già inserite nelle politiche di gestione del lavoro migrante vengono riorganizzate per accelerare le procedure di espulsione e rimpatrio, restringendo ulteriormente la libertà dei e delle migranti, la loro possibilità di conquistare una vita migliore in Italia e in Europa.

Denunciare le PAF significa contrastare questa trasformazione dell’accoglienza in uno strumento di selezione, confinamento ed espulsione, e difendere la libertà di movimento e le condizioni di vita e di lavoro delle donne e degli uomini migranti contro il razzismo istituzionale.

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