Oggi, sabato 7 marzo, una manifestazione di donne e uomini migranti attraverserà le strade del centro di Ferrara. Una mobilitazione che viene dopo i fatti seguiti all’incendio scoppiato nella notte dell’11 gennaio nella Torre B del complesso di grattacieli di via Felisatti, a Ferrara. Un episodio usato dalle istituzioni locali come pretesto per dare sfogo al loro razzismo. Nelle settimane successive all’incendio, i vigili del fuoco hanno dichiarato inagibile non solo la Torre B, ma anche le torri A e C, che sono state sgomberate con la forza, lasciando per strada oltre cinquecento persone: un centinaio di italiani e tutti gli altri uomini, donne, anziani e bambini migranti.
All’inizio era stata messa a disposizione una palestra come dormitorio, ma dopo appena una settimana anche questa è stata sgomberata, lasciando che le circa sessanta persone che ci dormivano trovassero da sole una soluzione. Perfino per rientrare nelle proprie case per 45 minuti, giusto il tempo di recuperare qualche oggetto personale, il Comune ha preteso che gli inquilini pagassero decine di euro per garantire la vigilanza, così da non sostenere alcun costo pubblico.
Il sindaco leghista rifiuta sistematicamente di dichiarare lo stato di emergenza. “È un fatto privato”, sostiene. Eppure molti degli appartamenti appartengono allo stesso Comune di Ferrara. Nonostante questo, le responsabilità per la mancata manutenzione vengono scaricate sugli inquilini. In questo modo nessuno ha ricevuto alcun sostegno dagli enti locali per accedere a case popolari o ad altre soluzioni abitative. Nel frattempo, anche se gli appartamenti sono dichiarati inagibili, chi ha un mutuo deve continuare a pagarlo, aggiungendo a questa spesa anche quella di un nuovo affitto.
Non volendo essere da meno del sindaco, anche il prefetto ha mandato un chiaro avvertimento ai migranti: dal momento che gli appartamenti sono stati dichiarati inagibili, quegli indirizzi non possono più essere utilizzati come domicilio o residenza quando si richiede o si rinnova il permesso. Per chi sta accumulando gli anni di residenza continuativa in Italia necessari per richiedere la cittadinanza, perdere la residenza significa rischiare l’azzeramento del conteggio, oltre che mettere a repentaglio percorsi di ricongiungimento familiare già sotto attacco del governo. Tutto ciò avviene in una fase, che si protrae da ormai un paio di anni, di allungamento dei tempi per ottenere il rinnovo del permesso. È il prezzo del razzismo istituzionale che si scarica sulle sempre più insostenibili condizioni di vita e di lavoro delle e dei migranti.
Negli ultimi anni quei grattacieli erano, d’altra parte, diventati una delle poche zone accessibili per i migranti che lavorano nella “grande fabbrica” dell’Interporto di Bologna, sempre più costretti al pendolarismo dai salari bassi e dagli affitti alle stelle. Molti di questi lavoratori sono passati negli anni attraverso il sistema dell’accoglienza, nei grandi centri come quello di via Mattei a Bologna, dal quale sono stati progressivamente espulsi con la fine dei percorsi di accoglienza, come i migranti hanno denunciato tante volte.
Per chi è uscito dall’accoglienza, pur continuando a lavorare nei magazzini della logistica, trovare casa a Bologna è diventato impossibile. Tra affitti sempre più alti e il razzismo diffuso dei proprietari, per molti l’unica soluzione è stata lasciare la città e cercare casa sempre più lontano. Ferrara, e in particolare le torri di via Felisatti, sono diventate negli anni uno dei luoghi di approdo per tanti lavoratori della logistica bolognese, che da lì ogni giorno si spostano verso l’Interporto per i turni nei magazzini.
L’atteggiamento dell’amministrazione verso i migranti evacuati si inserisce dentro a un quadro istituzionale che cerca ogni mezzo per respingere i migranti sui confini o dai centri urbani, che rende loro difficile la vita, che vuole che vadano a lavorare ma fa di tutto perché si sentano costantemente minacciati. Molti degli inquilini delle Torri infatti, si stanno trasferendo a Modena, a Cento o dove riescono a trovare una stanza. Ci sono lavoratori che si sono dovuti allontanare al punto che da due mesi sono costretti a passare ore sui mezzi ogni giorno per raggiungere il lavoro. Non bastano infatti le condizioni di lavoro all’interporto, il lavoro a chiamata e le paghe che non bastano a vivere: nessuno paga alle e ai migranti l’allungamento coatto dei tempi di trasporto che vanno così a impoverire il loro già magro salario.
Le donne e gli uomini migranti però non stanno solo subendo le politiche razziste dell’amministrazione. Nonostante i tentativi di scoraggiarli si stanno organizzando con chat e coordinamenti e, con il supporto di associazioni cittadine come Cittadini del Mondo, Viale K, stanno facendo sentire la loro voce con manifestazioni, proteste e presidi. Sabato 7 marzo saranno in piazza a Ferrara, con partenza da Largo Poledrelli alle 17. Noi saremo con loro.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
