Rimpatri, ricatti, razzismo. Attacco ai migranti dai CPR alle scuole

Con l’approvazione definitiva del regolamento sui rimpatri da parte del Consiglio europeo, l’era delle deportazioni aperta dal Patto su migrazione e asilo arriva a compimento. Gli Stati potranno infatti costruire hub di detenzione fuori dai confini dell’Unione, dove potranno essere trasferite anche famiglie con bambini, e un diniego pronunciato in un paese varrà come espulsione in tutta Europa. Il governo Meloni si muove in questo clima con la sicurezza di chi lo ha anticipato con il “modello Albania”, il laboratorio di ciò che sta diventando la norma europea: non a caso proprio in questi giorni il ministro Piantedosi ha rivendicato sbarchi più che dimezzati rispetto al 2025 e circa 6.500 rimpatri, e ha annunciato nuovi CPR in Campania, Calabria, Toscana, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige.  

La remigrazione che le destre continuano ad invocare in Europa insomma non è più soltanto uno slogan e comincia a prendere forma concreta in leggi e regolamenti. Non sappiamo quanti migranti finiranno davvero in questi centri e in questi hub, ma la loro minaccia è sufficiente affinché il ricatto sulla loro vita e il loro lavoro si faccia più stringente. Su questa minaccia, che Trump ha già trasformato in deportazioni di massa e che l’Europa estende ora oltre i propri confini, si regge ormai il razzismo istituzionale che impone ogni giorno agli uomini e alle donne migranti di accettare qualsiasi condizione di lavoro pur di non perdere il permesso di soggiorno. 

Sono segnali precisi che questo governo, per non lasciare ad altri il primato del razzismo, manda fin dentro le scuole, alle figlie e ai figli di migranti che qui stanno crescendo e che la legge lascia per anni senza cittadinanza. Con il decreto Valditara, dal 2027 nessuna classe potrà avere più del 30% di alunne e alunni con cittadinanza non italiana che non conoscono ancora bene l’italiano: chi supera la soglia sarà mandato in un’altra scuola, e i genitori che non frequentano i corsi di lingua saranno multati. È così che il governo vorrebbe insegnare fin dai primi anni di scuola a bambini e bambine migranti che il loro è un destino segnato dal razzismo, e che la loro presenza è sgradita, sempre sotto esame e dipendente dai documenti dei genitori.  

Le e i migranti non aspetteranno di essere rinchiusi in un CPR o espulsi, né lasceranno che il razzismo entri nelle classi dei loro figli e delle loro figlie. Continueranno a prendere parola, scendere in piazza e organizzarsi contro sfruttamento e razzismo istituzionale che li vorrebbero isolati e invisibili e contro cui è sempre più urgente costruire unità oltre le differenze giuridiche dei documenti e attraverso le differenti appartenenze comunitarie e associative. 

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