Dentro e fuori l’università: mai al nostro posto!

Il 2 dicembre nelle strade di Bologna è avvenuta una rivoluzione. Per la prima volta noi studentesse e studenti migranti dell’Università abbiamo preso parola collettivamente e pubblicamente per andare oltre la nostra condizione. Lo abbiamo fatto denunciando la schiavitù in Libia insieme alle e ai migranti che lavorano qui da anni per mantenere il permesso di soggiorno o sono arrivati da poco come richiedenti asilo e intanto lavorano in nero o in regola, ma comunque gratis o sottopagati. Diverse esperienze di migrazione, diversi punti di partenza, storie diverse si sono intrecciate in piazza e insieme abbiamo riconosciuto nella schiavitù la forma più violenta e brutale del confine che ognuno di noi si porta dietro. Sotto forma del razzismo istituzionale, del ricatto dei documenti e della minaccia dell’espulsione, il confine si attacca a noi migranti e non ci abbandona mai, anche una volta arrivati in Europa. Dal corteo si è levata forte la voce di noi donne migranti, spezzando il silenzio che avvolge la rete di violenze e l’aspirazione di libertà che accompagnano le nostre storie di migrazione. Storie individuali che in piazza hanno trovato una forza collettiva: una voce potente di libertà che ha spinto in avanti il corteo e che ci porterà ancora a lottare, fuori e dentro l’università.

di Coordinamento migranti Associazione Studenti Migranti Unibo

 

Noi, studenti e studentesse migranti dell’Università di Bologna, siamo scesi in piazza il 2 dicembre contro la schiavitù in Libia, per la libertà di tutte e tutti i migranti. Abbiamo denunciato l’ipocrisia dei governanti europei ed africani che firmano accordi sulla pelle dei migranti in nome della sicurezza e dello sviluppo. Si sorprendono davanti alla barbarie della vendita all’asta di uomini e donne. Si indignano pure, ma poi proseguono come se niente fosse con le loro politiche che producono ricchezza per loro e le imprese europee, povertà e sfruttamento per noi: è la cooperazione che depreda l’Africa. Danno per scontato che la schiavitù e la violenza siano un effetto collaterale dei movimenti insubordinati, un male inevitabile per chi non vuole stare al proprio posto e rifiuta un destino di miseria muovendosi in cerca di una vita migliore.

Non siamo scesi in piazza soltanto per questo. Il fatto che frequentiamo delle aule universitarie non significa che ciò che accade dentro e fuori dai campi di detenzione in Libia non ci riguardi o che possa essere trattato come un caso di cronaca lontano dalle nostre vite. Siamo migranti anche noi e non possiamo più tollerare che ciò che succede in Africa resti in Africa, perché il confine ce lo portiamo dietro ovunque andiamo. Non è solo indignazione per la schiavitù libica. La Libia è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo aver visto le violenze sui migranti nei centri di accoglienza, lo sfruttamento nelle campagne del Sud, nelle cooperative e nei magazzini. La schiavitù non è che la forma più brutale di un’oppressione che noi viviamo quotidianamente qui nella “civile” Europa.

Più che del colore della pelle, quest’oppressione si serve delle leggi e di chi le amministra nelle questure e nelle prefetture e vuole renderci invisibili. La nostra non è una lotta etnica, perché la nostra schiavitù ha la faccia del permesso di soggiorno, attraverso cui siamo visti. Un permesso che dobbiamo rinnovare ogni anno, nonostante ci sia una direttiva europea, adottata in tutti gli altri paesi dell’Ue, che ne raccomanda una durata biennale. Come i e le migranti in Libia riescono a sottrarsi alla violenza dei confini e a raggiungere l’Europa, così noi continuiamo a muoverci e a costruire il nostro futuro a partire dalla nostra pretesa di libertà e autodeterminazione. Con questa pretesa noi lottiamo contro un razzismo istituzionale che vuole stabilire se meritiamo o meno di vivere in questo paese sulla base del numero di crediti universitari conseguiti. È il razzismo istituzionale che “colora” le nostre tessere universitarie. Per non essere espulsi dal paese e quindi dall’università, dobbiamo dare un esame dietro l’altro, nonostante le difficoltà iniziali della lingua e nonostante molti di noi lavorino, perché le rate della borsa di studio che riscuotiamo soltanto alla fine dell’anno non sono sufficienti per vivere. Per laurearci dobbiamo fare uno stage, ma rischiamo di finire fuori corso e quindi perdere il permesso perché quasi nessuno vuole fare un contratto di stage a uno studente migrante: del nostro lavoro gratuito e sottopagato potranno servirsi dopo la laurea, finché siamo studenti preferiscono lasciarlo ai ragazzi italiani. Ma anche i nostri voti sono “colorati” da docenti che non ci reputano all’altezza di avere valutazioni alte. Perfino la nostra salute è “colorata” da assicurazioni sanitarie costose e che devono essere rinnovate a inizio anno, anche se sono state stipulate a settembre. I nostri alloggi, be’, quelli spesso non ci sono proprio, data la carenza di posti negli studentati e il razzismo e la diffidenza di molti proprietari di casa.

Questa è l’integrazione delle studentesse e degli studenti migranti. Non pensate allora di poterci raffigurare come gli sponsor viventi di un’integrazione che esiste solo nel vostro sguardo compiaciuto mentre ci ascoltate parlare in perfetto italiano. Il nostro sapere è il frutto del nostro studio e della nostra ambizione di muoverci per costruire un futuro. Non ci è stato gentilmente offerto da una qualche presunta società accogliente, inclusiva e multietnica. Di questa società non vogliamo essere le figurine che la decorano. Perché in questa società il posto ci è già stato assegnato. È il posto di chi non ha pretese, della riconoscenza e della gratitudine. È il posto che noi non abbiamo scelto e che rifiutiamo.

Questo razzismo istituzionale non è soltanto un’ipoteca sul nostro presente ma anche sul nostro futuro. Il permesso di soggiorno misura infatti anche il valore della nostra laurea. Svaluta i nostri titoli di studio, ci costringe ad accettare lavori malpagati, ci accompagna giorno dopo giorno alla precarietà che ci aspetta fuori dalle aule universitarie. Sappiamo che precarietà e salari bassi sono il destino che tocca anche alle studentesse e agli studenti italiani, ma la necessità di rinnovare il permesso di soggiorno dimostrando di “meritare” la nostra permanenza in Italia ci rende più ricattabili.  Siamo arrivati fin qui grazie alle lotte dei nostri padri e delle nostre madri. Ma non siamo venuti in Europa per sottoporci a un calvario lastricato di pezzi di carta da cui le nostre vite dipendono, siano essi il permesso di soggiorno o il contratto di lavoro. La nostra è una lotta di figli e figlie di migranti, che deve collegarsi alle lotte degli altri lavoratori e studenti, migranti e italiani, per affermare il diritto a scegliere sulle nostre vite, contro l’educazione allo sfruttamento e alla precarietà impartita nelle università, sui posti di lavoro, nelle questure.  

Noi reclamiamo un ruolo, che non è quello previsto dai protocolli dell’integrazione “democratica”. Oltre l’indignazione, il nostro ruolo deve essere politico perché rifiuta rapporti sociali che ci condannano alla gratitudine in cambio delle briciole e della benevolenza. Non lottiamo contro i mulini a vento, perché non siamo soli. In Francia, migliaia di giovani migranti si sono mobilitati contro la schiavitù in Libia con le nostre stesse ambizioni. In Svezia studenti afghani hanno scioperato contro il tentativo del governo svedese di deportarli nel paese di origine e sono riusciti a fermare il decreto di espulsione. Siamo espressione di un movimento transnazionale di libertà che parla a studenti e lavoratori, uomini e donne migranti ed europei. Va oltre il generico umanitarismo perché sa da che parte stare. La parte di chi, al di là del colore della pelle, vive di scelte obbligate. Per questo la nostra lotta intreccia quella delle e dei migranti rifugiati e delle e dei lavoratori migranti con cui eravamo in piazza il 2 dicembre: la loro lotta contro razzismo istituzionale, dinieghi ed espulsioni, è un pezzo fondamentale di una lotta comune per sottrarci al ricatto insito nella condizione migrante e allo sfruttamento del nostro sapere e del nostro lavoro, che finisce per alimentare la precarietà anche degli italiani. Ciò che succede in Africa non può restare fuori dall’Europa, perché riguarda tutte e tutti noi.

 

Pubblicato in “Senza chiedere il Permesso”, numero 0, 12/2017