Verso la mobilitazione transnazionale del 17 ottobre delle e dei migranti. Intervento di Rafaela Pimentel

Pubblichiamo l’intervento che Rafaela Pimentel, lavoratrice domestica migrante e membro del collettivo spagnolo Territorio Doméstico, ci ha inviato in occasione del primo incontro del Coordinamento transnazionale migranti, a cui hanno partecipato migranti provenienti da Bologna, Parigi, Marsiglia, Madrid, Lubiana, Istanbul, e Marocco, tenutosi l’11 luglio.

Rafaela racconta come il mancato possesso dei documenti abbia impattato le condizioni di vita e lavoro delle lavoratrici domestiche ancora di più durante la pandemia. Per questo, una lotta transnazionale per la regolarizzazione delle e dei migranti è secondo lei cruciale in questo momento per dare forza alle lotte che sono condotte in ciascun territorio europeo. A questo scopo bisogna però lavorare alla costruzione di un’organizzazione transnazionale dei e delle migranti che sappia individuare terreni comuni di lotta. Il razzismo istituzionale non può, a suo giudizio, essere combattuto senza mettere simultaneamente in discussione anche il patriarcato, che continua a relegare le donne, ancor più se migranti, nella sfera domestica – cioè in uno spazio lavorativo precario, isolato e spesso non regolamentato mediante contratto – rendendo loro ancora più difficile la sottrazione dal ricatto del permesso di soggiorno e da una posizione sociale subordinata. Come dice Rafaela, le donne sono in prima linea tanto nella lotta antirazzista, quanto in quella femminista e questa articolazione deve potersi dare anche a livello transnazionale.

Quello di Rafaela è un fondamentale contributo al percorso transnazionale avviato da donne e uomini migranti alla fine del lockdown. La loro rabbia contro le condizioni in cui sono stati messi a lavoro nei “settori essenziali”, venendo continuamente esposti al rischio del contagio e dovendo comunque continuare a lavorare per salari miseri, venendo ammassati in camerate affollate nei centri di accoglienza o di detenzione e vedendo sistematicamente disattese le promesse di regolarizzazione, li ha portati a scendere in piazza a migliaia il 30 maggio e il 20 giugno, rispondendo a un appello condiviso da coordinamenti e collettivi in Italia, Francia, Spagna, Germania, Turchia, Libano e Marocco. La riunione dell’11 luglio è stata la prima occasione per individuare un comune terreno di lotta, rivendicazioni e strumenti di lotta condivisi, che possano rinforzare e ampliare le specifiche lotte locali.  Il permesso di soggiorno europeo senza condizioni è stato riconosciuto come rivendicazione fondamentale per superare le divisioni imposte dalle legislazioni e dai confini nazionali e per poter pienamente disporre della libertà di muoversi e rifiutare condizioni di lavoro e salari miseri. Questo primo incontro ha portato a individuare nel 17 ottobre la data di una grande mobilitazione transnazionale per un permesso di soggiorno europeo incondizionato e illimitato, per mettere fine al regime europeo di sfruttamento del lavoro migrante e per la libertà delle e dei migranti.

 

 

Buongiorno, sono Rafaela Pimentel Lara, sono una domestica e una migrante da 28 anni a Madrid e faccio parte del collettivo Territorio Doméstico, un gruppo che combatte per le esigenze delle lavoratrici domestiche, delle badanti e anche delle migranti che rivendicano i documenti per migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita. Come lavoratrici domestiche e badanti, donne migranti, ma anche donne locali, stiamo combattendo insieme affinché il lavoro di cura sia riorganizzato e affinché le donne non siano le uniche a doversene fare carico. Con il collettivo Territorio Domestico, abbiamo iniziato nel 2006 a parlare del nostro lavoro, a dargli visibilità per portarlo fuori dalle case e dalla sfera privata e a politicizzarlo. Vogliamo gli stessi diritti di qualsiasi altro lavoratore, vogliamo che questo lavoro sia socialmente riconosciuto e non vogliamo che le donne siano le sole a farlo. Ci incontriamo in assemblee in cui tutti abbiamo conoscenze da condividere, dove vogliamo anche imparare le une dalle altre e dove ci pensiamo davvero come un soggetto collettivo. Con il collettivo Territorio Domestico, abbiamo anche formato con altri compagni e colleghi uno spazio chiamato “percorso di cura” affinché persone vulnerabili o in difficoltà sul mercato del lavoro possano entrarvi con condizioni migliori, meno precarie, e dignitose a prescindere dal possesso o meno dei documenti.

Il fatto di essere migrante o di non avere documenti influisce fortemente sul nostro lavoro, lo rende precario, determina le condizioni di lavoro perché senza documenti non hai diritti. Senza documenti, non hai potere. La vita delle e dei migranti privi di documenti vale sempre meno perché non abbiamo diritti e siamo invisibili, non siamo realmente interni alla società perché le persone non riconoscono l’importanza del lavoro che facciamo.

Le difficoltà che incontriamo nelle nostre lotte sono diverse, ma quelli di noi che svolgono un lavoro precario e quelli che non hanno documenti hanno un grosso problema organizzativo. La precarietà e la mancanza di documenti ostacolano la nostra organizzazione, è complicato perché dobbiamo fare tante ore di lavoro giorno e notte, svolgendo spesso un lavoro lontano e in spazi privati ​​dove ci troviamo sole. Un’altra difficoltà quotidiana è la mancanza di diritti sul lavoro. Ma crediamo anche che socializzando queste difficoltà e condividendo la nostra lotta, possiamo essere più forti.

Riteniamo che una lotta comune tra gruppi e collettivi di diversi paesi europei per la regolarizzazione possa rafforzare le lotte locali. Pensiamo le persone che svolgono un lavoro importante come il lavoro domestico debbano essere regolarizzate. La nostra lotta è attraversata da diverse lotte come la lotta per la casa, per la salute, l’educazione, i trasporti, che sono diritti anche legati ai documenti e che sono problemi locali ma allo stesso tempo possono diventare sfide internazionali o europeo e possono portare a politiche comuni che garantiscano questi diritti. Ci sembra quindi che la lotta per la regolarizzazione tra gruppi di diversi paesi sia molto importante perché può rafforzare e di fatto già rafforza considerevolmente le lotte locali che stiamo portando avanti.

Riteniamo che per rafforzare le lotte locali attraverso un’iniziativa transnazionale, dobbiamo cercare un terreno comune: la questione del lavoro e le condizioni di lavoro che molti migranti sperimentano a livello transnazionale. Regolarizzazione e diritti sul lavoro sono elementi comuni fondamentali. Come migranti, svolgiamo compiti essenziali e siamo anche essenziali per le economie dei nostri paesi di origine, grazie alle rimesse, permettiamo ai nostri cari di resistere e sopravvivere.

Per riunire più gruppi in Europa e oltre, crediamo che dobbiamo continuare a insistere sull’organizzazione: unirci rende più forti. Dobbiamo pensare insieme alle strategie per farci riconoscere come migranti e far riconoscere il nostro lavoro. Il punto comune delle nostre lotte e il punto di partenza del nostro percorso comune è la domanda di regolarizzazione. La lotta collettiva è essenziale: tutti vogliamo che i migranti una volta arrivati in Europa abbiano gli stessi diritti dei locali, ma è per questo che dobbiamo stringere alleanze e organizzarci per costruire una società che non abbia più disuguaglianze e dove non ci sia più bisogno di combattere affinché i migranti ottengano un riconoscimento sociale. I documenti influenzano le condizioni di lavoro e ci obbligano a fare tutti i tipi di lavoro in Europa e nel mondo per sopravvivere. Questo è il motivo per cui dobbiamo chiedere la regolarizzazione. Penso che questo sia il punto chiave nei punti in comune che abbiamo adesso perché è qualcosa che sta accadendo ovunque nel mondo. Questa occasione ci sembra una grande opportunità per coordinarci e porre insieme la questione della regolarizzazione: da molti anni ci stiamo organizzando in diverse lotte per i documenti, ma è tempo di unirci. Dobbiamo dire che le nostre vite contano. Pensiamo che sia un grande momento e che per vincere questa lotta dobbiamo coordinarci da paesi diversi, in cui, in quanto donne e uomini migranti, viviamo le stesse condizioni: facciamo gli stessi tipi di lavoro quasi ovunque, lavori precari in condizioni di vulnerabilità e invisibilità. In questo momento è molto importante unirci e mettere al centro le vite dei migranti. I documenti sono necessari per avere una vita migliore e le nostre vite valgono come le altre, che siamo migranti, neri, donne o poveri. Per vincere questa lotta a livello europeo, dobbiamo stare insieme.

È importante articolare le lotte dei migranti con la condizione e la lotta delle donne, perché è solo in questo modo che non lasceremo indietro nessuno. Come femministe, crediamo che sia necessario lottare per mettere al centro le nostre vite, per costruire una società senza disuguaglianze, dove alle donne non viene detto in che posto devono stare, ma stanno invece in prima linea nella lotta. Abbiamo bisogno di una lotta femminista per costruire una società che non sia più capitalista, patriarcale e razzista.

Grazie a tutti e spero che possiate avere un incontro che ci porti a un piano comune perché questo è un momento cruciale in cui creare strategie di lotta che ci uniscano. Come donne, siamo in prima linea nella maggior parte di queste lotte, come le lotte per il diritto alla casa, alla salute e al lavoro dignitoso. Ci viene detto che il nostro lavoro è essenziale, ma in realtà non abbiamo diritti. Ora è il momento perfetto per elaborare una strategia e attraversare i confini che ci dividono. Anche se siamo in diversi paesi, viviamo in società capitaliste, patriarcali e razziste con le stesse condizioni per le donne, i poveri e le persone che vivono in condizioni precarie e invisibili: è tempo di combattere insieme!

epa05285409 Women participating in a protest of migrant domestic workers, demanding better work conditions such as minimum wage, on Labour Day in Beirut, Lebanon, 01 May 2016. Lebanon has a large, predominantly female, community for migrant domestic workers mainly from Asian and African countries. EPA/OLIVER WEIKEN

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