Bartolini, via Mattei e la normale brutalità dello sfruttamento del lavoro migrante

Il contagio verificatosi alla Bartolini dimostra che per i migranti che abitano nel centro di accoglienza di via Mattei non esiste alcun pacifico ritorno alla normalità. Per loro eccezione e normalità coincidono drammaticamente. Non tutti i lavoratori della Bartolini sono del Mattei, ma il contagio esiste anche in altri magazzini. Come durante i giorni più duri della pandemia, centinaia di migranti sono ammassati in camere sovraffollate senza alcun rispetto per le misure di prevenzione del contagio. Alcuni di loro pare fossero risultati positivi al tampone. È invece notizia certa che allo Zaccarelli qualche settimana fa alcuni migranti hanno contratto il coronavirus, e in fretta e furia la cooperativa e le istituzioni si sono mossi per spostare i migranti in isolamento in strutture esterne. Tutto ciò è avvenuto senza lasciar trapelare alcuna notizia, per evitare evidentemente di assumersi la responsabilità di aver chiuso gli occhi su una situazione di emergenza più volte denunciata.

Durante la pandemia gli ospiti del centro Mattei, il Coordinamento Migranti, le comunità di richiedenti asilo e altre associazioni bolognesi hanno denunciato con numerosi comunicati le condizioni dei centri di accoglienza, chiedendone la chiusura immediata e il trasferimento degli ospiti in case. Le istituzioni hanno risposto con chiacchiere e vane promesse, rifiutandosi di prendere qualsiasi provvedimento. Anche il Tribunale di Bologna a inizio maggio ha cercato un cavillo per rigettare un esposto dell’ASGI che chiedeva una verifica sulle misure di distanziamento sociale. I risultati di questo razzismo istituzionale si vedono adesso. Decine di migranti dello Zaccarelli sono costretti in isolamento perché non è possibile alcun distanziamento in dormitori dove si è costretti in più di dieci persone in piccole stanze. Il centro Mattei non solo è ancora lì, con stanze sovraffollate e senza alcuna misura di prevenzione, ma ogni giorno continuano ad arrivare nuovi migranti che vanno ad aggiungersi alle camere dove sono già stipate decine di persone. Il ciclo della logistica che si regge quasi interamente sul lavoro migrante sta operando a pieno regime sperando che non si verifichino altri casi come quello della Bartolini. La famosa “ripartenza” delle fabbriche e dei magazzini si sta basando in buona parte sul reclutamento di migranti direttamente dai centri di accoglienza, che tornano a funzionare a pieno regime come bacini di manodopera da sfruttare con contratti a chiamata e salari da fame.

La Prefettura, le cooperative, il comune e la giunta regionale condividono la responsabilità di non aver preso provvedimenti a tempo debito e di continuare a mettere a rischio la salute e la vita di centinaia di migranti, di operatori, di lavoratori e di tutta la città. Nonostante le minacce di chiusura da parte delle autorità regionali che si sono improvvisamente accorte dell’ovvio, la Bartolini è ancora aperta e la salute dei migranti è affidata al caso, mentre i profitti della logistica bolognese sono al sicuro. Il fatto è che la Bartolini non è un’eccezione, nel centro di accoglienza di via Mattei non è cambiato nulla, lo sfruttamento del lavoro migrante rimane la normalità. Per questo i migranti del Mattei e degli altri centri sono già scesi in piazza due volte nell’ultimo mese per denunciare le loro condizioni di vita e di lavoro e per chiedere che decine di migliaia di altri migranti in Europa un permesso di soggiorno europeo senza condizioni.

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