Il disordine femminista contro l’ordine patriarcale della guerra

di ASSEMBLEA DONNE DEL COORDINAMENTO MIGRANTI

Sui muri di Mosca c’è un cartellone con le immagini di un feto e di un bambino vestito da soldato. C’è scritto: «proteggi me così io domani proteggerò te». L’attacco di Putin alla libertà delle donne di abortire e il premio istituito per le madri eroine mandano un messaggio chiaro: bisogna mettere al mondo veri uomini pronti a morire sotto le bombe. Lesbiche, gay, transgender non sono umani: come le donne che non vogliono essere madri e gli uomini che non vogliono combattere, non rispondono all’ordine naturale delle cose reclamato dalla guerra. La guerra in Ucraina ci riguarda anche se abbiamo il privilegio di non essere sotto le bombe. Con la sua violenza mortale, il comando patriarcale della guerra cerca di soffocare ogni lotta femminista: reclama la divisione sessuale del lavoro, da sfruttare per combattere oppure per sopravvivere alla miseria che produce. Riafferma l’autorità e le gerarchie sessuali della famiglia, perché pretende obbedienza assoluta alla necessità delle armi o delle politiche economiche d’emergenza. Rafforza il razzismo militarizzando i confini, che selezionano chi può passare secondo il sesso e il colore della pelle. La guerra divide, impoverisce e riduce i nostri spazi di lotta, ma non ha soffocato il protagonismo delle donne che rifiutano la violenza patriarcale. In Iran la protesta delle donne contro l’omicidio di Jina Mahsa Amini ha acceso la scintilla di una rivolta che non riguarda solo la libertà individuale di non indossare il velo, ma la possibilità collettiva di rifiutare decenni di oppressione, sfruttamento e povertà. Questa forza collettiva che sfida la violenza patriarcale deve essere la nostra: in questo tempo violento la lotta femminista può essere il disordine che rovescia l’ordine patriarcale della Terza guerra mondiale.

In ogni guerra il corpo delle donne è un campo di battaglia e gli stupri sono un’arma. Oggi questa battaglia riguarda non solo gli Stati che combattono. L’Europa chiede all’Ucraina il rispetto dei diritti delle donne e delle persone Lgbtq+, se vuole entrare nella comunità occidentale. L’Ucraina vende come libertà la famiglia arcobaleno e l’emancipazione delle donne soldato che combattono per «la democrazia europea». Allo stesso tempo, per gestire le relazioni con la Russia e l’estremo oriente, l’UE si affida al governo di Erdogan, che ha ritirato la firma della Turchia sulla Convenzione di Istanbul contro la violenza maschile e reprime il movimento delle donne, le persone Lgbtq+, le curde e i curdi che combattono per una rivoluzione femminista. Mentre l’UE lamenta le violazioni dei diritti delle donne e le politiche anti-gender dell’Ungheria, la NATO scommette sulla Polonia, dove l’aborto è stato messo al bando come in molti Stati nordamericani, per gestire i suoi armamenti nucleari. Nello scenario transnazionale il patriarcato si presenta in forme reazionarie e democratiche. Dobbiamo riconoscere la differenza e combatterle entrambe. Questo significa che l’iniziativa politica femminista non può essere nazionale, perché il nazionalismo è il discorso che sostiene questa guerra reclamando il sacrificio del nostro presente e la rinuncia al nostro futuro.

Noi consideriamo la vittoria di Giorgia Meloni in Italia alla luce della guerra. Sappiamo che non sarebbe mai arrivata dov’è senza secoli di battaglie delle donne e non sputiamo sull’emancipazione, quando ci sono milioni di migranti che non solo non votano, ma ancora devono combattere per ogni diritto. Di sicuro disprezziamo i dibattiti da salotto su quanto sia femminista la prima donna alla presidenza del consiglio in Italia. Meloni è una rappresentante del patriarcato capitalista e razzista in corpo femminile e non ci sorprende che sia pronta a fare affari con Bruxelles e la NATO. Il suo inno alla famiglia si adatta alla necessità di giustificare i sacrifici che lavoratrici e lavoratori devono sopportare per pagare i costi della guerra, e le quote crescenti di lavoro gratuito imposto alle donne per sostenere la sopravvivenza. Gli attacchi all’aborto, il ministero della natalità e la difesa del «diritto di essere madri», che secondo Meloni è messo a rischio dalla povertà, sono l’altra faccia di politiche economiche che mirano a scaricare verso il basso i costi della crisi energetica. Protegge i feti per arricchire i padroni promettendo superbonus ai datori di lavoro che assumono le donne. Queste dovranno rinunciare al reddito di cittadinanza in cambio del primo salario minimo che viene proposto loro, mentre il governo potrà dire di muoversi verso l’obiettivo della parità di genere previsto dal PNRR. La violenza maschile nel programma della Giorgia-madre-cristiana è rilevante soltanto se la compie un immigrato, le donne di ogni nazionalità ammazzate da maschi italiani non le interessano. Così, senza che molto cambi rispetto ai governi precedenti, la Strategia per la parità di genere applicata in Italia risponde alle esigenze della riproduzione sociale in tempi di guerra e post-pandemici. Ma c’è una differenza. Meloni darà sfogo alla sua anima fascista attaccando le donne, le persone lgbtq+, le migranti e i migranti in nome di Dio, Patria e Famiglia. Noi allora dobbiamo opporci alla continuità nella differenza. Continuare a combattere per la libertà di non essere madri e affinché la maternità non costringa le donne a essere sfruttate ancora più duramente. Continuare a contestare la famiglia come istituzione d’ordine e reclamare la libertà sessuale. Continuare a opporci al razzismo che nasconde il patriarcato. Dobbiamo continuare a fare tutto questo, mentre diciamo apertamente no alla guerra e al suo ordine patriarcale per produrre la convergenza di chi non vuole pagarne il prezzo a partire dal rifiuto della violenza maschile.

Il 28 settembre le strade di tutta Italia si sono riempite su iniziativa di Non Una di Meno in occasione della giornata mondiale per l’aborto libero, sicuro e gratuito. Eravamo in quelle piazze con migliaia di giovanissime donne pronte a sollevarsi contro gli attacchi che ci aspettano e sono già cominciati. Ma questi numeri non sono sufficienti dobbiamo organizzarci per accumulare la forza di cui abbiamo bisogno. Non basta fare l’elenco delle donne ammazzate, degli episodi di violenza contro le persone lgbtq+, dei casi di obiezione di coscienza che ci impediscono di fare della maternità una scelta e non un destino. Non basta reclamare molteplici diritti individuali se questo non produce una lotta collettiva per cambiare complessivamente le condizioni in cui viviamo, lavoriamo, amiamo. Non basta opporsi alle singole politiche nazionali, perché non sono tutte uguali e non ci colpiscono tutte allo stesso modo. Il movimento femminista e transfemminista deve trovare un linguaggio e degli obiettivi chiari e immediati come quelli che hanno alimentato il movimento dello sciopero globale. Deve parlare alle giovani donne che non erano in piazza quando quel movimento è cominciato e anche alle loro madri e alle lavoratrici espulse dal lavoro durante la pandemia e ributtate nell’incubo di un doppio sfruttamento che a malapena permette la sopravvivenza. Non potremo opporci a questo sfruttamento se non facciamo spazio nel movimento femminista alle donne migranti che in Europa sostengono una riproduzione senza welfare e protezioni sociali, mentre pagano la sopravvivenza dei loro cari – in Ucraina come in Senegal, in Moldavia come in Marocco – con la fatica di un lavoro sempre più povero. Con il 25 novembre all’orizzonte, dobbiamo fare dell’opposizione all’ordine patriarcale della Terza guerra mondiale la scintilla che riattiva la sollevazione contro la violenza maschile e permette di praticare, qui e ora, una politica transnazionale di pace.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.