Non solo contro gli ortodossi cattolici. Per una piattaforma comune dei femminismi. Intervista ad Anna Pramstrahler

Di Eleonora Cappuccilli – Assemblea Donne del Coordinamento Migranti

 

Verso il 25 novembre, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza maschile che vedrà i movimenti femministi e transfemministi scendere in piazza in tutto il mondo, pubblichiamo un’intervista ad Anna Pramstralher della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, della rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), e membro della rete Wave (Women Against Violence Europe). Di ritorno da Praga, dove il 10-12 ottobre si è tenuta l’ultima conferenza internazionale di Wave, Anna racconta del radicale cambio di passo che la guerra in Ucraina ha imposto all’attività dei centri antiviolenza, che devono confrontarsi con un aumento degli stupri, dei maltrattamenti e della violenza domestica in contesti bellici. Dall’intervista emerge che la violenza della guerra s’inserisce in un quadro profondamente segnato dall’attacco patriarcale delle destre in Europa, e di Giorgia Meloni in Italia. Di fronte a questo attacco, è urgente ripensare l’iniziativa femminista affinché connetta il rifiuto della violenza maschile all’opposizione alla guerra e ai suoi effetti – il rafforzamento della divisione sessuale del lavoro, l’erosione di salari e rimesse, che aumenta il lavoro gratuito delle donne, la richiesta di obbedienza alla necessità delle armi e alle politiche economiche d’emergenza, la militarizzazione dei confini.

Quest’anno la manifestazione contro la violenza maschile sarà sabato 26 novembre (continuiamo a chiamarlo 25 novembre per l’impronta profonda che questa data ha stabilito nell’immaginario delle femministe in Italia) e sarà preceduta dell’assemblea nazionale di Non Una di Meno a Reggio Emilia il 29-30 ottobre. Per questi due importanti momenti, la partecipazione e la presa di parola dei Centri Antiviolenza, dei gruppi e delle associazioni femministe e transfemministe dovrebbero tornare a essere centrali per riattivare la connessione tra le lotte quotidiane per mettere fine alla violenza e il movimento sociale contro il patriarcato che ha dato vita a Non Una di Meno. Bisogna riconoscere che le differenze e le specificità dei percorsi non sono una minaccia alla presunta omogeneità del movimento, ma una forza della quale deve alimentarsi. Connettere queste differenze vive, riaprire un confronto anche serrato e non pacificato come quello che sei anni fa ha dato vita al Piano femminista contro la violenza è fondamentale per essere all’altezza della furiosa guerra contro le donne e della lotta che ci aspetta, e per riuscire a rendere ancora il rifiuto della violenza maschile una pretesa generalizzata di rovesciare patriarcato, razzismo e sfruttamento di questa società, per una politica transnazionale di pace.

 

A Praga si è tenuta da poco (10-12 ottobre 2022) la conferenza annuale di Women Against Violence Europe (Wave), rete che unisce 160 Reti di Centri antiviolenza di 46 paesi europei, inclusa la rete D.i.Re per l’Italia. Com’è nata la Rete e di cosa avete discusso?

 

Faccio parte di Wave sin dalla sua nascita, prima come Casa delle donne di Bologna poi come D.i.Re. Wave è nata a Vienna poco dopo la Conferenza mondiale delle donne di Pechino del 1995. È stata fondata da una decina di donne che si erano incontrate a Pechino, provenienti da vari paesi europei. Hanno deciso che era arrivato il momento di costruire un coordinamento dei centri antiviolenza in Europa. A quell’epoca non c’erano ancora molti centri antiviolenza, soprattutto nel Sud e nell’Est Europa. Ci siamo incontrate per i congressi prevalentemente a Vienna, ma anche in molti altri paesi europei. Questo è il ventiquattresimo congresso, ma durante il corso dell’anno ci sono vari seminari, gruppi di lavoro, gruppi di ricerca etc. Quest’anno è stata scelta Praga, dove c’è un centro antiviolenza “storico” che ha collaborato all’organizzazione. All’incontro ci sono di solito le delegate proveniente da ogni paese oltre che relatrici ed esperte invitate da noi. Quest’anno eravamo 220 donne (e due uomini), una partecipazione molto alta, anche perché Praga ha una collocazione strategica, facilmente raggiungibile da molte delegate sia dell’Est che dall’Ovest. C’erano donne provenienti da 44 paesi, quindi anche da fuori Europa, perché la nostra scelta è di non seguire la politica istituzionale ma di aggregare tante donne, quindi anche le turche, le donne provenienti dai paesi dell’Est, dall’Armenia, etc. Dall’Ucraina sono venute le delegate di 3 centri. Le russe non sono venute perché non hanno avuto il permesso, anche se sono venute per decine di anni. Collaboriamo con il centro Ana, finanziato da reti femministe internazionali, non dal governo.

Uno dei contributi più importanti della discussione è stato quello delle donne turche, che fanno parte di Mor çatı, un’organizzazione femminista che gestisce dei Centri antiviolenza presente a Istanbul e non solo. Sono autofinanziate, non hanno sostegno da Erdogan e non lo vogliono. Si sostentano grazie alle reti femministe internazionali. Anche loro vengono da un paese in crisi dove le violenze e i femminicidi sono gravissimi. Sono una realtà femminista forte, conosciuta, sempre antagonista contro il governo.

I congressi di Wave sono organizzati in seminari e plenarie. Si parte dallo stato del movimento dei centri antiviolenza nei paesi da cui provengono le delegate. Non solo Centri contro il maltrattamento, ma anche Centri antistupro e Centri che fanno solo “counselling”. C’è varietà nell’organizzazione dei centri antiviolenza. La nostra rete è femminista ma al nostro interno ci sono anche centri semi-istituzionali.

I seminari si sono concentrati soprattutto sul tema della crisi della guerra e sulle nostre metodologie di accoglienza. Tutte siamo colpite da questo problema della guerra così vicina a noi.

Per quanto riguarda i CAV in Ucraina che erano presenti, avete discusso in che modo stanno rispondendo all’esplosione di stupri e violenza maschile nel contesto di guerra?

In uno dei seminari c’erano relatrici provenienti dalla Serbia e dalla Croazia che durante la guerra degli anni ‘90, mentre in paesi erano in guerra, hanno lavorato insieme come femministe. Hanno approfondito il tema delle strategie femministe in tempo di guerra per aiutare le donne ucraine, che erano presenti come delegate da tre centri. Per le donne ucraine non è la prima esperienza di guerra. Uno degli input più importanti ricevuti è che le donne sono sempre sotto attacco, ma durante i periodi di crisi e di guerra questo attacco s’intensifica enormemente.

Ci siamo confrontate sulla necessità di non dare i numeri degli stupri, perché il nemico approfitta di questo dato per fare propaganda politica e utilizzare i dati per poter dire chi è più “bravo”. L’altra parte in guerra entra in competizione maschilista e si rischia l’aumento dello stupro. Lo stupro di guerra è un’arma antichissima di umiliazione delle donne considerate “bottino di guerra”.

Per una donna che viene nei centri femministi, se racconta la violenza subita – le ucraine hanno parlato molto di stupri di guerra – come Centri non possiamo raccontare le loro storie. Esiste l’assoluto segreto. Questa etica femminista vale in tutti i centri ma in tempo di guerra è ancora più importante perché tutti gli organismi internazionali e di diritti umani, incluso il tribunale dell’Aja, vogliono testimonianze. Per fare processi servono testimonianze e quelle di stupri di guerra sono molto richieste. Noi femministe dobbiamo evitare di mandare le donne al massacro. Solo la donna deve decidere se fare una testimonianza. E decide anche il momento.

Le ucraine raccontavano che le donne non vanno nemmeno più dal medico – che è un pubblico ufficiale – poiché si richiede loro poi di fornire testimonianze e dover raccontare tutti i dettagli. Questo è per molte donne troppo doloroso. Alcune donne invece vogliono giustizia, ma altre non riescono a reggere a livello psicologico. Va rispettato il diritto della donna al silenzio. Va rispettata innanzitutto la loro vita. Può stare in silenzio anche per 5 anni. Le serbe raccontavano del Tribunale delle donne, un tribunale femminista internazionale di Sarajevo, accaduto dopo più di 10 anni dalla guerra. Ci sono modi di dare parola alle donne successivamente, all’interno di un contesto femminista di protezione, senza forzarle. È una guerra tra uomini. Attenzione: in tutte le guerre lo stupro avviene da tutte e due le parti. Non lo fanno solo i russi, come lo facevano oltre ai serbi anche i croati, gli americani… Il maschio in guerra vuole violentare la donna del nemico.

È emersa una discussione nelle differenze: mentre le serbe sono pacifiste e si sono organizzate con le donne in nero, le ucraine non sono pacifiste. Si sentono vittime di questa guerra, non si sentono al di sopra delle parti. Le ucraine in questo momento non sono pacifiste… non c’è un movimento come le donne in nero. Si è comunque concluso che è importante che ci sia un’accoglienza rispettosa di tutte le donne in guerra.

L’altro punto è il maltrattamento. In situazioni di crisi e di guerra c’è un aumento del maltrattamento in famiglia e le donne fanno ancora più difficoltà a parlarne. Già in situazioni di pace le donne hanno difficoltà a denunciare e uscire dalla famiglia, perché hanno una parte di sé che dice: «è padre dei miei figli, non lo voglio rovinare, non serve a niente la giustizia…» Si mostra certe volte protettiva con il maltrattatore visto che esiste la guerra/crisi.

In situazioni di guerra questo è ancora più accelerato, perché dicono: «lui è al fronte, è stressato, abbiamo le bombe in testa, siamo in cantina, stiamo scappando, nostro figlio è in guerra…» Lo stress della guerra giustifica ancor di più la violenza domestica e quindi le donne hanno ancora più bisogno di essere sostenute in questa loro difficoltà a vedere chiaro cosa sta succedendo. E bisogna capire che hanno ancora più difficoltà a chiedere aiuto e parlare della violenza subita. In tantissimi centri arrivano le profughe, ma stentano a parlare di violenza – sia di stupro che di violenza in famiglia – è dieci volte più difficile che durante la pace.

Abbiamo chiesto alle ucraine quale solidarietà si aspettano. Innanzitutto, hanno parlato della raccolta fondi per aprire rifugi e centri, per organizzare la macchina dell’accoglienza. Gli aiuti vengono da organismi internazionali ma anche da organizzazioni femministe che aiutano i centri a livello concreto. Ma per loro sono ancora più importanti atti di solidarietà concreta, ovvero formazione, reti, appoggi. Un’ucraina ha smistato delle donne che volevano scappare grazie alla rete dei centri – noi siamo una rete di 4000/5000 centri in tutta Europa. Avere reti formali e informali che si organizzino in situazioni di emergenza è importante.

Molte donne della nostra Rete stanno andando in Ucraina per fare formazione, seminari, sostegno, aiutare nelle procedure di accoglienza. Questa rete funziona grazie a queste donne che lavorano insieme da molti anni, vi sono relazioni consolidate grazie alla nostra rete Wave.

 

Quali sono le politiche antiviolenza a livello europeo e internazionale? Quali sono i loro limiti? In termini di attuazione di queste politiche, quali sono le differenze tra i diversi paesi, dentro e fuori i confini europei – se si pensa a quelli che hanno ratificato la convenzione ma non la applicano, a quelli che si sono ritirati come la Turchia, a quelli che attaccano sfacciatamente le donne come l’Ungheria?

Nel congresso Wave parliamo sempre della Convenzione di Istanbul. Una delle nostre socie, Rosa Logar, è stata una delle menti femministe che sta dietro questa convenzione. Le donne albanesi hanno fatto una bella relazione. L’Albania è entrata da poco nella convenzione. Sorprende che grandi paesi come l’Italia hanno una macchina lentissima, ma in altri paesi magari più “giovani”, anche se è una legge che viene dall’alto, la Convenzione ha prodotto effetti straordinari.

Per noi la Convenzione di Istanbul è un passo istituzionale importante. Non è scontato che rimanga di fronte alla crescita delle destre radicali che va avanti da diversi anni in molti paesi. Ci sono attacchi terribili alla Convenzione da parte di organizzazioni patriarcali (come il movimento dei padri separati) che, combattono il movimento femminista, sostengono che i “padri” non siano tutelati sufficientemente. Paesi come la Polonia, Ungheria, Turchia e non solo sono sotto attacco, mentre da noi la destra sembra essersi dimenticata della Convenzione. Non c’è uno scontro così diretto ma lo scontro è più nei tribunali delle singole realtà. Ma vediamo ora cosa accade. Se troviamo ancora uno come Pillon lo scontro purtroppo diventa diretto.

Anche se la Convenzione non funziona in tutti i paesi è un pilastro da non toccare.

A livello mondiale, esiste il Global Network of Women’s Shelters (GNWS) organizzazione mondiale dei centri antiviolenza, di cui facciamo parte come Wave e D.i.Re. Ci vediamo ogni 4 anni per la Conferenza mondiale, l’ultima è stato a Taiwan. C’è molta differenza a livello mondiale sulle politiche antiviolenza anche perché le delegate provengono dall’Africa, Asia, Tailandia, Sudamerica… Esistono in tutto il mondo i centri antiviolenza, anche a Taiwan, ma vi sono grandissime differenze nell’organizzazione dei Centri mentre la metodologia femminista di accoglienza è molto simile. Mentre in Italia lavoriamo con le forze dell’ordine e i tribunali, messicane e sudamericane non possono assolutamente parlare con le forze dell’ordine: è pericoloso per la loro vita. Una corruzione assoluta. Per esempio, in Sudafrica le donne che hanno fondato dei rifugi devono costruirvi dei muri intorno – tipo prigione – per non essere attaccate fisicamente. Lì le donne e le operatrici vengono uccise se scappano dalla famiglia. Ogni realtà è molto diversa, ma i principi femministi di accoglienza sono molto condivisi: protezione delle donne, empowerment e rispetto assoluto delle loro scelte!

La guerra in Ucraina sta causando flussi di milioni di rifugiati, per la stragrande maggioranza donne, spesso in fuga da stupri e violenze. In che modo i centri antiviolenza in Italia e in Europa si stanno confrontando con questa emergenza?

 

Come D.i.Re abbiamo fatto un progetto, Blue Dot, che accoglie le rifugiate ucraine a Treviso da quando è scoppiata guerra. Si fa un primo colloquio con le donne. Se viaggiano in coppia, si separano dai compagni e il colloquio si fa solo con loro. Le operatrici antiviolenza dei centri D.i.Re danno informazioni di base – cosa puoi fare in Italia se subisci violenza e che diritti hai; si spiega che non devono rimanere con il loro marito/compagno e se torna indietro non devono tornare insieme al lui. Si danno contatti e si fa una prima accoglienza di base a chiunque arrivi in Italia. Poi raggiungono vari posti d’Italia.

In Europa ogni paese ha le proprie regole sui campi e i rifugiati di guerra. Non so se ci sono in Ucraina dei campi per le vittime di violenza. Chi ha una famiglia vuole stare unita alla famiglia, ma ci sono donne che scappano da sole. Le donne ucraine presenti venivano da veri centri antiviolenza, mentre ci sono moltissime realtà che lavorano con i rifugiati. Non ci hanno raccontato se esistono anche realtà femministe che lavorano con loro. La Polonia è piena. In Italia molte transitano. Molte sono tornate indietro, dopo essere scappate nell’urgenza. Il panorama è molto frammentato a livello europeo.

 

In Italia nel 2021 è stato approvato un nuovo Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne. Come ha influenzato le politiche nazionali contro la violenza sulle donne? Quali sono i suoi effetti sulle attività dei centri antiviolenza? Cosa vi aspettate dal governo Meloni in proposito?

Siamo inorridite dal potenziale ritorno di Pillon e dei suoi amici reazionari e maschilisti. Lavoriamo invece molto con Valeria Valente presidente della Commissione femminicidio, ma abbiamo sempre criticato molto fortemente il Piano nazionale e altre disposizioni istituzionali. Eravamo d’accordo che lo Stato avesse un Piano strategico contro la violenza maschile contro le donne, lo abbiamo chiesto anche noi, ma è necessario avere un piano strategico femminista – per quanto non sia mai stato davvero femminista, anche perché non ci sono veri confronti con le donne, ma gli incontri vengono fatti quanto tutto è stato deciso. Quindi sono inutili.

Abbiamo criticato molto l’intesa Stato-Regioni, che definisce cosa sono i Centri antiviolenza e di conseguenza a chi vengono dati i fondi del Piano nazionale. Questa definizione prevista è talmente vaga, che chiunque, anche chi gestisce un servizio per anziani, per handicap, per tossicodipendenti, può di fatto gestire un centro-antiviolenza. Nessuno guarda la qualità del progetto. La Convenzione di Istanbul stabilisce che devono essere delle donne ad aprire i centri antiviolenza; invece, molti assumono due psicologhe a caso si autodefinisce centro antiviolenza per avare finanziamenti. Nascono centri antiviolenza improvvisati, che fanno più danno alle donne che altro. Siamo arrabbiatissime perché nascono Centri a fini di lucro e perché nelle maglie dei finanziamenti a pioggia non è possibile un controllo di qualità. Sono le Regioni che permettono e favoriscono questi meccanismi, mentre noi vorremmo ci fossero definizioni rigide di qualità: percorso femminista, solo donne, criteri vincolanti per non permettere un’infiltrazione assurda di cattolici e amici dei “padri separati”. In un momento di crisi le donne non hanno la possibilità di scegliere dove rifugiarsi, non sanno dove andare, hanno bisogno di aiuto e si possono trovare in un posto dove fanno solo danni.

Il Piano strategico prevede anche la raccolta di dati – questo lo dice la Convenzione di Istanbul – per monitorare e produrre cambiamenti. C’è anche una nuova legge in proposito. Anche se pensiamo sia fondamentale la raccolta dei dati, siamo molto critiche. Chi interpreta i dati che vanno in mano all’Istat? Chi sa leggerli, in modo corretto, senza strumentalizzarli, senza interpretarli a svantaggio delle donne?

Come Centro antiviolenza, noi dobbiamo fornire dei dati, ma non sappiamo che utilizzo viene fatto. Vorremmo essere presenti come “esperte” perché solo noi siamo in contatto tutti giorni con migliaia di donne che hanno subito violenza.

Con il nuovo governo penso che bisogna andare sulle barricate. Se arriva un personaggio come Pillon i dritti delle donne sono in serio pericolo, potrebbero cambiare le cose come in Ungheria, Polonia, Turchia… Le femministe italiane sono toste, ma lo sono anche in Polonia, eppure… Dobbiamo fare resistenza, dobbiamo essere unite, tra tutti i femminismi. Non è possibile che ognuno vada per i fatti suoi in un momento di emergenza.

Siamo andate nel 2019 tutte unite a Verona contro il Congresso mondiale delle famiglie, maschi cattolici e ortodossi uniti a livello mondiale contro le donne e il movimento delle donne.

La manifestazione chiaramente non basta, bisogna scoprire i loro meccanismi, scoprire la loro organizzazione spesso non lecita. Hanno legami internazionali, sono molto organizzati, hanno soldi, finanziamenti, fanno propaganda organizzata e nascosta. Noi dobbiamo essere più forti e più organizzate creare alleanze forti tra di noi, non possiamo farci fermare!

Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile, in Italia è stato in questi anni un momento fondamentale di presa di parola delle donne e persone LGBTQ, grazie alle piazze organizzate dal movimento Non Una di Meno. Come caratterizzare questa data quest’anno affinché sia ancora l’occasione per dare visibilità al rifiuto della violenza patriarcale?

Tutte le città, tutti i centri, tutti devono mobilitarsi, ma non basta uscire solo per il 25 novembre.

Bisogna fare attenzione a non diventare una festa di celebrazione istituzionale, altrimenti finiamo come l’8 marzo. Altrimenti tutti, anche la destra, inizia a parlare di violenza contro le donne con i loro termini. Dobbiamo caratterizzarla in maniera molto forte così da non rischiare che persino i maschilisti più radicali dicano: anche noi siamo contro la violenza contro le donne. Se ci sfuggono di mano i contenuti, abbiamo perso la battaglia. Dobbiamo aumentare la visibilità dei Centri antiviolenza femministi. La Casa delle Donne di Bologna lavora un mese intero con sensibilizzazione e iniziative diffuse in tutta la città, con tutti gli enti e luoghi della città. Abbiamo più di 60 eventi in tutto il mese di novembre. Non dobbiamo farcelo strappare dalle istituzioni e dalla destra e portare avanti contenuti legati alla libertà delle donne.

Il 25 novembre è importante che ci siano tutti i centri antiviolenza e le associazioni femministe in piazza, nessuna rete in questo momento può pretendere di avere il monopolio del femminismo e blindare le proprie piattaforme. C’è bisogno di una piattaforma femminista comune che riconosca l’esistenza di percorsi differenti. Non possiamo permetterci di dire che ci va solo una parte del femminismo in piazza. La rete D.i.Re è stata parte di Non Una di Meno dall’inizio e, anche se i percorsi si sono allontanati in parte ora è necessario che tutti i femminismi si mettano in relazione e non solo per il 25 novembre. I centri antiviolenza sono luoghi fondamentali per combattere la violenza alle donne ma hanno bisogno di un movimento delle donne, e il movimento ha bisogno dei Centri che fanno intervento diretto. Non bastano le parole servono anche luoghi concreti.

In questo senso, è possibile connettere questa giornata alla lotta contro la violenza della guerra?

Se sei pacifista, come il movimento delle donne in nero – contro le armi e contro la guerra – è più semplice. Se inizi a difendere Zelenski e la sua politica – anche se è di difesa – è complicato. Bisogna avere una voce pacifista oltre che femminista. Molte di noi non lo sono. Il nesso donne-guerra è un tema importante. Le donne subiscono più violenze rispetto a un maschio in guerra. Non esiste una visione neutra della guerra, come non esiste una visione neutra sul mondo. Nella guerra non ci sono solo maschi che si ammazzano ma la guerra è fatta da maschi. Le donne la pagano di più, come in tutte le situazioni.

Nelle trattative e azioni diplomatiche dovrebbero essere coinvolte delle donne, secondo me sarebbero più capaci di trovare soluzioni di pace.

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