Immagazzinare la pandemia. Intervista a tre migranti contagiati dalla Bartolini

Il Coordinamento Migranti Interporto ha intervistato tre richiedenti asilo coinvolti nel focolaio bolognese di coronavirus in Bartolini. L’intervista mostra chiaramente cosa significa per migranti e richiedenti asilo rischiare ogni giorno di contrarre il virus nei magazzini o nell’accoglienza. Per il lavoro a chiamata non ci sono né ‘smart working’ né ammortizzatori sociali: venire isolati per decine di giorni in un albergo vuol dire non poter fare nessun lavoro, non avere nessuna entrata economica e spesso dover rinunciare anche ai propri progetti di vita. L’intervista mette in evidenza che questo rischio non è frutto del caso ma ha dei precisi responsabili. Migranti e richiedenti asilo sono i più esposti al contagio per lo sfruttamento che le leggi Bossi-Fini e Salvini impongono: Bartolini e gli altri magazzini possono rimanere aperti perché la politica dei documenti non permette loro altra occupazione e perché, nonostante le richieste di chiusura, restano aperti centri di accoglienza come il Mattei, veri e propri dormitori dove padroni e agenzie possono reclutare rapidamente i sostituti di chi si ammala. L’economia ‘avanzata’ di questa regione può operare a pieno regime solo fin quando qualcuno è costretto a mettere in pericolo la propria salute pur di lavorare tre giorni con un salario da fame in mansioni massacranti. Il focolaio di coronavirus, quindi, rende soltanto più evidente che la gerarchia del rischio di contagio si sovrappone alla gerarchia delle mansioni e dello sfruttamento dentro e fuori la grande fabbrica della logistica i cui profitti sono tutelati da Comune, Regione e Prefettura. Il legame tra permesso e lavoro, i ritardi e l’arbitrarietà con cui vengono consegnati i permessi, i contratti brevi, intermittenti e a chiamata costituiscono un sistema di sfruttamento contro il quale il lavoro migrante lotta quotidianamente dentro e fuori i magazzini.

Da quando il tampone è positivo questi migranti sono tutti in isolamento in un albergo.

Prima di essere messi in isolamento qual era la vostra situazione? Lavoravate in Bartolini?

  1. Si, io lavoravo in Bartolini da poche settimane, con un contratto a chiamata con un’agenzia che è scaduto mentre sono qui in isolamento. Sono un richiedente asilo, vivo in SPRAR. Ormai in isolamento da quasi venti giorni.
  2. Io ho iniziato a lavorare a Bartolini a inizio anno, anch’io con contratti a chiamata con un’agenzia in subappalto. Sono arrivato fino ad ora sempre con contratti brevi, di qualche settimana e poi qualche mese. Il contratto che ho adesso scade tra qualche mese, ma non so come sarà quando avrò finito l’isolamento.
  3. Io non lavoravo in Bartolini durante il contagio, ma ci lavorava un ragazzo con cui vivo nell’appartamento SPRAR e quando lui è stato contagiato anche il mio tampone è risultato positivo. Ora faccio altro, ma ho lavorato per un anno con contratti a chiamata nei magazzini, anche a Bartolini, quindi so bene cosa significa e so che è una situazione in cui si trovano tantissimi richiedenti asilo. Sono isolamento da quasi 20 giorni.

Sono tanti i migranti e richiedenti asilo che lavorano in Bartolini?

  1. Si, sono tantissimi. Per il tipo di lavoro che facciamo noi, di carico e scarico, non ho mai visto un italiano. La maggior parte sono richiedenti asilo che lavorano con contratti brevi e a chiamata. Le agenzie che assumono sanno bene che i richiedenti asilo non possono rifiutarsi di lavorare perché ne hanno bisogno, non hanno soldi e aspettano i documenti per anni, quindi sono disposti ad accettare qualsiasi lavoro. Alcuni richiedenti che conosco e che lavoravano con me in Bartolini vivono in centri di accoglienza, ad esempio al Mattei, e infatti adesso il virus è arrivato anche lì dal nostro magazzino.
  2. Ormai i richiedenti asilo trovano lavoro così, c’è un continuo passaparola, si dice quali agenzie assumono e quali no, quando qualcuno ha bisogno di lavorare manda i dati e loro dopo un po’ ti fanno sapere se hanno bisogno. Dopo tanta attesa, ti fanno contratti di una settimana, di due settimane, un mese, e a volte per pochissime ore, che non vale nemmeno la pena fare il viaggio per arrivare a lavoro. Ti promettono sempre il rinnovo del contratto, ma poi decidono solo in base ai loro bisogni. Quello che è certo è che solo pochissimi lavorano più di un anno nello stesso posto, perché dopo un anno dovrebbero assumerti. A Bartolini, ad esempio, se sei riuscito ad arrivare a un anno di lavoro poi ti lasciano a casa e ti sostituiscono con altri. In tutto ciò, ti chiamano di sera, alle 6 o alle 8 e ti fanno sapere se servi oppure no. In pratica non puoi pensare di fare nulla, le nostre giornate le passiamo aspettando la chiamata per sapere se dobbiamo andare a lavorare oppure no. Se dici di no per qualsiasi motivo, poi ti lasciano a casa… ma loro fanno affidamento sul fatto che se diciamo di no poi moriamo di fame.

Come sono le condizioni di lavoro nel magazzino?

  1. Sono molto dure, il lavoro è faticoso e dura tanto. Tutto il lavoro faticoso lo facciamo soprattutto noi richiedenti asilo. Gli altri lavoratori, soprattutto quelli iscritti al sindacato, fanno lavori più leggeri, lavorano con il muletto. Noi veniamo continuamente insultati dai nostri supervisori, che se ne stanno lì e ci prendono a parole dicendoci di lavorare di più, di essere più veloci, anche quando siamo al limite di quello che possiamo fare.
  2. Le condizioni sono pessime. Il sindacato c’è, ma non ci parla nemmeno, si rivolge soltanto a quelli che hanno il contratto. Noi facciamo tutto il lavoro pesante, carico e scarico, a spaccarci la schiena. Nel magazzino c’è una gerarchia, e noi siamo all’ultimo posto e ci trattano come bestie, ci usano quando serviamo e ovunque serviamo. Quando lavoravo a SDA qualche anno fa, quando scioperavano nel magazzino, chiamavano noi per sostituire quelli che scioperavano. Quando ci sono stati i primi casi i SiCobas hanno fermato il lavoro e hanno chiesto la chiusura. Non li hanno minimamente ascoltati, si continua con gli stessi ritmi e i richiedenti asilo nuovi vanno a sostituire quelli che si ammalano.

Come è scoppiato il focolaio di coronavirus in Bartolini?

  1. Da quello che ho capito, alcuni dipendenti dell’agenzia che assume per Bartolini sono stati male e sono andati in ospedale, dove gli hanno fatto i tamponi. Nel giro di poco tempo i casi sono diventati sei. La cosa assurda è che fino alla fine non ci hanno fatto sapere nulla e hanno cercato di tenere nascosta la cosa per tenere aperto il magazzino. Quando sono stati scoperti i sei casi, i lavoratori di SiCobas hanno smesso di lavorare per un’ora alla fine del turno, a noi del turno successivo ci hanno chiamato e ci hanno detto che non avremmo lavorato perché c’era sciopero. In realtà non ci hanno fatto andare a lavorare perché non volevano farci sapere che c’era il virus. Per quel turno non abbiamo lavorato, poi il giorno dopo ci hanno richiamato e siamo andati a lavorare senza che ci dicessero nulla, da mezzanotte fino al mattino, e abbiamo scoperto solo dopo che c’era un focolaio in corso. Dopodiché ci hanno fatto i tamponi e da un momento all’altro ci hanno isolato qui…
  2. Con questo coronavirus si è vista ancora di più la gerarchia di cui ti parlavo prima: appena qualcuno di noi risultava positivo e andava in isolamento, chiamavano subito qualche altro richiedente a sostituirci. Pensa che qui dove ci hanno isolato ci sono addirittura migranti che hanno lavorato per tre giorni nel magazzino di Bartolini. Per tre giorni di lavoro hanno preso il coronavirus e dovranno farne decine di quarantena, senza vedere un soldo! Poi, i contratti che stipuliamo con le agenzie scadono di continuo, e dopo poco magari ti chiamano per sapere se sei disponibile per andare in un altro magazzino. Se qualcuno che adesso continua a lavorare a Bartolini nel giro di qualche giorno si ritrova a lavorare in un altro magazzino, è chiaro che il contagio si diffonde in poco tempo anche negli altri magazzini..

Sono rispettate le misure di sicurezza contro il contagio?

  1. Assolutamente no. All’inizio ci misuravano la temperatura, poi hanno smesso di fare anche quello. Non ci sono linee o indicazioni chiare per rispettare le distanze di sicurezza, anche perché per il tipo di lavoro che facciamo è impossibile. Sono tutti spazi piccoli, più persone ad esempio scaricano i camion, quando lavori hai il tuo posto ma a volte bisogna spostarsi, si entra insieme e si esce insieme, si condividono spazi. Insomma, non è rispettata nessuna norma di distanziamento sociale e non ascoltano se viene richiesto.

Com’è la vostra situazione in questo momento?

  1. È insostenibile e mi fa incazzare, perché da un giorno all’altro ci ritroviamo in una stanza da soli senza poter avere un contatto con nessuno. Qui siamo in tanti, praticamente tutti migranti. I risultati dei tamponi arrivano in ritardo, per giorni non sappiamo se è negativo o positivo. Per fortuna stiamo bene, ma è una situazione pessima, anche perché non stiamo lavorando e non sappiamo come andrà con il lavoro appena finirà l’isolamento.
  2. Il problema più grande è il lavoro. Noi abbiamo contratti a chiamata, molti di questi contratti sono addirittura scaduti durante questo periodo di isolamento perché duravano solo qualche giorno. Io non so cosa fare, non posso nemmeno informarmi per capire se mi spetta qualcosa. Se smettiamo di lavorare per noi significa non vedere più un soldo, e sono incazzato per questo. Non solo sono andato a lavorare e mi sono ammalato, ma per colpa loro adesso non ho più nemmeno un salario per vivere, né un sussidio né nulla. Di noi non se ne fregano, ci tengono qui dandoci cibo freddo e non gli interessa nient’altro, si faranno risentire quando avranno di nuovo bisogno. Io di questa cosa sono stanco.
  3. È una situazione pessima. Qui ci portano il cibo, ma non hanno nessuna considerazione di quello che possiamo mangiare o cosa no. Ce lo portano ore prima dei pasti, tipo a metà mattinata e nel primo pomeriggio, e non abbiamo nulla per riscaldarlo, quindi quando lo apri per mangiarlo è freddo o puzza. Io, come molti altri, cerco di procurarmi il cibo in altre maniere, senza avere ovviamente contatti con l’esterno. Ma non so cosa fare quando finirò l’isolamento. Dopo un anno di lavoro a chiamata avevo cominciato a lavorare con uno stage, nei prossimi giorni dovrei fare un esame per ottenere una certificazione ma oggi non ho ancora capito se potrò farlo oppure no per colpa di questo coronavirus. Se non me lo fanno fare non so cosa fare quando finisco l’isolamento.

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