Regolarizzazione: un fallimento pagato a caro prezzo dai migranti

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La regolarizzazione promossa l’estate scorsa è un completo fallimento. È passato più o meno un anno da quando la ministra Bellanova annunciava con toni commossi e trionfali che avrebbe fatto emergere dalla clandestinità centinaia di migliaia di migranti. Dopo più di sei mesi dalla chiusura delle domande, i numeri del Ministero degli Interni smentiscono tanto ottimismo. Nell’agricoltura le domande sono state pochissime, il 15% del totale, e la cosa non è sorprendente. Nelle campagne, infatti, il lavoro nero è la normalità dello sfruttamento e padroni e intermediari raccolgono ogni giorno i frutti del ricatto del permesso di soggiorno stabilito dalla Bossi-Fini. Le pratiche per la regolarizzazione sono state lasciate tutte in mano ai datori di lavoro, che hanno scaricato sui migranti il costo di diverse centinaia di euro per richiedere un permesso di soggiorno che per legge deve rimanere vincolato al contratto per cui è stata avanzata la domanda. La maggior parte dei migranti ha rifiutato queste condizioni, non accettando di pagare di tasca propria oppure di indebitarsi con i padroni per finire dopo sei mesi di nuovo senza documenti. L’85% delle domande riguarda il lavoro domestico e di cura, rendendo visibile ancora una volta il lavoro essenziale che le donne migranti svolgono nelle case come badanti, colf e baby-sitter.

Il fallimento della regolarizzazione non sorprende, ma la sua gestione amministrativa è persino al di sotto di quel fallimento. Circa il 68% delle domande che potevano essere presentate direttamente dai migranti è stato accolto, ma sono pochissime (circa 8 mila) perché i migranti avrebbero dovuto dimostrare un’occupazione in settori in cui il lavoro nero è la norma. Invece, su oltre 200 mila domande presentate dai datori di lavoro, finora sono stati consegnati poco più di un migliaio di permessi. A febbraio di quest’anno molte prefetture non avevano nemmeno istruito le pratiche. A Bologna, dove sono state presentate 4207 domande, a febbraio erano state completate poco più di 300 richieste. A Milano sono state presentate più di 26.000 domande, ma ancora a febbraio solo qualche centinaio di pratiche erano state avviate e sono già arrivate decine di preavvisi di rigetto che annunciano ai migranti il ritorno nella clandestinità. Con questi ritmi ci vorranno anni per smaltire tutte le domande. A quanti hanno chiesto di uscire dal lavoro nero le prefetture hanno risposto dunque con lo stesso trattamento razzista che ogni giorno riservano a tutti gli altri migranti. Questa gestione amministrativa conferma come la regolarizzazione abbia funzionato solo per i padroni, rivelandosi per i migranti l’ennesima estorsione di denaro in cambio di nulla. Ha messo al sicuro i padroni dai controlli, consegnando gli uomini e le donne migranti che hanno sperato di regolarizzarsi nella stessa situazione di quanti aspettano per anni l’esito della Commissione o mesi e mesi per rinnovare un permesso per lavoro scaduto. Le pratiche della regolarizzazione sono andate ad aggiungersi alle migliaia di permessi bloccati a causa della pandemia, senza la possibilità di avere alcuna notizia su quando le richieste saranno smaltite. Con la falsa promessa di far emergere il lavoro nero, la regolarizzazione ha finito per riaffermare in modo ancora più brutale la violenta normalità della Bossi-Fini. Nelle campagne questo vuol dire prolungare le ore di lavoro non pagate, turni di lavoro massacranti, condizioni di lavoro insopportabili. Per le donne migranti che lavorano nelle case vuol dire dare piena disponibilità del proprio tempo alle famiglie, esporsi ulteriormente ad abusi, sfruttamento e molestie.

Nonostante il prevedibile fallimento politico della regolarizzazione, donne e uomini migranti in diverse città si stanno organizzando per chiedere che tutte le pratiche sospese siano risolte concedendo immediatamente i documenti per uscire dalla clandestinità e restare in questo paese. Il Coordinamento Migranti sosterrà fino in fondo la loro lotta, che sarà parte essenziale del percorso verso il Primo Maggio dei Migranti che in Italia e in Europa porterà in piazza la loro rivendicazione di libertà contro sfruttamento, razzismo e sessismo.

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