Dopo le promesse e le parole, ora sindaco e giunta devono dare risposte ai migranti

A inizio ottobre si sono insediati il nuovo consiglio comunale e la nuova giunta del Comune di Bologna guidata da Matteo Lepore. Il nuovo sindaco ha rivendicato fin dall’inizio un’incrollabile fede democratica e progressista. Le belle parole e le buone intenzioni sono un’ottima cosa, ma siamo impazienti di capire se la nuova giunta è davvero intenzionata a dare un segnale di discontinuità rispetto al passato e rispettare gli impegni presi in campagna elettorale con i migranti e le migranti, compresi quelli che sono andati a votare nonostante le istituzioni negli anni li abbiano ostinatamente ignorati.

Abbiamo sentito dire da alcuni esponenti della nuova giunta che la casa è un “diritto umano”. Ci sono subito venuti in mente i migranti del Centro Mattei che continuano a vivere stipati in camerate, nonostante le numerose proteste e nonostante la legge Lamorgese stabilisca il superamento dei grandi centri di accoglienza a favore di forme comunali di accoglienza diffusa. Per passare dalle belle parole e dalle buone intenzioni ai fatti è arrivato il momento che il Comune convochi subito un tavolo con la Prefettura per chiudere il Mattei! Inoltre, può il Comune continuare a complicare sistematicamente le procedure per avere l’idoneità abitativa? Questa certificazione – ora di competenza delle amministrazioni comunali – è necessaria per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno, per ricongiungimenti familiari, per poter vivere in un appartamento una volta usciti dai centri di accoglienza. Se la nuova giunta crede davvero che la casa sia un “diritto umano”, ci aspettiamo che uomini e donne migranti non debbano più vivere con la paura di perdere i documenti perché la loro casa è considerata inadatta, nonostante spesso abbia costi di affitto pari ad appartamenti di lusso. E il Comune pensa finalmente di agire contro i proprietari che non affittano ai migranti, perché considerati umani di serie B?

Il nuovo sindaco ha dichiarato una guerra senza quartiere a ogni forma di discriminazione. Giusto. Come non essere d’accordo? Ma cosa pensa di fare con quei dirigenti e dipendenti dell’amministrazione comunale che attuano comportamenti arbitrariamente restrittivi nei confronti delle migranti e dei migranti? Cosa pensa di fare con gli uffici che, non avendo mediatori culturali, abbandonano i nuovi arrivati nelle maglie della burocrazia non dicendo loro chiaramente quali documenti servono per le pratiche? Oggi per ottenere la residenza non basta più l’accertamento della polizia municipale. Solo e soltanto ai migranti viene infatti chiesto che i proprietari di casa li accompagnino all’anagrafe. Come se non bastasse, il Comune è veloce nel cancellare la residenza ai migranti in caso di irreperibilità o addirittura se non notificano ogni volta il rinnovo del permesso di soggiorno, senza considerare che perdere la residenza, anche solo per qualche settimana, vuol dire ricominciare da capo il calcolo degli anni di residenza necessari per ottenere la cittadinanza. Per le donne migranti può voler dire anche rischiare di perdere i figli. Come si schiereranno il sindaco e la sua giunta in questa guerra contro le discriminazioni che i migranti combattono quotidianamente?

Quando qualche settimana il nostro compagno Yaya Yafa è morto schiacciato da un camion mentre lavorava in Interporto, abbiamo sentito il nuovo sindaco annunciare le sue linee guida per il lavoro nella logistica: etica, sicurezza, collaborazione. Migranti e richiedenti asilo che lavorano notte e giorno nella grande fabbrica dell’Interporto vogliono ricordargli che lo sfruttamento del lavoro migrante è legato anche alle scelte politiche e amministrative del Comune. Il Centro Mattei è il dormitorio dove le agenzie interinali reclutano migranti da far lavorare con contratti a chiamata, con turni di lavoro massacranti, in cambio di bassi salari, senza alcuna sicurezza. Inoltre, la discrezionalità amministrativa con cui il Comune ostacola le pratiche per la residenza e l’idoneità abitativa aumentano la precarietà di donne e uomini migranti che sono già sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Ogni giorno e ogni notte centinaia di richiedenti asilo percorrono in bicicletta, in monopattino o addirittura a piedi la strada per andare a lavorare in Interporto, rischiando di essere investiti, perché le corse degli autobus non esistono. Il Sindaco e la giunta, da che parte vogliono stare? Dalla parte di donne e uomini migranti, oppure al servizio degli imprenditori della grande fabbrica dell’interporto che hanno ammazzato Yaya?

Durante la campagna elettorale, con manifestazioni, assemblee ed eventi pubblici, abbiamo rotto il silenzio sulla vita e il lavoro delle donne e uomini migranti, sulle responsabilità del Comune e della sua amministrazione. Oggi pretendiamo risposte immediate dal sindaco e da questa giunta su tutti questi punti.

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