27N Donne migranti contro la violenza 2. Reddito di libertà, ma quale libertà?

Con la circolare n. 106 dell’8 novembre l’INPS ha dato seguito al decreto del Consiglio dei ministri del 17 dicembre 2020 che annunciava, all’art. 105 bis, lo stanziamento di fondi in aiuto alle donne vittime di violenza. La misura si inserisce fra i finanziamenti legati all’emergenza pandemica. L’aiuto è cumulabile con altre misure di sostegno: il reddito di cittadinanza, la NASPI, la Cassa integrazione Guadagni e altre, ed è richiedibile da donne che hanno dai 18 ai 67 anni con una certificata condizione di povertà. 

Il Reddito di Libertà, così lo hanno chiamato. Ma quale libertà? Di fare cosa? E soprattutto per chi? 

Gli ultimi anni, complice la pandemia e i lockdown che essa ha imposto, hanno visto un aumento esponenziale della violenza domestica. La reazione all’occupazione di migliaia di piazze da parte di milioni di donne e persone LGBTQA+ che hanno dato vita al movimento femminista e transfemminista globale è stata in molti luoghi una reazione tanto spaventata della forza di questa insorgenza quanto feroce e determinata nel ristabilire un ordine patriarcale ormai contestato alla radice. Una contestazione che però per troppe di noi è ancora una guerra quotidiana che si paga con la vita.

Mentre sui giornali e nei media si continua a parlare di “uomini esasperati” e “follia inspiegabile” – mentre mariti e compagni ammazzano noi o i nostri figli per vendicarsi della nostra ribellione e della nostra disubbidienza – da anni il movimento globale donne rende evidente con le sue proteste e i suoi scioperi di massa di cosa è fatta quella follia. L’aumento della violenza non si è dato solo nelle case: violenza sessuale, molestie sul lavoro, attacchi patriarcali e razzisti contro le donne migranti, durante la pandemia sono diventati non solo fin troppo normali ma anche invisibili, più di quanto non lo fossero già. Contemporaneamente, anche in risposta ai tanti scioperi guidati da operaie migranti, lavoratrici dei servizi e braccianti in tutto il mondo, in Italia su oltre 42 mila dimissioni la metà è stata richiesta da donne, e di queste al 71% sono madri. Sono le stesse a cui non è stata data alcuna alternativa né alcun sostegno economico, trovandosi come è stato per le compagne migranti della Yoox a dover scegliere se essere lavoratrici o madri, se poter essere madri sole o dover sottostare a condizioni familiari non volute. 

Nel frattempo, i ritardi nei rinnovi dei permessi di soggiorno, le condizioni razziste che regolano la cittadinanza anche per le seconde generazioni, le finte sanatorie, i licenziamenti e l’assenza di sussidi per le donne, soprattutto migranti, che in pandemia hanno affrontato il peso più grande e feroce della crisi hanno portato molte donne a non accettare più di sottostare a qualsiasi condizione. Le dimissioni sono state certamente forzate ma anche una forma di rifiuto di uno sfruttamento che ormai è legato a doppio filo con la violenza maschile e patriarcale.

Di fronte a tutto questo, se si toglie il nome altisonante del provvedimento, quello che è previsto dalla circolare INPS non è altro che un cerotto che viene messo su una ferita molto più profonda.

Prima di tutto, come la maggior parte dei sussidi pandemici, anche questo reddito esclude le donne migranti senza permesso di soggiorno. Per accedervi, oltre alla certificazione della violenza subita da parte di un centro specializzato, occorre anche la cittadinanza, o almeno un permesso di soggiorno regolare. Peccato che, come anticipato, i ritardi nei rinnovi dei permessi di soggiorno durante la pandemia siano diventati tali da accrescere il numero delle donne “irregolari” in Italia già decisamente alto, come dimostra anche la beffa della sanatoria della Ministra Bellanova. Una donna, quindi, per poter pretendere di essere libera deve prima di tutto avere i documenti in ordine. Documenti che, tuttavia, quando sono vincolati a quelli del marito o del padre, rendono molto più arduo ribellarsi alla violenza domestica.

Il Reddito di Libertà, inoltre, non è che un reddito della miseria che ammonta a un massimo di 400€ mensili e per un massimo di 12 mesi. Siamo al limite del tragicomico quando si legge che il sostegno è previsto per affrontare “prioritariamente le spese per assicurare l’autonomia abitativa e la riacquisizione dell’autonomia personale, nonché il percorso scolastico e formativo dei figli/delle figlie minori”, sia mai che con ne rimanga qualcosa di quei ben 400€!

La possibilità di proporre la domanda è valida solo fino al 31 dicembre, dopo di che tutte le domande presentate e non accolte nel corso dell’anno per insufficienza di budget saranno definitivamente scartate. Nemmeno per la lotteria degli scontrini i tempi sono stati così ristretti. Infine, di questi fondi, nella loro misera insufficienza, non è nemmeno previsto un nuovo finanziamento per l’anno successivo.

Il movimento femminista e trasnfemminista globale, le Case delle Donne e i Centri antiviolenza chiedono da anni interventi strutturali che possano davvero dare un sostegno economico alle donne che lottano contro la violenza. Le misere risposte governative però confermano che il problema della violenza maschile e patriarcale non è quello delle “inspiegabili follie”, ma è una condizione strutturale del rapporto tra posizione maschile nella società, azione del governo, e ruolo delle imprese. Di questa magnifica somma potranno godere ben 625 donne in tutta Italia, contro le 50.000 donne che ogni anno vengono accolte nei diversi Centri antiviolenza. Questa misura, d’altronde, è il paravento che nasconde il fatto che fino a pochi giorni fa nessuno al governo sembrava preoccuparsi di formulare un nuovo Piano Antiviolenza che sostituisse quello del 2017 scaduto l’anno scorso. Non solo, nel nuovo Piano Antiviolenza 2021-2023 non è compreso un piano organizzativo che definisca chiaramente in che tempi realizzare le azioni proposte. Evidentemente gli oltre 100 femminicidi negli ultimi 11 mesi non sono una ragione sufficiente per gli interventi istituzionali. Questa  misura inoltre tenta di nascondere il fatto che ad oggi solamente il 2% delle risorse stanziate nel 2020 per il funzionamento ordinario dei CAV e delle Case Rifugio risulta erogato, e solo in due regioni: Liguria e Umbria. È una misura che vorrebbe fungere da contentino, ma che non ci dà nemmeno le briciole. 

Noi saremo in piazza a Roma il 27 novembre alla manifestazione chiamata da Non Una di Meno perché la violenza sulle donne è quella che subiamo ogni giorno come donne e come migranti, ed è legata allo sfruttamento sul lavoro, alla disparità economica e al razzismo di un permesso di soggiorno che ci lega a contratti di lavoro che ci vorrebbero disponibili a qualsiasi sfruttamento o ad un marito, un padre, un familiare. Noi invece vogliamo essere libere, libere per davvero. 

 

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