L’inesauribile razzismo della Prefettura sul Centro Mattei

La Prefettura non vuole rinunciare al Centro Mattei. Sono trascorsi anni da quando i migranti del CAS hanno iniziato la loro lotta denunciandone le condizioni di invivibilità, i costanti ritardi dei permessi di soggiorno e lo sfruttamento nei magazzini dell’Interporto. Anche se molti dei migranti che avevano iniziato a pretendere la chiusura del Mattei ne sono ormai usciti, la loro voce non si è mai zittita e la loro lotta continua con quelli che ci vivono oggi. Le condizioni infatti non sono cambiate: il Mattei oggi è più che mai sovraffollato, i migranti sono stipati a dozzine all’interno di container ardenti d’estate e gelidi d’inverno, costretti a mangiare cibo di pessima qualità, privati delle più basilari forme di assistenza sociale e sanitaria e costantemente sfruttati dalle agenzie del lavoro nei magazzini e nei cantieri cittadini. Negli ultimi mesi alcuni operatori sono perfino stati licenziati e mandati a casa per la ragione di non essere “psicologicamente adatti” al ruolo d’ordine che avrebbero dovuto interpretare. L’evidenza della situazione è tale che anche il Comune di Bologna si è espresso più volte in favore della chiusura del CAS e dello spostamento dei migranti all’interno del sistema di accoglienza in appartamento. All’incontro di luglio con il Coordinamento l’assessore Rizzo Nervo ha ribadito di avere la disponibilità di posti in case del progetto SAI impegnandosi a spostare dal Mattei i migranti che sono lì da più tempo. Ma chi oggi lascia il centro lo fa trovandosi autonomamente una stanza.

Il Mattei è ancora lì perché svolge una funzione precisa nell’economia cittadina e regionale. La Prefettura lo sa bene: il centro è il dormitorio dell’Interporto e delle fabbriche di Bologna e dintorni. Cioè dei luoghi dove i migranti lavorano per salari poveri pur di conquistarsi il permesso di soggiorno. E quando superano i 5.900 euro di reddito annuo sono messi fuori dall’accoglienza, come se con quella cifra ci si potesse permettere un alloggio. Il costo della vita per i migranti non è certo tra le priorità per i funzionari della Prefettura, tanto più che vorranno presentarsi come fedeli impiegati del razzismo istituzionale alla nuova prima ministra e al vecchio ministro degli Interni. D’altra parte, ai migranti cacciati corrispondono sempre altri migranti in arrivo. Così il dormitorio è sempre pieno e disponibile per le agenzie del lavoro. Anche quando la direttiva Lamorgese aveva dato la possibilità di aprire gli appartamenti ai richiedenti asilo, la guerra e l’accoglienza delle profughe ucraine sono diventate il pretesto per tenere il centro nelle condizioni di sempre. Mentre il Mattei continua a “ospitare” forza lavoro a basso costo, le profughe ucraine hanno cessato di “essere speciali” agli occhi delle istituzioni e sono state inserite a tappe forzate nei meccanismi ordinari dell’accoglienza. Così, nonostante la crisi, l’economia gira e i migranti corrono a loro rischio e pericolo: per andare al lavoro, per cercarsi un posto per dormire, per avere i documenti, per sfuggire al razzismo che li insegue in tutti questi posti. Il Comune ha introdotto nuove linee notturne di bus per consumatori e avventori del centro città, ma per i migranti che sono costretti a lavorare nei magazzini anche di notte non è cambiato nulla: stanno ancora aspettando che si sblocchi la trattativa con le aziende della logistica per una corsa notturna diretta all’Interporto.

La Prefettura del governo che verrà se lo metta quindi in testa. Non importa quante espulsioni farete e neanche i ricatti e le strategie che userete, i migranti che stanno arrivando al Mattei continueranno vecchie lotte e ne faranno di nuove. C’è una storia di lotte al Mattei che non può essere chiusa. Il razzismo della Prefettura è inesauribile e trova sempre nuovi argomenti e pretesti. Ma i migranti del Mattei risponderanno sempre con nuove lotte.

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