Il diciottesimo giorno. Testimonianza di una compagna iraniana

di SAJEDEH JALALI

Di seguito pubblichiamo un intervento di Sajedeh Jalali, compagna iraniana in diaspora che adesso vive a Francoforte, con cui negli anni abbiamo attraversato le piazze per Mahsa Amini al grido di Jin, Jiyan, Azadi. Contro il silenzio imposto dal regime iraniano dopo le sollevazioni di massa che hanno attraversato le 31 province iraniane, vogliamo dare voce a chi continua a scendere in piazza e a lottare per la propria libertà. Chi insorge non può più accettare l’impoverimento, la violenza patriarcale del regime iraniano contro le donne e contro chi rivendica la propria libertà sessuale, né di essere ridotto a pedina dentro alle logiche e ai conflitti dei governi. Come dice Sajedeh, non è la lotta di un gruppo omogeneo “in nome di astratte fantasie politiche”, ma il rifiuto collettivo della dittatura, della violenza e dell’obbedienza imposta contro un regime patriarcale e teocratico che da decenni soffoca la libertà di minoranze religiose ed etniche e che impoverisce lavoratori e lavoratrici. Insieme a chi scende in piazza in Iran, alle compagne curde che in Rojava continuano a portare avanti la loro lotta in nome di un progetto rivoluzionario, e a chi continua ad opporsi al genocidio che in Palestina prosegue nonostante i tentativi di imporre la pace, scendiamo in piazza questo venerdì alle 18.00 in Piazza del Nettuno a Bologna.

Assemblea Donne del Coordinamento Migranti

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[English and Farsi below]
Sono passati diciotto giorni e con ognuno la tensione cresce. Ieri, dopo cinque giorni di blackout totale, ho finalmente sentito la voce dei miei genitori. Sono riusciti a chiamarmi e a dirmi che mia madre è stata ferita da un fucile a pallini in strada, mentre lei e migliaia di altri manifestanti invadevano la città, infuriati, marciando e lottando a mani nude per i loro diritti contro uno dei regimi più brutali esistenti.
L’attuale ondata di proteste di massa è iniziata il 28 dicembre 2025, innescata inizialmente dal collasso economico: iperinflazione, svalutazione della moneta, aumento della povertà e un’economia in caduta libera. Ciò che era cominciato con i venditori e i negozianti del Gran Bazar di Teheran si è rapidamente diffuso in tutte e 31 le province. Ben presto gli slogan sono passati dalla frustrazione per la situazione economica alla resistenza politica: un’opposizione aperta al regime clericale, cori di “Morte al dittatore” e richieste di un cambiamento sistemico.
Eppure, la rabbia è sempre stata presente, profondamente radicata nel cuore della società iraniana. Ora il fuoco è risorto dalle ceneri. Questa non è la lotta di un solo gruppo o di una sola ideologia. Persone di quasi ogni strato sociale sono in strada: femministe, comunità queer, lavoratori e lavoratrici, studenti, minoranze religiose, gruppi etnici diversi, imprenditori, donne e giovani. Il regime non ha pietà verso nessuno che non sia disposto a sottomettersi alla sua versione di “ideale islamico”.
Le autorità hanno risposto con una repressione violenta: gas lacrimogeni, vere munizioni e un dispiegamento massiccio di forze di sicurezza per disperdere le folle. È stato imposto un blackout quasi totale di internet e della telefonia per isolare la popolazione e cancellarne la visibilità. Eppure alcuni attivisti, forti delle lezioni del movimento Donna, Vita, Libertà, sono riusciti a introdurre nel Paese connessioni satellitari Starlink durante questi giorni bui. Il regime ha intensificato la risposta, andando — secondo quanto riportato — porta a porta per individuare e distruggere qualsiasi apparecchiatura satellitare.
Gli iraniani vivono sotto questa macchina di repressione da più di quarantasette anni. Solo nell’ultimo decennio si sono verificate almeno cinque insurrezioni a livello nazionale, ciascuna seguita da morti, arresti di massa, torture ed esilio forzato. Secondo segnalazioni non confermate, nei soli cinque giorni di blackout del 2026 potrebbero essere state uccise più di 12.000 persone. Queste non sono statistiche. Sono vite, esseri umani insostituibili che sono insorti contro una dittatura teocratica.
Avendo vissuto ventitré anni sotto questo sistema, sono profondamente turbata dal modo in cui la situazione è stata riportata dai media internazionali e nel dibattito pubblico. All’inizio c’è stato silenzio. Poi è arrivata una copertura breve e riduttiva, che ha inquadrato le proteste come una semplice crisi economica. Solo dopo il blackout il mondo ha iniziato a rendersi conto: questa insurrezione potrebbe essere diversa.
All’interno dell’Iran convivono visioni politiche differenti. Alcuni manifestanti invocano il ritorno del principe in esilio; molti altri rifiutano del tutto la monarchia e insistono su futuri femministi, laici, guidati dai lavoratori e radicati nelle comunità. Questa pluralità non è una debolezza: è la realtà di una società che tenta di respirare dopo decenni di repressione. Ciò che unisce le persone non è l’accordo su un unico modello politico, ma un rifiuto condiviso della dittatura, della violenza e dell’obbedienza imposta.
Su un piano più personale, mi ha colpito anche quanto spesso gli europei tentino di “spiegare” l’Iran agli iraniani, mettendoli in guardia dalle manifestazioni o romanticizzando la presunta postura anti-imperialista della Repubblica Islamica. Voglio rispondere con chiarezza: le vite degli iraniani devono contare più delle astratte fantasie politiche. Queste narrazioni cancellano decenni di violenza vissuta, censura, paura e trauma. L’Iran è complesso e non può essere ridotto a scorciatoie ideologiche occidentali. Chiunque voglia parlare con cognizione di causa deve confrontarsi a fondo con la sua storia, con il suo popolo e con le sue lotte.
Fuori dall’Iran, abbiamo una responsabilità. Insieme a reti femministe e collettivi internazionali, siamo solidali con le donne iraniane, le comunità queer, i lavoratori e le lavoratrici e con tutti coloro che resistono alla violenza dello Stato. Le nostre voci, i nostri corpi, le nostre immagini e le nostre piattaforme devono amplificare la loro lotta finché non potranno parlare liberamente. Questa non è solo la lotta dell’Iran; è una lotta globale per la dignità, la libertà e la liberazione collettiva.
Il diciottesimo giorno sta finendo. Il diciannovesimo si avvicina. Ancora niente internet. Ancora quasi nessun filmato riesce a uscire dal Paese. Ancora, la gente è in strada, rischiando tutto per smantellare questo regime.
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Day eighteen
It has been eighteen days, and the intensity grows with each one. Yesterday, after five days of total blackout, I finally heard my parents’ voices. They managed to call and tell me that my mother was shot with pellets in the street, while she and thousands of other protesters were flooding the city, raging, marching, and fighting with bare hands for their most basic rights against one of the most brutal regimes one can witness.
The current wave of mass protests began on December 28, 2025, driven initially by economic collapse: hyperinflation, currency devaluation, rising poverty, and a crashing economy. What started with bazaar merchants and shopkeepers in Tehran’s Grand Bazaar quickly spread across all 31 provinces. The slogans soon shifted from economic frustration to political resistance: open opposition to the clerical regime, chants of “Death to the dictator,” and demands for systemic change.
However, the rage has always been present, deeply ingrained in the heart of Iranian society. Now the fire has risen from the ashes. This is not the struggle of one group or one ideology. People across almost every layer of society are in the streets: feminists, queer communities, workers, students, religious minorities, diverse ethnic groups, business owners, women, and youth. The regime shows no mercy toward anyone unwilling to submit to its version of an “Islamic ideal.”
The authorities have responded with violent repression: tear gas, live ammunition, and mass deployment of security forces to scatter crowds. A near-total internet and phone blackout was imposed to isolate the population and erase visibility. Yet some activists, carrying the lessons of the Woman, Life, Freedom movement, managed to bring Starlink satellite connections into the country during these dark days. The regime has escalated in response, reportedly going door to door to locate and destroy any satellite equipment.
Iranians have lived under this machinery of suppression for more than forty-seven years. Over the last decade alone, there have been at least five nationwide uprisings, each followed by deaths, mass arrests, torture, and forced exile. Unconfirmed reports suggest that during just five days of blackout in 2026, more than 12,000 people may have been killed. These are not statistics. These are lives, irreplaceable human beings who stood up against a theocratic dictatorship.
As someone who lived twenty-three years under this system, I have been deeply disturbed by the way the situation has been reflected in international media and public discourse. At first, there was silence. Then came brief and reductive coverage, framing the uprising merely as an economic crisis. Only after the blackout did the world begin to realise: this might be something different.
Inside Iran, different political visions coexist. Some protesters chant for the return of the exiled prince; many others reject monarchy entirely and insist on feminist, secular, worker-led, and grassroots futures. This plurality is not a weakness; it is the reality of a society struggling to breathe after decades of repression. What unites people is not agreement on a single political model, but a shared refusal of dictatorship, violence, and enforced obedience.
On a more personal level, I have also been shaken by how often Europeans attempt to explain Iran back to Iranians, warning against demonstrations, or romanticising the so-called anti-imperialist posture of the Islamic Republic. I want to answer clearly: Iranian lives must matter more than abstract political fantasies. These narratives erase decades of lived violence, censorship, fear, and trauma. Iran is complex and cannot be reduced to Westernised ideological shortcuts. Anyone who wishes to speak responsibly must engage deeply with its history, its people, and its struggles.
From outside Iran, we carry responsibility. Together with feminist networks and international collectives, we stand in solidarity with Iranian women, queer communities, workers, and all those resisting state violence. Our voices, bodies, images, and platforms must amplify their struggle until they can speak freely. This is not only Iran’s fight; it is a global fight for dignity, freedom, and collective liberation.
Day eighteen is ending. Day nineteen is approaching. Still no internet. Still, almost no footage is leaving the country. Still, people are in the streets, risking everything to dismantle this regime.
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‎هیچ خاموشی‌ای بر مبارزات ما حاکم نخواهد شد! از ایران تا روژاوا: زن، زندگی، آزادی!

‎زنان، افراد ال‌جی‌بی‌تی‌کیو و کارگران در ایران علیه رژیم مردسالار و دین‌سالاری که سال‌ها آنان را سرکوب کرده است، به پا خاسته‌اند. هفته‌هاست که هزاران نفر در برابر سرکوبی ایستاده‌اند که می‌کوشد مبارزاتشان را در هم بشکند.
کسانی که مبارزه می‌کنند، حتی با به خطر انداختن جان خود، دیگر نمی‌توانند دستمزدهای سطح‌پایین، خشونت سیستماتیک علیه زنان، سرکوب کسانی که خواهان آزادی جنسی‌اندرا بپذیرند. ‌آنها دیگر قبول نمیکنند که تبدیل به ابزار کسانی شوند که در منازعات قدرت منطقه‌ای با سلاح، وعدهٔ دموکراسی برای ایران می‌دهند.
این خیزش تنها به ایران محدود نمی‌شود. این مبارزه با سوریه نیز پیوند دارد؛ جایی که زنان مبارز روژاوا در چارچوب یک پروژهٔ انقلابی، به حمله‌ای دیگر پاسخ می‌دهند. همچنین با فلسطین گره خورده است؛ جایی که «صلح» ترامپ نتوانسته نسل‌کشی را متوقف کند و میلیون‌ها نفر همچنان برای آزادی مبارزه می‌کنند.
‎ایستادن در کنار کسانی که قیام می‌کنند، بخشی از سیاست فمینیستی و مهاجرانهٔ فراملی ماست: ما منطق‌های ژئوپلیتیک دولت‌ها را رد می‌کنیم و در کنار زنان، افراد ال‌جی‌بی‌تی‌کیو و کارگرانی می‌ایستیم که علیه اقتدارگرایی، ستم و استثمار مبارزه می‌کنند.

برای سیاستی فمینیستی و ترنس‌فمینیستیِ فراملی، از ایران تا روژاوا، علیه جنگ.

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