di SAJEDEH JALALI
Di seguito pubblichiamo un intervento di Sajedeh Jalali, compagna iraniana in diaspora che adesso vive a Francoforte, con cui negli anni abbiamo attraversato le piazze per Mahsa Amini al grido di Jin, Jiyan, Azadi. Contro il silenzio imposto dal regime iraniano dopo le sollevazioni di massa che hanno attraversato le 31 province iraniane, vogliamo dare voce a chi continua a scendere in piazza e a lottare per la propria libertà. Chi insorge non può più accettare l’impoverimento, la violenza patriarcale del regime iraniano contro le donne e contro chi rivendica la propria libertà sessuale, né di essere ridotto a pedina dentro alle logiche e ai conflitti dei governi. Come dice Sajedeh, non è la lotta di un gruppo omogeneo “in nome di astratte fantasie politiche”, ma il rifiuto collettivo della dittatura, della violenza e dell’obbedienza imposta contro un regime patriarcale e teocratico che da decenni soffoca la libertà di minoranze religiose ed etniche e che impoverisce lavoratori e lavoratrici. Insieme a chi scende in piazza in Iran, alle compagne curde che in Rojava continuano a portare avanti la loro lotta in nome di un progetto rivoluzionario, e a chi continua ad opporsi al genocidio che in Palestina prosegue nonostante i tentativi di imporre la pace, scendiamo in piazza questo venerdì alle 18.00 in Piazza del Nettuno a Bologna.
Assemblea Donne del Coordinamento Migranti
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[English and Farsi below]L’attuale ondata di proteste di massa è iniziata il 28 dicembre 2025, innescata inizialmente dal collasso economico: iperinflazione, svalutazione della moneta, aumento della povertà e un’economia in caduta libera. Ciò che era cominciato con i venditori e i negozianti del Gran Bazar di Teheran si è rapidamente diffuso in tutte e 31 le province. Ben presto gli slogan sono passati dalla frustrazione per la situazione economica alla resistenza politica: un’opposizione aperta al regime clericale, cori di “Morte al dittatore” e richieste di un cambiamento sistemico.
Eppure, la rabbia è sempre stata presente, profondamente radicata nel cuore della società iraniana. Ora il fuoco è risorto dalle ceneri. Questa non è la lotta di un solo gruppo o di una sola ideologia. Persone di quasi ogni strato sociale sono in strada: femministe, comunità queer, lavoratori e lavoratrici, studenti, minoranze religiose, gruppi etnici diversi, imprenditori, donne e giovani. Il regime non ha pietà verso nessuno che non sia disposto a sottomettersi alla sua versione di “ideale islamico”.
Le autorità hanno risposto con una repressione violenta: gas lacrimogeni, vere munizioni e un dispiegamento massiccio di forze di sicurezza per disperdere le folle. È stato imposto un blackout quasi totale di internet e della telefonia per isolare la popolazione e cancellarne la visibilità. Eppure alcuni attivisti, forti delle lezioni del movimento Donna, Vita, Libertà, sono riusciti a introdurre nel Paese connessioni satellitari Starlink durante questi giorni bui. Il regime ha intensificato la risposta, andando — secondo quanto riportato — porta a porta per individuare e distruggere qualsiasi apparecchiatura satellitare.
Gli iraniani vivono sotto questa macchina di repressione da più di quarantasette anni. Solo nell’ultimo decennio si sono verificate almeno cinque insurrezioni a livello nazionale, ciascuna seguita da morti, arresti di massa, torture ed esilio forzato. Secondo segnalazioni non confermate, nei soli cinque giorni di blackout del 2026 potrebbero essere state uccise più di 12.000 persone. Queste non sono statistiche. Sono vite, esseri umani insostituibili che sono insorti contro una dittatura teocratica.
Avendo vissuto ventitré anni sotto questo sistema, sono profondamente turbata dal modo in cui la situazione è stata riportata dai media internazionali e nel dibattito pubblico. All’inizio c’è stato silenzio. Poi è arrivata una copertura breve e riduttiva, che ha inquadrato le proteste come una semplice crisi economica. Solo dopo il blackout il mondo ha iniziato a rendersi conto: questa insurrezione potrebbe essere diversa.
All’interno dell’Iran convivono visioni politiche differenti. Alcuni manifestanti invocano il ritorno del principe in esilio; molti altri rifiutano del tutto la monarchia e insistono su futuri femministi, laici, guidati dai lavoratori e radicati nelle comunità. Questa pluralità non è una debolezza: è la realtà di una società che tenta di respirare dopo decenni di repressione. Ciò che unisce le persone non è l’accordo su un unico modello politico, ma un rifiuto condiviso della dittatura, della violenza e dell’obbedienza imposta.
Su un piano più personale, mi ha colpito anche quanto spesso gli europei tentino di “spiegare” l’Iran agli iraniani, mettendoli in guardia dalle manifestazioni o romanticizzando la presunta postura anti-imperialista della Repubblica Islamica. Voglio rispondere con chiarezza: le vite degli iraniani devono contare più delle astratte fantasie politiche. Queste narrazioni cancellano decenni di violenza vissuta, censura, paura e trauma. L’Iran è complesso e non può essere ridotto a scorciatoie ideologiche occidentali. Chiunque voglia parlare con cognizione di causa deve confrontarsi a fondo con la sua storia, con il suo popolo e con le sue lotte.
Fuori dall’Iran, abbiamo una responsabilità. Insieme a reti femministe e collettivi internazionali, siamo solidali con le donne iraniane, le comunità queer, i lavoratori e le lavoratrici e con tutti coloro che resistono alla violenza dello Stato. Le nostre voci, i nostri corpi, le nostre immagini e le nostre piattaforme devono amplificare la loro lotta finché non potranno parlare liberamente. Questa non è solo la lotta dell’Iran; è una lotta globale per la dignità, la libertà e la liberazione collettiva.
Il diciottesimo giorno sta finendo. Il diciannovesimo si avvicina. Ancora niente internet. Ancora quasi nessun filmato riesce a uscire dal Paese. Ancora, la gente è in strada, rischiando tutto per smantellare questo regime.
هیچ خاموشیای بر مبارزات ما حاکم نخواهد شد! از ایران تا روژاوا: زن، زندگی، آزادی!
زنان، افراد الجیبیتیکیو و کارگران در ایران علیه رژیم مردسالار و دینسالاری که سالها آنان را سرکوب کرده است، به پا خاستهاند. هفتههاست که هزاران نفر در برابر سرکوبی ایستادهاند که میکوشد مبارزاتشان را در هم بشکند.
کسانی که مبارزه میکنند، حتی با به خطر انداختن جان خود، دیگر نمیتوانند دستمزدهای سطحپایین، خشونت سیستماتیک علیه زنان، سرکوب کسانی که خواهان آزادی جنسیاندرا بپذیرند. آنها دیگر قبول نمیکنند که تبدیل به ابزار کسانی شوند که در منازعات قدرت منطقهای با سلاح، وعدهٔ دموکراسی برای ایران میدهند.
این خیزش تنها به ایران محدود نمیشود. این مبارزه با سوریه نیز پیوند دارد؛ جایی که زنان مبارز روژاوا در چارچوب یک پروژهٔ انقلابی، به حملهای دیگر پاسخ میدهند. همچنین با فلسطین گره خورده است؛ جایی که «صلح» ترامپ نتوانسته نسلکشی را متوقف کند و میلیونها نفر همچنان برای آزادی مبارزه میکنند.
ایستادن در کنار کسانی که قیام میکنند، بخشی از سیاست فمینیستی و مهاجرانهٔ فراملی ماست: ما منطقهای ژئوپلیتیک دولتها را رد میکنیم و در کنار زنان، افراد الجیبیتیکیو و کارگرانی میایستیم که علیه اقتدارگرایی، ستم و استثمار مبارزه میکنند.
برای سیاستی فمینیستی و ترنسفمینیستیِ فراملی، از ایران تا روژاوا، علیه جنگ.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
