Per Arlinda e contro la violenza patriarcale: la lotta delle donne in Kosovo

“Spero che non dobbiate rendere conto delle vostre azioni solo quando la mia vita sarà stata tolta”. Arlinda Zekaj aveva scritto questo alla procura di Peja, in Kosovo, chiedendo un intervento urgente contro le minacce dell’ex marito, e solo tre giorni dopo è stata uccisa dal cognato davanti agli occhi del figlio.

Se la Procura aveva risposto ad Arlinda di “non stancarli”, oggi quella risposta torna indietro come un boato nelle strade della capitale kosovara, dove da cinque giorni migliaia di donne protestano per Arlinda e contro la violenza patriarcale, denunciando la complicità di uno Stato che arma le mani dei femminicidi con la propria indifferenza. Già in estate le donne kosovare erano scese in piazza per altre due donne uccise, per smascherare che non si tratta di episodi isolati ma di esplosioni di un sistema che, anche quando non uccide, costringe le donne a convivere con la violenza e l’ordine patriarcale: nelle case, dove si insegna alle ragazze a servire e temere padri e mariti; nelle strade, dove all’infinito si raccomanda loro di fare attenzione; nei luoghi di lavoro, dove lo sfruttamento economico le priva di autonomia e ne rende materialmente più difficile l’allontanamento da compagni violenti e padroni abusanti.

Le donne kosovare però non si arrendono a questo copione firmato patriarcato, e in questi giorni si sono alzate di nuovo, per rovesciarne il finale: esigono il licenziamento dei funzionari responsabili del caso di Arlinda, le dimissioni della ministra della Giustizia e del ministro dell’Interno, e investimenti concreti per prevenire i femminicidi, tra cui alloggi sociali per le donne che cercano di uscire da relazioni violente, politiche mirate all’autonomia e all’indipendenza economica, e una trasformazione del sistema educativo che smetta di recitare le parole del patriarcato.

Ci riconosciamo nelle parole e nella lotta delle donne in Kosovo, che non intendono fermarsi. Insieme alle manifestazioni di studenti, insegnanti, lavoratrici e migranti che da settimane infiammano le piazze dentro e fuori l’Europa, e verso il 25 novembre, anche la loro voce ci chiama a costruire, contro la violenza maschile – che non può fare a meno di razzismo e sfruttamento – una risposta femminista all’altezza del presente, per un futuro che non sia già scritto

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