Il primo giugno Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad sono stati chiusi dentro un minivan e bruciati vivi da due padroncini. Avevano chiesto di essere pagati, di non vivere in dieci in una stanza, di avere uno straccio di contratto. Tre settimane prima, mentre andava a farsi sfruttare nei campi delle raccolte stagionali, Bakary Sako, bracciante maliano, era stato ucciso a coltellate da un gruppo di ragazzini.
La banda che accoltella, il padroncino che dà fuoco a chi pretende un salario, i decreti flussi e le leggi securitarie che fabbricano irregolari, la violenza patriarcale di padri, mariti e padroni che le donne devono combattere rischiando di perdere il permesso di soggiorno: sono pezzi della stessa macchina che mantiene le e i migranti sotto ricatto, in condizioni estreme di sfruttamento e sull’orlo dell’espulsione quando conviene. Questa macchina si alimenta delle politiche migratorie dell’Europa in guerra, come dimostrano gli accordi sul rimpatrio accelerato e sui centri di detenzione nei cosiddetti “paesi terzi sicuri”. Questo razzismo uccide, e quando non uccide impone paura affinché tutte e tutti abbassino la testa. Lo fa quando nega o revoca un permesso, trattiene un salario già misero, sgombera una casa, blocca un ricongiungimento familiare, lascia marcire una pratica in questura. Lo fa quando sfrutta il lavoro nelle fabbriche e negli uffici, nei cantieri, nei campi, nella logistica e nelle case dove sono impiegate migliaia di lavoratrici domestiche. È attraverso il razzismo istituzionale che governo e padroni pretendono di disporre delle e dei migranti, di appropriarsi del loro lavoro, di tenerne sotto scacco ogni possibilità di iniziativa autonoma.
È contro tutto questo che è urgente tornare in piazza, perché anche a Bologna la vita dei migranti è resa impossibile, dai prezzi del mercato immobiliare che mangia i nostri salari sempre più poveri, dagli infiniti mesi che occorrono per rinnovare il permesso di soggiorno, da uno sfruttamento estremo che queste condizioni favoriscono. Si torna in piazza in un contesto complicato anche dalle difficoltà organizzative delle comunità così come delle forze antirazziste, difficoltà che non trovano una soluzione in forum istituzionali calati dall’alto. Nelle scorse settimane ci sono state piazze contro la remigrazione, a Roma e non solo. È un segnale importante che però deve rappresentare solo un primo passo. Per questo, come Coordinamento Migranti e come Assemblea Donne, sabato 20 giugno scenderemo in piazza a Bologna, insieme alle comunità migranti e realtà antirazziste, in contemporanea con il corteo che si terrà a Napoli. La sfida che abbiamo davanti è rompere l’isolamento politico che anni di Bossi-Fini e politiche europee hanno imposto al lavoro migrante e alla possibilità di una sua presa di parola. L’antirazzismo non guarda solo i fascisti e i loro progetti, ma deve farsi carico anche delle condizioni materiali di vita e lavoro delle e dei migranti. Queste sono le difficoltà e le sfide che la nostra organizzazione e quella di tutte e tutti coloro che non rimangono in silenzio di fronte a razzismo, oppressione e sfruttamento che hanno davanti.
Coordinamento Migranti Bologna e Assemblea Donne
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.

