Solidali contro i migranti: il nuovo ordine di rimpatrio europeo

Lunedì primo giugno il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo sui rimpatri che va a inasprire ulteriormente le misure previste dal nuovo regolamento in materia di immigrazione approvato a fine marzo.

Questo nuovo accordo stabilisce l’obbligo di lasciare lo Stato interessato e impone di cooperare con le autorità nazionali per essere rimpatriato. Esso consente inoltre agli Stati membri di istituire centri di rimpatrio in Paesi terzi. Sebbene per diventare esecutivo debba passare l’esame della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo (LIBE) e avere il voto del Parlamento di Strasburgo, questo accordo rappresenta un tassello importante nel processo di armonizzazione europea delle politiche contro donne e uomini migranti. Il regolamento infatti introduce un ordine di rimpatrio europeo (ERO), un foglio di via unico e valido in tutta l’Unione europea che faciliterà il riconoscimento reciproco tra gli Stati delle decisioni di rimpatrio, e stabilisce misure speciali per coloro che potranno essere considerati un rischio per la sicurezza.

L’Europa in guerra, la stessa Europa che retoricamente prende le distanze da Trump e Putin, ne replica l’approccio autoritario per ciò che concerne le politiche migratorie, mostrando che cosa si nasconde dietro all’appello alla sicurezza: lo sfruttamento del lavoro migrante, che viene spremuto con salari da fame e condizioni brutali per alimentare la rendita urbana nelle metropoli (come evidenzia la vicenda del cantiere del consolato USA di Milano), per accrescere il profitto attraverso appalti e subappalti che impiegano migranti e richiedenti asilo nell’industria e nella logistica, nelle fabbriche verdi durante la stagione della raccolta quando i braccianti devono fronteggiare bastoni e persino il fuoco dei caporali o ‘ndraghetisti (come successo nel cosentino). Inoltre, questo nuovo regolamento espone una volta di più le donne migranti alla violenza patriarcale, sia quando migrano per liberarsene e si ritrovano un diniego, sia quando si ritrovano irregolari, esposte alle violenze di padri, mariti o padroni.

Il lavoro migrante è sottoposto al ricatto del permesso di soggiorno da una burocrazia che, mentre succhia costantemente il tempo e il denaro delle e dei migranti costretti ad aspettare mesi e mesi di ritardi “irregolari” per il rilascio e il rinnovo dei loro permessi, con questo regolamento europeo faciliterà la loro espulsione quando non serviranno più. Contro tutto questo occorre prendere parola, organizzarsi e manifestare: lottare contro il razzismo e la sua violenza vuol dire lottare contro le condizioni europee di sfruttamento del lavoro migrante.

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