Non si può parlare di femminismo se noi non siamo incluse. 8 marzo: il TMC da Moria

di Women in Solidarity House – WISH, Lesbos, Greece

 

English → https://www.transnational-strike.info/2021/03/05/you-cannot-speak-about-feminism-if-we-are-not-included-8th-march-the-tmc-speaks-from-moria/ 

 

Viviamo in un mondo in cui le norme e le leggi sono create dai governi e da coloro che sono al potere, ma quelle norme e quelle leggi non li riguardano. Chi è al potere usufruisce dei media per criminalizzare gli oppressi e mantenere i propri profitti e il proprio potere. Il mondo intero sta guardando questa situazione creata apposta per servire gli interessi politici ed economici dei paesi occidentali – come le loro guerre, il commercio di armi e la crescita economica incontrollata. Per realizzare tutto ciò stanno trasformando i nostri paesi in luoghi insicuri. Quando abbiamo bisogno di migrare alla ricerca di un futuro migliore, ci puniscono con i loro confini militarizzati, i campi, i tempi di attesa infiniti e le procedure di asilo senza senso, legittimate dagli accordi sanguinari stretti tra di loro.

Siamo le donne migranti che hanno vissuto il peggiore campo del mondo, Moria, e ora stiamo assistendo alla nascita di Moria 2.0, costruito dopo che il primo è andato a fuoco. I politici stanno cercando di realizzare qui la loro politica criminale e disumana, lontano dagli occhi del resto del mondo. Siccome vogliono continuare a raccontare menzogne su Moria e i problemi che i migranti stanno vivendo, minacciano le persone che stanno mostrando la realtà attraverso le immagini. Ora fotografare il campo è proibito e chi lo fa è minacciato di deportazione o di cancellazione dello status di rifugiato. Stanno cercando di limitare e mettere a tacere le manifestazioni dei migranti. Quando vogliamo parlare dei nostri problemi, la polizia ci attacca violentemente con gas lacrimogeni. Siamo sostenuti da numerose persone solidali, ma allo stesso tempo molte ONG occidentali cercano di sfruttare il nostro lavoro per aumentare i loro profitti. Lavoriamo senza limiti di orario, con salari ridicoli e spesso perfino gratis come loro volontari. Le nostre immagini di sofferenza sono usate da loro per ricevere sempre più donazioni.

Noi, come donne migranti, viviamo le peggiori condizioni nel campo. Il campo non è sicuro per noi, le condizioni igieniche sono terribili e ancora più difficili per le donne. Le donne sono disposte a tutto pur di far sentire la propria voce e rifiutare di essere passive di fronte alle situazioni di violenza e ingiustizia che subiscono. I nostri corpi bruciano a causa dell’ingiustizia e dell’abbandono. L’esercizio di mantenerci in vita mette a rischio la nostra stessa vita. Il sistema ci vuole morte. Anche se non è in grado di sentirci non significa che siamo silenziose e non resistiamo. Non siamo mai state veramente silenziose. Se faceste attenzione, potreste sentire le nostre voci tra le tende di questo campo della vergogna, tra i rumori delle lotte nel campo, tra le grida di tanti che non ne potevano più. Stiamo ancora cercando un modo per liberarci, alzare la voce e farci sentire in ogni modo anche se la maggior parte del mondo continua a ignorarci.

Come donne migranti che provengono da culture patriarcali e da paesi dove le donne sono oppresse dagli uomini, oltre a questo, affrontiamo anche un sistema razzista e le pressioni di una procedura di asilo ingiusta e iniqua. In questa situazione, in quanto donne che vivono in un mondo patriarcale dobbiamo prenderci cura dei bambini e della famiglia e ci si aspetta che provvediamo al cibo mentre siamo bloccate su quest’isola, il che ci fa affrontare ancora più problemi. Noi come donne migranti stiamo affrontando una doppia discriminazione e oppressione da parte del potere patriarcale e razzista. Quando veniamo in Europa, sperimentiamo l’islamofobia anche da persone che si definiscono femministe, mentre il femminismo dovrebbe significare autodeterminazione. Come possiamo lottare insieme contro il patriarcato se non siamo solidali tra donne?

Se nessuno alza la voce per noi, dobbiamo essere solidali e lottare l’una per l’altra. Le donne sostengono le donne. Sappiamo che le persone LGBTQI+ subiscono la stessa oppressione patriarcale e che lottano contro il patriarcato come noi e vogliamo essere solidali nella nostra lotta e nella resistenza. Finché i nostri corpi, la nostra sessualità e i nostri diritti sono decisi e giudicati da altri, non possiamo parlare di uguaglianza. Siamo tutte unite contro il patriarcato e contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti portato avanti dal sistema neoliberale europeo. Muri, recinzioni e campi di concentramento nei confini della Fortezza Europa sono la conseguenza di un triplice sistema di oppressione: patriarcato, colonialismo e capitalismo. Tre sistemi di oppressione connessi e articolati. Tre sistemi che si costruiscono l’uno sull’altro, che si alimentano a vicenda. Non possiamo denunciarne uno senza denunciare il tutto. Non possiamo capirne uno senza capire il sistema. Se vogliamo distruggerne uno, dobbiamo distruggerli tutti.

Nonostante le terribili circostanze in cui siamo bloccate, stiamo ancora cercando modi per continuare a resistere e costruire un futuro più giusto. Ci rivolgiamo alle donne d’Europa e del mondo intero. Non abbiamo diritti. Dobbiamo costruire ponti che ci permettano di essere più forti, di arrivare più lontano, di distruggere le frontiere. Quei confini che dividono anche le donne, che ci impediscono di riconoscerci. Non si può parlare di femminismo se noi non siamo incluse. Il sistema non cadrà se non cadono le frontiere. Perché la sorellanza è la via. Rompere il patriarcato, rompere le frontiere!

Mandiamo la nostra solidarietà a tutti i collettivi di donne del Coordinamento Transnazionale dei Migranti e sosteniamo lo sciopero transnazionale dell’8 marzo. Crediamo che dobbiamo lottare ogni giorno per i nostri diritti. Se ci fermiamo noi si ferma il mondo.

 

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