Le lavoratrici domestiche migranti combattono per i propri diritti.


Al sindacato Inicjatywa Pracownicza (Iniziativa dei Lavoratori) si è unito il Comitato delle Lavoratrici Domestiche, la prima struttura sindacale polacca per le lavoratrici domestiche, composta interamente da migranti ucraine. Infatti, sempre più spesso, le donne ucraine arrivano in Polonia per lavorare come lavoratrici domestiche, assistendo bambini, anziani e persone disabili.

– “Per il nostro sindacato l’impegno più importante è lottare per la legalizzazione universale del lavoro (domestico Ndr), dice Ruslana Poberezhnyk, membro del direttivo del nuovo comitato. “Al momento la maggior parte di noi lavora senza contratto, in nero. Questo significa che non paghiamo i contributi per la previdenza sociale, non abbiamo nemmeno un medico. L’orario di lavoro non è regolamentato così come le nostre mansioni. A molte ragazze assunte come badanti viene richiesto di pulire, cucinare, somministrare farmaci e fare addirittura iniezioni” – continua – “Il nostro diritto al riposo e al tempo libero non è rispettato. I nostri datori di lavoro si aspettano una disponibilità lavorativa di 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana. Il tutto per un salario che è appena al di sopra del salario minimo polacco”.

Poberezhnyk racconta che l’idea di fondare un sindacato l’ha convinta subito. – “Prima, quando qualcuna veniva truffata o non veniva pagata dalla famiglia in cui lavorava, una di noi interveniva, cercando di parlare coi suoi datori di lavoro tentando di farle ottenere il salario che le spettava, lottavamo per lei. D’ora in poi, invece, potremo intervenire non come persone private, ma come sindacato. Questo ci conferisce possibilità di azioni legali, è un modo per fare pressione sui datori di lavoro”, spiega. “Il vuoto normativo sul lavoro domestico e di cura degli anziani, la differenza dei salari in Polonia e Ucraina e la crisi del sistema di cura in Polonia sono sfruttate ampiamente dalle agenzie dell’impiego. Alcune operano in Polonia, altre in Ucraina. Alcune delle iscritte al sindacato lamentano che le agenzie non proteggono in nessun modo i loro interessi – non garantiscono un contratto, a volte nemmeno il permesso di soggiorno. Spesso i contratti sono firmati solo dai datori di lavoro “Il figlio della signora per cui faccio la badante paga ogni mese l’agenzia per cui lavoro per mediare e garantire una sostituta nel caso in cui io dovessi lasciare il lavoro o ammalarmi”, racconta un membro del comitato.

Ad ogni modo, lo scopo del sindacato non è solo quello di combattere contro lo sfruttamento da parte delle agenzie, né di fare solo pressioni sui singoli datori di lavoro. Secondo le lavoratrici domestiche sono necessarie delle campagne indirizzate allo Stato e alle autorità locali. “Lo Stato deve riconoscere che le famiglie hanno bisogno di supporto nell’assistenza degli anziani. Al momento, chi assume legalmente una tata per bambini sotto i tre anni non deve pagarle la previdenza sociale – spiega Poberezhnyk. – Abbiamo bisogno che il governo faccia pressione dall’alto per legalizzare il nostro lavoro, ottenere contratti che siano in regola, pagare le tasse e i contributi al sistema di previdenza sociale. Fra l’altro – aggiunge – questo sarebbe vantaggioso per lo stato stesso perché permetterebbe di ridurre l’economia sommersa”.

Membri del sindacato per mesi, anche prima della creazione ufficiale del comitato, sono stati in contatto con persone che fanno lavori simili a Chicago, negli Stati Uniti. Lì ci sono badanti e lavoratrici domestiche iscritte alla Coalizione delle Lavoratrici Domestiche dell’Illinois che hanno raggiunto vittorie significative nella lotta per delle condizioni di lavoro decenti. Il sindacato americano, come il comitato dei Worker Initiative (IP), è costituito per lo più da donne migranti – la maggior parte messicane e polacche. Due anni fa sono riuscite a far approvare una legge firmata dal governatore dello stato che assicura diritti fondamentali come il salario minimo e il diritto al riposo, e volta a contrastare la violenza, le molestie e il mobbing sul lavoro. – “Anche in Polonia vogliamo adottare soluzioni simili” dichiara Poberezhnyk.

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