Mentre si presenta al mondo come un difensore del popolo palestinese, Erdogan sfrutta la guerra per rafforzare il proprio potere in Occidente e nei confronti del mondo islamico. Verso l’interno, questa legittimazione internazionale permette di portare avanti le sue politiche autoritarie e patriarcali. È recente la proposta di un disegno di legge, noto come “11° Pacchetto Giudiziario”. Le misure proposte prevedono di criminalizzare comportamenti ed espressioni contrari al “sesso biologico e alla morale pubblica”, con pene detentive fino a tre anni. Persino le cerimonie di unione simboliche tra persone dello stesso sesso, che non hanno alcun valore legale, potrebbero essere punite fino a quattro anni di carcere, e l’età minima per l’accesso alle cure di affermazione di genere aumenterebbe da 18 a 25 anni.
Se venissero approvate, queste misure potrebbero essere utilizzate come base giuridica per chiudere associazioni, collettivi universitari LGBTQIA+, per perseguire penalmente i partecipanti alle manifestazioni femministe dell’8 Marzo o al Pride, e per criminalizzare l’uso di siti e app di incontri popolari tra le persone o semplicemente per punire chi vive e ama fuori dagli schemi sessuali imposti dal governo turco come se fossero gli unici legittimi e ‘naturali’. Questo è un disegno di legge che prende di mira donne e uomini che si oppongono al governo turco rivendicando la libertà sessuale e che in questi anni si sono organizzati collettivamente contro il regime repressivo e autoritario di Erdogan.
Un governo guidato da un uomo che ha dichiarato il 2025 “l’anno della famiglia”, assegnando 16 miliardi e 666 milioni di lire turche, cioè quasi 350 milioni di euro, alla “Protezione e al rafforzamento della famiglia”. Il calo del tasso di natalità, secondo il presidente turco, è una “minaccia” dovuta alle donne che non vogliono figli e alle persone LGBTQIA+ che minano la “santità dell’istituzione famigliare”. I figli e le figlie, per contrastare il calo demografico, dovrebbero essere almeno “tre, ma meglio se quattro o cinque per famiglia”, così potranno diventare forza lavoro da sfruttare per i profitti o per portare avanti la riproduzione sociale, oppure essere sacrificati sull’altare della nazione o in guerra. Questa ingiunzione arriva nel giorno in cui Esma Dikan, madre di tre figli e operaia di una fabbrica di profumi, ha perso la vita a causa di un problema di sicurezza sul luogo di lavoro. Secondo Erdogan bisogna fare figli senza un minimo di welfare, mentre l’inflazione è galoppante e la spesa militare aumenta.
La difesa della santa istituzione della famiglia in realtà protegge uomini violenti, resi ancora più potenti dall’ennesimo aggiramento della legge promosso da Erdogan, per cui non vi è più eguale distribuzione dell’eredità tra uomini e donne ed è legalizzata in questo modo la disuguaglianza e con essa la dipendenza economica delle donne, che le espone ancora di più alla violenza maschile. Quella del governo turco non è solo una mossa ideologica: è la costruzione di un’impalcatura burocratica e legale che mira a frenare la libertà sessuale delle donne e a giustificare i femminicidi. La morte di Rojin Kabaişin, una giovane curda trovata nel lago di Van, rappresenta l’esempio di come in Turchia i casi di morte sospettati di essere femminicidi non vengano sottoposti a indagini, specialmente quando queste potrebbero coinvolgere uomini di potere vicini al governo. Le autorità, invece di difendere le donne, applicano politiche securitarie che producono un clima di colpa individuale per la violenza subita. Tutte le istituzioni dello Stato, i tribunali, i giudici, le forze di sicurezza, i medici dei centri di medicina legale lavorano per nascondere il fatto che la violenza contro le donne è strutturale. Coloro che alzano la voce contro tutto ciò — giornaliste e giornalisti, studenti, artiste e artisti, avvocate e avvocati, attiviste e attivisti, politici — vengono arrestati, trascinati in lunghi e dolorosi processi penali, e la ricerca della giustizia viene respinta nella maniera più severa.
L’uscita del testo preliminare dell’“11° Pacchetto Giudiziario” in un periodo in cui si sta accelerando il processo di “democratizzazione” della Turchia tramite la pace con i curdi – che significa cessazione delle persecuzioni e riconoscimento della realtà curda a livello sociale e giuridico – non è una coincidenza. Se già nel 2020 il governo turco con una legge omnibus attaccava apertamente le donne e le comunità LGBTQIA+ mentre commissariava le università e i municipi curdi per limitare ogni tentativo di lotta, negli ultimi anni l’attacco contro le persone LGBTQIA+ si è costantemente intensificato. Nella prospettiva di Erdogan, si tratta di dividere lotte che negli ultimi anni si sono strettamente intrecciate allo scopo di soffocare ogni opposizione politica, la libertà sessuale, e di legittimare la violenza patriarcale come intoccabile pilastro della ‘sacra famiglia’. Instaurare una gerarchia tra le identità diventa il modo per evitare il rischio che le varie componenti della società si uniscano. Come dicono le militanti di una nuova iniziativa LGBTQIA+, “La pace non può essere parziale”, e aggiungono che la nuova proposta di legge, “sotto la veste giuridica, è un tentativo di ingegneria sociale. Con le politiche del decennio sulla famiglia e sulla popolazione, viene imposto un modello sociale eteronormativo e si cerca di spezzare le lotte identitarie. In questo modo, la solidarietà tra il movimento di soluzione democratica del popolo curdo e quello LGBTQIA+ viene indebolita e la società viene divisa nuovamente secondo le identità.” Così, mentre il regime di controllo costruito dallo Stato con la retorica della moralità e della famiglia si consolida, ogni voce critica delle politiche di guerra o delle operazioni militari riceve una risposta repressiva, secondo la linea nazionalista e militarista che marchia quelle voci come ‘tradimento della propria patria’. Affermando la sua legittimità sul piano internazionale Erdoğan riesce a esercitare un potere coercitivo e autoritario dentro i confini turchi.
Tutto questo non ha messo a tacere il Congresso dei Centri Antiviolenza e dei Rifugi per le Donne, i movimenti studenteschi e le associazioni LGBTQIA+, che hanno organizzato conferenze stampa in 18 diverse città, con azioni nei campus e nelle piazze dichiarando che, nonostante l’attacco, non rinunceranno alla loro lotta e a renderla visibile. Associazioni femministe hanno protestato contro la violenza patriarcale legittimata dal governo, contro i femminicidi e contro l’attacco alla libertà sessuale. Molti collettivi curdi hanno reclamato la liberazione delle e dei palestinesi a partire dalla propria lotta contro l’oppressione etnica e politica. Se Erdoğan gioca a mettere un’identità contro l’altra, è ancora più necessario rispondere con lotte collettive, capaci di opporsi a un governo che ha fatto della violenza patriarcale e del razzismo i suoi cavalli di battaglia, e smascherare la sua pretesa di stare dalla parte dei palestinesi mentre si arma per essere pronto alla guerra dentro e fuori dai confini turchi. Nessuna opposizione alla violenza maschile e alla guerra può essere solo nazionale, ma è importante guardare al di fuori dei confini allo scopo di riconoscere che l’autoritarismo patriarcale e razzista si fa strada ovunque proprio grazie alla legittimazione della guerra. E per questo il 25 novembre saremo in piazza insieme alle donne turche e curde e alle persone LGBTQIA+ che, nonostante la censura e i continui arresti, continuano a far sentire la propria voce. Saremo in piazza per tutte le donne che non hanno più voce e per quelle la cui voce viene messa a tacere ogni giorno: nei luoghi di lavoro, nei tribunali, nelle case, per le strade. Se la guerra offre l’occasione di soffocare e mettere a tacere le lotte e ostacolare le loro intersezioni, l’intersezione transnazionale delle nostre voci dall’Italia alla Turchia, dalla Polonia all’America Latina, è ancora più necessaria per una lotta femminista e migrante contro la violenza.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
