di ASSEMBLEA DONNE DEL COORDINAMENTO MIGRANTI BOLOGNA
La violenza maschile contro le donne non è mai stata così centrale e visibile. I femminicidi che non si fermano, gli stupri ripetuti su donne di ogni età rivelati dagli Epstein files, il DDL Bongiorno che fa del consenso un cavillo giuridico, milioni di donne migranti sovrastate dal razzismo. Stiamo ascoltando il ringhio arrabbiato di un patriarcato ferito che cerca di riprendersi lo spazio che gli abbiamo tolto. Dagli Stati Uniti all’Italia le politiche della famiglia sono messe in pratica contro le donne e aggrediscono la libertà sessuale e le identità di genere che sfuggono all’ordine naturale dei sessi. Lavoratrici e migranti fanno lavori impossibili per salari sempre più bassi. E poi c’è la guerra che dilaga e impone prezzi altissimi. Dopo aver spazzato via la vita di più di cento bambine in Iran, le bombe di Trump e Netanyahu rischiano di soffocare il grido “Donna, vita, libertà” che fino a pochi mesi fa ha guidato chi ha sfidato l’oppressione del regime islamista. Mentre i fronti si espandono e in Ucraina, Palestina e Rojava si continua a vivere e a lottare sotto le bombe, la guerra restringe gli spazi della lotta in ogni parte del mondo, cambia radicalmente le nostre condizioni di vita e di lavoro e travolge la nostra capacità di organizzarci. Per questo l’iniziativa femminista e transfemminista non è mai stata così necessaria, nonostante le difficoltà che il movimento sta vivendo. A pochi giorni dallo sciopero e dalle mobilitazioni dell’8 e 9 marzo, ci chiediamo come essere all’altezza di eventi che corrono troppo in fretta, che frammentano le lotte, e come impedire che la frammentazione diventi impotenza. Nel disordine accelerato del presente, dovremmo avere il coraggio di tornare a discutere del problema dell’organizzazione femminista.
Ci sono battaglie che è necessario continuare senza esitazioni. Prima di essere ‘scoperto’ dagli Epstein files, l’intreccio tra affari e violenza maschile che sostiene l’omertà e l’impunità patriarcale è stato portato alla luce dalle donne. Da quelle che hanno subito direttamente la violenza di Epstein e dei suoi centinaia di complici, e da milioni di donne e persone lgbtqia+ che gridano non una di meno ormai da anni. Questa lunga presa di parola non si è fermata: il 28 febbraio in migliaia hanno manifestato a Roma insieme ai Centri antiviolenza per dire che “senza consenso è stupro”. Su questo non dobbiamo arretrare, ma l’efficacia della lotta dipende dal riconoscimento delle condizioni in cui la portiamo avanti. La libertà di acconsentire non è per tutte la stessa. La possibilità del consenso è sotto ricatto per una lavoratrice molestata dal datore di lavoro, per una migrante senza documenti di fronte a un agente di frontiera, per una donna che vive in territorio di guerra. Abbiamo sempre sostenuto che la violenza patriarcale è strutturale. Per dare significato a queste parole, dobbiamo lottare contro tutti i modi in cui essa opera nella società prima di arrivare in tribunale.
Organizzarci contro la violenza maschile per noi significa stabilire a chi parliamo, con quali parole, quali terreni di lotta indichiamo e pratichiamo. Noi crediamo che il razzismo sia un terreno essenziale dell’iniziativa femminista, ma per lottare contro di esso non basta dichiararlo: dobbiamo riconoscere come sta cambiando. Oggi il razzismo è parte della politica militarista, è un’esibizione di potenza degli Stati nel mondo in guerra, è una pratica di normalizzazione della violenza. Per questo sono così visibili l’arbitrio armato dell’ICE negli Stati Uniti e la guerra contro i migranti dell’Unione Europea, che ha limitato ancora di più il diritto d’asilo e prepara deportazioni nei paesi terzi ispirandosi al “modello Albania”. Il governo Meloni si unisce a queste esibizioni di potenza legittimando il razzismo in ogni ambito della società, e allo stesso tempo approva quote ‘speciali’ per l’ingresso di diecimila lavoratrici della cura, che dovranno compensare la distruzione del welfare in cambio di salari poveri. L’isolamento domestico contro cui lottiamo è riprodotto dal razzismo istituzionale, la cui visibilità militarista condanna all’invisibilità le donne migranti e le espone ancora di più alla violenza e alle molestie sul lavoro. Opporci al razzismo significa nominare e denunciare le condizioni di vita e lavoro che produce e soprattutto riconoscere che non colpisce solo le donne migranti, ma ci riguarda tutte.
Organizzarci per noi significa trovare il modo per fare del femminismo una lotta necessaria per tutte le lavoratrici. La bocciatura del congedo parentale paritario da parte della Commissione bilancio non è una scelta tecnica, ma politica. Usando la scusa della mancanza di soldi, il governo Meloni continua a sostenere una divisione sessuale del lavoro che irrigidisce la famiglia patriarcale, scarica sulle madri la cura di figlie e figli e le danneggia come lavoratrici. Per tutti e tutte fare gli straordinari oggi è l’unico modo per guadagnare di più. Inchiodate al lavoro riproduttivo, però, le donne possono fare gli straordinari solo a costo di lavorare il triplo. Così si spiega il famigerato gender pay gap. Mentre la guerra risucchia i salari, è allora decisivo fare del salario un terreno di lotta femminista. Non basta un elenco di rivendicazioni che sono sempre le stesse mentre il mondo corre in un’altra direzione. Dobbiamo trovare i modi per aggredire con tutte le nostre forze l’impalcatura patriarcale dello sfruttamento.
Il patriarcato sta cercando di riprendersi lo spazio che gli abbiamo tolto, ma non ha soffocato le molte lotte che lo sfidano e con le quali dobbiamo connetterci, ribellandoci al silenzio che ci impone la guerra. Ogni giorno le insegnanti difendono la possibilità di un’educazione capace di contrastare la cultura della violenza maschile e lottano contro la precarietà infinita del loro lavoro, contro una scuola che riproduce gerarchie sessiste, razziste e di classe, contro il militarismo che sale in cattedra. Studenti e studentesse rifiutano l’educazione al silenzio, costruiscono spazi di confronto e si organizzano per lottare contro l’autoritarismo e il militarismo e scioperano contro la minaccia di reintroduzione della leva militare. In Rojava, le donne curde stanno difendendo con tutte le loro forze il progetto femminista rivoluzionario per cui hanno combattuto per anni. E un progetto femminista è più che mai necessario contro la violenza coloniale che cerca di soffocare la pretesa di libertà delle donne, uomini e persone lgbtqia+ palestinesi su cui incombe la “pace” trumpiana.
Per organizzarci non ci basta fare riferimento agli scioperi d’autunno contro il genocidio, come se potessimo riprodurli in una situazione completamente mutata, e nemmeno possiamo affidarci alla storia decennale dello sciopero transfemminista, correndo il rischio di farne un rito. Chi ha messo in movimento questi scioperi vive e lavora in condizioni diverse, separate da confini geografici, differenze contrattuali, dai documenti che porta in tasca, dall’esperienza imposta dal colore della pelle, dall’identità vissuta o trasformata in pratica politica. Nessun discorso rappresenta tutte queste posizioni e nessuna di noi può dichiarare di avere in tasca la verità del femminismo o del transfemminismo. La verità, semmai, è che dobbiamo fare i conti con la nostra insufficienza in questo tempo che corre più veloce delle nostre lotte. Non basta un appello all’intersezionalità per contrastare insieme violenza patriarcale, razzismo e sfruttamento: dobbiamo sapere come si stanno trasformando. L’8 e il 9 marzo allora saremo in piazza, scommettendo una volta di più sulla forza femminista e transfemminista. Ma se non vogliamo che questa forza si disperda, il giorno dopo dovremo cominciare ad affrontare apertamente e collettivamente il problema dell’organizzazione, riconoscendo l’insufficienza di ciò che abbiamo e accettando il rischio di immaginare quello che ancora ci manca.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
