La Questura di Bologna è ancora in lockdown: tempi infiniti per rinnovare i permessi

Il 31 agosto è scaduta la proroga dei tempi per il rinnovo dei permessi di soggiorno concessa dal governo durante la fase acuta della pandemia. La vita dei migranti è così tornata alla normalità che precedeva il virus: una normalità segnata dal ricatto del lavoro e del reddito, fatta di trafile burocratiche e attese infinite. Già a luglio avevamo chiesto che tutti i permessi accumulati nei mesi della pandemia fossero rinnovati d’ufficio e che tutte le domande d’asilo e i ricorsi fossero accolti al più presto, per evitare che i migranti vivessero una quarantena infinita. Quell’appello è caduto nel vuoto. Ad oggi, per una domanda di rinnovo del permesso per lavoro tramite Poste italiane, l’appuntamento soltanto per le impronte digitali viene concesso dopo quattro mesi. È evidente che i tempi per la consegna si allungheranno oltre l’anno, quando la legge prevede un massimo di 90 giorni. Per i permessi – per motivi familiari, sanitari e permessi speciali – la cui richiesta di appuntamento in Questura avviene online su cupa-project.it, il sito web è da agosto completamente inutilizzabile. Per le domande che riescono ad essere esaminate, invece, i controlli sui requisiti non tengono assolutamente conto che, a causa della pandemia, molti e molte migranti hanno perso il lavoro, non hanno goduto dei sussidi governativi, hanno perso la casa dove lavoravano, oppure semplicemente hanno lavorato ancora meno del solito.

Sempre più imprese, agenzie e cooperative non si accontentano della ricevuta che certifica la domanda di asilo o la richiesta di rinnovo. I padroni non hanno problemi a lasciare a casa i migranti per evitare ogni problema o preferiscono assumerli in nero. Per i richiedenti asilo che vivono nei centri di accoglienza in attesa (ormai da più di due anni) che venga esaminata la domanda di asilo, il blocco degli appuntamenti vuol anche dire aumentare il rischio di contagio. Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto. Per quelle il cui permesso dipende dai ricongiungimenti familiari il blocco degli appuntamenti implica restare per mesi in sospeso, senza tessera sanitaria e quindi senza servizi medici, senza una residenza, senza poter risultare nel nucleo familiare o frequentare una scuola di italiano, senza poter ottenere detrazioni, assegni o sussidi. Il visto per motivi familiari – con cui arrivano anche i figli e le figlie dei e delle migranti – va trasformato in permesso di soggiorno entro novanta giorni e se il blocco degli appuntamenti continua in centinaia si troveranno senza documenti, di fatto clandestine a casa loro. Questo per molte significa anche dover combattere da sole la violenza maschile.

Questa situazione non è dovuta alle difficoltà della pandemia. È il risultato delle leggi razziste che da anni legano la permanenza dei migranti in Italia a un pezzo di carta, a requisiti insensati, a labirinti burocratici e continue valutazioni. Ciò, tuttavia, non giustifica il cinismo con cui Questura e Prefettura stanno giocando con le vite delle e dei migranti. Noi chiediamo che venga immediatamente sbloccata la possibilità di fissare appuntamenti, che tutte le richieste di rinnovo del permesso accumulate negli ultimi mesi vengano accolte d’ufficio, che tutte le domande d’asilo e tutti i ricorsi siano esaminati e accolti in fretta. Per questo scenderemo in piazza sabato 17 ottobre quando in diverse città dentro e fuori i confini dell’Europa donne e uomini migranti rivendicheranno un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, per potersi muovere liberamente contro il ricatto dei documenti che in Italia è imposto dalla legge Bossi-Fini e dalle leggi Salvini.

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