Il 22 e il 25 novembre saremo in piazza con i Centri antiviolenza femministi e Non una di meno. Ribadire il nostro rifiuto della violenza maschile sulle donne e della violenza di genere è necessario, quando cresce il numero di femminicidi e si moltiplicano gli attacchi alla nostra libertà. Abbiamo bisogno di parole e pratiche all’altezza di questi attacchi se vogliamo che la nostra lotta non si esaurisca in un momento. La violenza maschile si sta intensificando nel mondo in guerra. La priorità del riarmo e della sicurezza sta travolgendo le nostre condizioni di vita e di lavoro e alimenta la proliferazione di politiche razziste e autoritarie. Eppure, gli scioperi e i blocchi del 22 settembre e del 3 ottobre contro il genocidio in Palestina hanno aperto uno spazio né previsto né immaginato. Il rifiuto del genocidio ha attivato centinaia di migliaia di donne, persone lgbtqia+, lavoratrici, migranti e figlie di migranti che hanno scioperato e praticato i blocchi, ma è ancora aperta la sfida di legare al rifiuto della guerra le loro lotte quotidiane contro la violenza patriarcale, il razzismo e lo sfruttamento.
Abbiamo detto molte volte che la guerra è la massima espressione della violenza patriarcale, ma non possiamo stabilire facili equazioni tra femminicidi e genocidi come manifestazioni della stessa logica maschile, predatoria e coloniale, che colpisce i corpi, i popoli e la terra. La guerra non è una metafora: travolge milioni di donne, che su tutti i fronti sono inchiodate al ruolo sociale di madri affinché diano vita a soldati pronti a morire per la patria. Migliaia di donne sono ammazzate affinché non possano più dare figli a un popolo considerato nemico, come è accaduto a Gaza e in Sudan, dove a fine ottobre le forze paramilitari hanno attaccato una clinica ostetrica uccidendone centinaia. Migliaia sono stuprate sotto ogni bandiera, e in guerra la violenza sessuale non risparmia neanche i detenuti politici come quelli rinchiusi nelle carceri israeliane, dove è usata per affermare la superiorità virile di cui la guerra stessa si nutre. Per le donne che riescono a scappare, la guerra significa incontrare il razzismo e lo sfruttamento. Questo sta succedendo a milioni di ucraine che sono fuggite per poi ritrovarsi – in Germania come in Polonia o in Italia – senza i sussidi speciali che all’inizio della guerra gli Stati europei avevano concesso loro per dimostrarsi democratici, e che ora stanno tagliando per riarmarsi. La guerra scaraventa le donne nell’incubo della riproduzione della vita in un territorio bombardato, occupato e raso al suolo, e stringe le maglie della divisione sessuale del lavoro anche nei processi di ricostruzione tanto ambiti dal capitale transnazionale. Nonostante tutto questo, il rifiuto della guerra non coincide immediatamente con la lotta al patriarcato e alla violenza maschile, né questa lotta è sempre espressione di quel rifiuto. Per intrecciarli dobbiamo partire da queste condizioni materiali, riconoscendo che la guerra colpisce le donne in modo specifico, rinsalda la loro identificazione con la maternità, fa della violenza maschile una pratica ordinaria, riproduce il loro sfruttamento patriarcale e razzista. Per questo ci riguarda tutte.
È necessario riconoscere che la guerra ha effetti anche dove non è combattuta. Sindacati, partiti e movimenti oggi si scagliano giustamente contro l’“economia di guerra”, denunciando lo spostamento di risorse dal welfare al riarmo. Il problema della manovra finanziaria del governo Meloni, però, non sono solo i tagli, ma quale significato assumono le sue solite politiche familiste e nataliste nel contesto della guerra. La manovra cerca di conquistare consenso con politiche di pari opportunità destinate alle madri, preferibilmente sposate, con almeno due o tre figli. Si tratta di bonus che non compensano nemmeno lontanamente l’impoverimento dei salari. Al contrario, la manovra prevede sgravi fiscali per i padroni che trasformano i contratti a tempo pieno delle madri in contratti part-time. In questo modo, si rafforza l’idea che le donne (che già sono le principali fruitrici del part-time) siano destinate alla cura, mentre il loro salario sarà sempre più basso. Le agevolazioni fiscali su premi di produzione, straordinari e lavoro notturno, che mirano ad aumentare lo sfruttamento di tutto il lavoro, avranno lo stesso effetto, perché a causa del doppio carico di lavoro le donne non potranno allungare la loro giornata lavorativa. Non tutte le donne, poi, sono madri e molto poche hanno tre figli: la manovra non offre nulla a milioni di lavoratrici che continueranno ad avere un lavoro povero, mentre non smetteranno di occuparsi di malati e anziani. Tra queste, pochissime potranno beneficiare del fondo per le cosiddette caregiver, che sarà riservato esclusivamente a chi ha redditi inferiori a 15mila euro l’anno. Allo stesso tempo, il governo ha prorogato il “click day” previsto dal Decreto flussi per l’assunzione di lavoratrici domestiche, aprendo le frontiere alle donne migranti solo per impiegarle come badanti e colf. La divisione sessuale e razzista del lavoro produce così un esercito di lavoratrici tanto essenziali quanto isolate e obbligate ad accettare salari bassissimi, sulle cui spalle si regge un welfare sempre più privatizzato, come quello descritto nel “Piano nazionale per la famiglia” della ministra Roccella. Occupandosi solo di alcune madri con la cittadinanza in tasca, la manovra produce e riproduce lo sfruttamento patriarcale e razzista di tutte le donne. Mentre impoverisce i loro salari, istituzionalizza la dipendenza delle donne dai salari dei mariti, inclusi quelli violenti. Tutto questo non comincia con la guerra, ma nel mondo in guerra acquisisce una nuova importanza: il lavoro di cura non retribuito delle donne in famiglia e quello precario svolto nelle famiglie altrui sono necessari a sostenere il sacrificio che il riarmo impone a chi lavora in cambio di salari che non bastano mai.
Senza alcuna vergogna, il governo Meloni sostiene però di occuparsi di violenza contro le donne: dopo l’istituzione della legge sul femminicidio ora propone la norma – che ha ottenuto un appoggio bipartisan – secondo la quale “se non c’è consenso è stupro”, producendo l’illusione di dare voce alle lotte femministe e transfemministe. Ma queste lotte hanno affermato che la violenza maschile è strutturale, che non è solo un atto criminale da definire in maniera più precisa e il cui singolo colpevole va punito in modo esemplare. La possibilità di esprimere il proprio consenso è fondamentale, ma è ipotecata dalla dipendenza economica, dal permesso di soggiorno e da altre condizioni di ricatto, e la legge rischia di costruire una sola “vittima perfetta” – da tutelare se dice liberamente di no – continuando a ignorare le condizioni materiali in cui milioni di altre sono esposte alla violenza. Dietro l’illusione ottica c’è quindi la realtà del Piano nazionale contro la violenza maschile, approvato dal governo senza dare ascolto ai Centri Antiviolenza, che rischiano di essere trasformati in spazi neutri equiparabili ad altri servizi territoriali, cancellando la storia e la politica femministe che hanno portato alla loro fondazione e che guidano le loro azioni. E c’è la realtà dell’“Osservatorio contro l’islamizzazione della società” istituito dalla Lega, che promuove il razzismo istituzionale come soluzione alla violenza maschile contro le donne. Insieme al DDL Valditara, che tratta l’educazione sessuale come l’apripista di un’«ideologia gender» da spazzare via assegnando alle famiglie l’ultima parola sui programmi di insegnamento, alle limitazioni pratiche dell’aborto, ai disegni restrittivi della riassegnazione di genere, queste politiche vanno nella direzione di assicurare un ordine sociale basato su gerarchie sessuali e razziste. Nemmeno queste politiche cominciano con la guerra, ma vi trovano un nuovo senso perché la guerra richiede di reclutare ogni singolo individuo nei ranghi della sua disciplina sociale: chi sta sopra e chi sta sotto, chi comanda e chi obbedisce, e il pugno duro contro chi si ribella. Il patriarcato e il razzismo, l’autoritarismo e il militarismo sono parte della stessa trama nera.
Il nostro impegno deve essere organizzarci contro questa trama. Ora che lo sciopero è tornato ad avere un significato politico, dopo le manifestazioni per la Palestina, non possiamo limitarci a dire che lo slogan “blocchiamo tutto” è l’evoluzione della formula transfemminista “se ci fermiamo noi si ferma il mondo”. Non ci basta aderire alle scadenze dei sindacati, di base o confederali, che pensano che una convocazione basti a riattivare la marea contro il genocidio o si dimenticano del tutto di quella marea. Mentre non possiamo smettere di lottare per la Palestina, dove Israele continua a uccidere e incombe la violenza della pace trumpiana, dobbiamo rendere evidente il nesso tra la guerra, la violenza maschile e lo sfruttamento razzista e patriarcale. Per farlo non basta uno slogan. Noi non aspiriamo a “generalizzare lo sciopero”, ma a renderlo transfemminista e migrante. Questo significa tornare a essere una forza transnazionale che mette in connessione le lotte di donne e persone lgbtqia+, lavoratrici e migranti che in tutto il mondo lottano contro la guerra e il contraccolpo patriarcale. Significa sfidare i confini degli Stati che respingono i migranti e le migranti e marchiano a fuoco le loro vite. Significa travolgere gli argini tra la casa, i luoghi di lavoro, e la società, organizzando il rifiuto femminista della guerra dove la nostra giornata lavorativa non finisce mai e dove vige un regime patriarcale del salario; significa attivarlo nelle università e nelle scuole, dove una moltitudine di insegnanti e studenti rifiuta di obbedire agli ordini di Valditara e alle sue crociate contro la libertà sessuale, e nei centri antiviolenza che non accettano di essere una burocrazia senza politica femminista. Se la divisione sessuale e razzista del lavoro fa di noi quelle che devono curarsi del mondo in guerra, a noi spetta fare della riproduzione sociale un terreno di lotta contro la guerra e il militarismo.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.


