Remigrazione per decreto: l’Italia nell’era delle deportazioni

Alla vigilia del 25 aprile il Parlamento ha approvato l’ennesimo decreto sicurezza. La maggioranza di governo si è inserita senza esitazioni nel clima remigrazionista ormai sdoganato dalle destre di tutta Europa, cogliendo alla perfezione lo spirito di quell’«era delle deportazioni» nella quale i nuovi regolamenti europei hanno sancito l’ingresso. L’obiettivo dichiarato della nuova legge è chiaro: rendere l’espulsione una minaccia sempre più incombente su donne e uomini migranti, privandoli di fatto di ogni possibilità residua di difendersi.

Certo, dopo le polemiche e l’intervento del Quirinale, il governo si è affrettato a depotenziare il famigerato articolo 30-bis del decreto sicurezza. La norma prevedeva un compenso per il rappresentante legale del migrante che presentava domanda di rimpatrio volontario assistito, inizialmente riconosciuto «ad esito della partenza dello straniero». La correzione si è limitata a togliere il vincolo diretto con la partenza e ha esteso il compenso non solo agli avvocati, ma anche ad altri operatori coinvolti nella procedura. Un ampliamento che allarga il numero dei soggetti potenzialmente interessati a favorire il rimpatrio, esponendo le e i migranti a ulteriori pressioni. In questo modo è stato semplicemente occultato l’aspetto più esplicito del premio al rimpatrio ma non l’orientamento politico della misura, che resta quello di finanziare un sistema di assistenza piegata all’obiettivo politico di aumentare i rimpatri.

Sul diritto di difesa il colpo è altrettanto pesante. Viene cancellata la norma che garantiva automaticamente il patrocinio a spese dello Stato nei ricorsi contro i decreti di espulsione. In altre parole, questo significa che chi riceve un provvedimento di espulsione non avrà più accesso immediato a un avvocato gratuito. D’ora in poi bisognerà mostrare di avere determinati requisiti e consegnare documenti che ‒ per chi è sotto minaccia di espulsione, senza reddito stabile, senza casa o già trattenuto in un CPR ‒ possono diventare praticamente impossibili da recuperare in tempi utili per fare ricorso. Una misura che, unita a quelle che consentono il trattenimento diretto in un CPR senza nuovo provvedimento in caso di violazione reiterata degli ordini di allontanamento e accelerano i tempi di decisione sull’espulsione dei detenuti stranieri, contribuisce a costruire un sistema giudiziario a parte per donne e uomini migranti, con diritti limitati e premi per chi ne facilita il rimpatrio.

Siamo di fronte all’ennesima stretta securitaria, che mira a serrare maldestramente i ranghi proprio mentre i campioni europei della remigrazione subiscono i primi seri contraccolpi. L’entrata in vigore di questo decreto arriva mentre i tempi necessari per fare domanda di protezione internazionale e rinnovare il permesso di soggiorno continuano ad allungarsi. A Bologna i migranti denunciano che dopo la verifica delle impronte può passare fino a un anno prima di ottenere il permesso di soggiorno, e gli appuntamenti in questura per qualsiasi pratica possono richiedere fino a sei mesi. Migliaia di migranti vivono così in uno stato di sospensione amministrativa in cui la stabilizzazione è una chimera e lo sfruttamento l’unica certezza. Mentre i dati più recenti certificano il fallimento dei decreti flussi come strumento di regolarizzazione, il ricatto del permesso di soggiorno continua a pesare sul lavoro migrante e a spingere sempre più donne e uomini nella precarietà, nella clandestinità e in condizioni di vita e di lavoro intollerabili. Condizioni che diventano momentaneamente visibili solo quando uccidono, come continua ad accadere regolarmente nel Mediterraneo e come è successo in questi giorni a Paul Neeraj, bracciante agricolo nella piana del Sele la cui sorte ricorda da vicino quella toccata a Satnam Singh e a molte altre e molti altri e di cui non conosciamo i nomi.

Il sogno razzista di introdurre la remigrazione per decreto è solo l’ultimo puntello di questo ricatto, e produce i suoi effetti anche senza tradursi pienamente in pratica. Basta da solo a spostare più in là l’asticella di ciò che si può fare per condizionare la vita e il lavoro degli uomini e delle donne migranti. Tutto questo si inscrive in una logica più generale di coazione al lavoro povero e di criminalizzazione del dissenso, che riguarda una torsione autoritaria funzionale alla guerra. Dobbiamo quindi opporci a tutto questo, facendo della lotta contro la remigrazione una forza dentro il più ampio movimento di rifiuto della guerra; un movimento che è stato capace di attraversare le piazze e che, dall’Ungheria agli Stati Uniti all’Italia, ha opposto il proprio No al militarismo e alla violenza razzista di chi vuole scaricare su donne e uomini migranti gli esiti più estremi della guerra che avanza. Abbiamo davanti un’urgenza non più rimandabile: amplificare le voci delle donne e degli uomini migranti che ogni giorno si oppongono allo sfruttamento, al razzismo istituzionale e agli imperativi securitari dell’Europa in guerra.

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