Sono passati due mesi da quando Abderrahim Fakir è stato ucciso al Pilastro, schiacciato sull’asfalto da due poliziotti mentre quattro operatori sanitari stavano a guardare. Da allora giornali, polizia e sciacalli hanno scavato in ogni angolo della sua vita per rovesciare su Fakir la responsabilità di quella morte, mentre la famiglia, il quartiere, le organizzazioni antirazziste hanno continuato a chiederne conto a una polizia tanto più sicura di restare impunita quanto più chi è profilato, abusato o ammazzato ha la pelle scura. Ma l’assassinio è stato qualcosa di più di un abuso in divisa, perché tanti e tante migranti hanno riconosciuto nella vita di Fakir un pezzo della propria.
Fakir era arrivato a Bologna a sette anni e dopo trentacinque non aveva ancora la cittadinanza. A un certo punto il suo permesso di soggiorno non era più stato rinnovato perché il salario garantito dalla sua ditta non era sufficiente. Aveva perciò fatto domanda d’asilo, ma anche quella era stata respinta perché il Marocco sarebbe un «paese sicuro». Da allora Fakir viveva appeso a un ricorso, mentre l’Europa celebrava l’era delle deportazioni e la destra prometteva la remigrazione fino alle seconde generazioni. La sua storia è quella di migliaia di donne e uomini migranti con un permesso legato al reddito e al contratto di lavoro, segnata da rinnovi che tardano e dinieghi continui, minacciata da un’espulsione sempre possibile anche dopo una vita passata qui. È una storia collettiva segnata da una violenza e uno sfruttamento razzista da cui non c’è modo di emanciparsi individualmente aspettando in silenzio.
Il giorno in cui Fakir è stato ammazzato e in quelli successivi abbiamo visto in piazza donne e uomini migranti di diverse generazioni chiedere una giustizia che nessun tribunale potrà garantire. La sera stessa centinaia di migranti che lavorano all’Interporto hanno scioperato, perché in quella morte hanno riconosciuto il razzismo che regge lo sfruttamento nei magazzini e nelle fabbriche. Molti erano quelli che erano già stati in piazza un mese prima per chiedere giustizia per Bakary Sako, accoltellato a Taranto da una banda di ragazzini, e per Waseem, Amin, Ullah e Safi, bruciati vivi ad Amendolara da padroni a cui chiedevano di essere pagati. Da mesi i migranti e le migranti di Bologna cercano faticosamente un modo per organizzarsi e pretendere giustizia, libertà e uguaglianza: sono lavoratori e lavoratrici che lottano quotidianamente contro la violenza razzista che subiscono aspettando per più di un anno il rinnovo del permesso mentre sono sfruttati al lavoro, sono donne migranti che per strada temono aggressioni, molestie e stupri e in casa e sul lavoro faticano a rifiutare la violenza a causa del ricatto del permesso, sono ancora le ragazze e i ragazzi fermati dalla polizia ogni volta che tornano da scuola o dal lavoro e temono di vivere il destino di Fakir.
Nelle piazze e nelle assemblee sono stati prima di tutto i e le migranti a dire che l’unica giustizia possibile è farla finita con lo sfruttamento e la violenza razzista. Eppure, passati gli scioperi e i cortei, questa urgenza politica è finita in secondo piano rispetto alla denuncia dell’ennesimo abuso in divisa oppure rispetto a un antirazzismo che dice ben poco del razzismo istituzionale di questure e prefetture, del ricatto del permesso e dello sfruttamento, delle minacce di espulsione e delle politiche nazionali ed europee e che non riesce a vedere come tutte queste cose siano collegate. Quel «paese sicuro» che ha chiuso a Fakir la porta dell’asilo è diventato, con il Patto europeo in vigore da giugno, la regola di un’Europa in guerra che impone procedure accelerate alla frontiera, respinge domande d’asilo in partenza, rende impossibili i ricongiungimenti familiari. Il mantra della remigrazione che Fakir temeva circola ormai senza più imbarazzo a legittimare la violenza razzista per strada, nelle case, sul lavoro, mentre le destre italiane ed europee celebrano in Sassonia-Anhalt il miglior risultato di sempre di un partito che promette classi separate per i bambini migranti e appoggia il riarmo a patto che sia usato per i rimpatri. D’altra parte, già quello che è successo intorno a Ceuta quest’estate ha dimostrato con quanta brutalità l’Europa intende reagire quando le e i migranti attraversano i confini.
In questa situazione non possiamo accettare che la lotta contro il razzismo sia una tra le tante, dispersa nelle mobilitazioni dei militanti contro la repressione, contrattata con priorità decise altrove, agitata a fini elettorali. Non possiamo nemmeno accontentarci di sostenere di volta in volta la risposta delle diverse comunità nazionali che protestano per il ‘proprio’ morto, visto che Fakir, Bakary e tutti gli altri sono stati uccisi da un razzismo istituzionale che non chiede ai suoi bersagli la loro nazionalità. Per noi la priorità è la lotta collettiva delle e dei migranti, il loro protagonismo in prima persona – oltre le loro provenienze e condizioni giuridiche e attraverso le generazioni – contro la paura di perdere il permesso, il lavoro, la casa, di essere fermati per strada, di essere le prossime vittime di un atto di violenza.
Il coraggio trovato dai migranti in questi mesi non può essere rinchiuso in occasionali iniziative di movimento. Per questo vogliamo continuare a costruire le condizioni per una comunicazione e organizzazione autonoma capace di sostenere la presa di parola delle e dei migranti e dare visibilità al loro rifiuto di razzismo, violenza e sfruttamento. L’efficacia del movimento antirazzista, non solo a Bologna, si misurerà con la capacità di sostenere questa urgenza.
Come Coordinamento Migranti e Assemblea Donne del Coordinamento Migranti ci vedremo domenica 20 settembre, alle ore 16, alla Tettoia Nervi in piazza Lucio Dalla.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.

