Contro «l’era delle deportazioni» e il razzismo dell’Europa in guerra

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Ieri il Parlamento europeo ha approvato un nuovo regolamento in materia di immigrazione, che è stato trionfalmente celebrato come l’inizio dell’«era delle deportazioni». Grazie a questo nuovo pacchetto, per i e le migranti “illegali” sarà possibile solo la detenzione o l’espulsione, secondo il “modello Albania”, che si potrà così riprodurre a ogni latitudine, dentro e fuori ai confini europei. Infatti, il pacchetto votato autorizza la creazione di nuovi hub di rimpatrio in paesi terzi per i richiedenti asilo le cui domande sono state respinte. In un momento in cui il diritto d’asilo è definitivamente cancellato in nome della difesa e della sicurezza nazionali, i migranti possono essere comodamente spediti in uno dei “paesi sicuri” individuati dall’Unione Europea. Di fatto, le nuove misure dotano gli Stati membri di un nuovo strumento giuridico per mettere in atto pene più severe per i migranti “illegali”, o per quelli che rifiutano di essere espulsi, che possono essere così detenuti o destinatari di un divieto di ingresso. Aumentano le motivazioni che legittimano la detenzione amministrativa, così come il tempo massimo di detenzione che passa da 18 a 24 mesi, e che riguarderà anche i minori. La volontà della Commissione e del Parlamento europeo è chiara: governare in maniera autoritaria il flusso dei migranti verso l’Europa, potendo spedire quelli non voluti chissà dove il prima possibile nel modo più ordinato e centralizzato possibile, mentre si rende loro la vita impossibile. La politica dei rastrellamenti come quella dell’ICE è sempre dietro l’angolo e, anche se per il nuovo regolamento essa non è vincolante, è comunque ampiamente sostenuta come strumento per renderlo effettivo. D’altronde, la misura è parte della nuova strategia di management europea per l’asilo e la migrazione, un tassello fondante della infrastruttura comunitaria che dovrà far funzionare le varie procedure definite dal Patto su Migrazione e Asilo, che entrerà in vigore a giugno.

Nonostante il nome, questa misura ha ben poco a che fare con l’asilo come diritto, ma solo con la regolazione e la repressione dei movimenti dei migranti che cercano di venire a vivere in Europa. Il Patto è la condizione di possibilità di un governo della forza lavoro migrante fondato sul razzismo istituzionale e sullo sfruttamento. D’altra parte, questa è la stessa logica che sta dietro alle politiche attuate da diversi Stati membri, che non a caso hanno fatto pressione per le nuove misure comuni. Qualche giorno fa l’Austria ha annunciato di essere in trattativa con l’Uzbekistan per esternalizzare la gestione dei flussi e rendere più liscio il processo di rimpatrio, mentre già nel 2025 aveva sospeso le procedure per il ricongiungimento familiare. Secondo gli stessi governi che stanno forzando una stretta autoritaria in Europa, i migranti meritevoli di essere “legali” saranno i lavoratori “qualificati”, gli studenti e i ricercatori scelti, che potranno trarre beneficio da canali preferenziali per le procedure di regolarizzazione e ottenimento del visto. D’altra parte, anche il richiamo al lavoro “qualificato” rappresenta sempre più uno strumento di ulteriore arbitrio per discriminare e selezionare il lavoro migrante in base a esigenze economiche e scambi con paesi terzi, come è il caso del lavoro di cura e domestico che deve essere sempre a disposizione ed è per la maggior parte svolto dalle donne. L’obiettivo austriaco ed europeo è quello di mettere in atto una «politica migratoria ordinata», giustificata da vuoti annunci di tutela del diritto allo studio e di pochi altri diritti, fatta di tagli ai fondi per il rispetto dello stato di diritto, come sta avvenendo in Repubblica Ceca e in Germania, oppure di muri ai confini orientali, come quello che la Polonia continua indisturbata a costruire al confine con la Bielorussia.

Ai confini dell’Europa, il governo laburista britannico, tratta e ritratta accordi con la Francia per il controllo delle frontiere, per rintracciare le barche nella Manica, dove solo tre giorni fa 78 migranti sono stati presi in custodia dalla guardia costiera francese. Sotto il velo della «protezione», e presentandosi come i salvatori di uomini e donne che rischiano tutto su imbarcazioni di fortuna, Francia e Inghilterra si contendono una quota di riconoscimento internazionale, oltre che consenso all’interno dei propri confini. Nel 2023, l’Inghilterra aveva accettato di pagare alla Francia 476 milioni di sterline per tre anni per contrastare l’immigrazione anche attraverso il finanziamento di un centro di detenzione in Francia, altamente controllato da centinaia di agenti. Due giorni fa Starmer ha dichiarato che l’accordo verrà confermato solo a patto che ci sia un «buon rapporto qualità-prezzo», che ci sia «flessibilità» e «innovazione» e in definitiva un «impatto reale» sulla fine degli attraversamenti. Un occhiolino verso gli elettori del partito Reform di Farage per mostrare che anche il Labour è un partito law and order.

Questa era di controllo, detenzione e deportazione delle e dei migranti non sono certo una novità in Europa, ma si staglia contro uno sfondo di grandi movimenti di profughi innescati dalla guerra in Medio Oriente, che l’Unione Europea e gli Stati membri devono governare per perseguire la propria politica di guerra. La repressione dei migranti dovrebbe dimostrare ai cittadini europei e britannici che i governi hanno trovato la causa del disordine delle loro città, del loro impoverimento e della disoccupazione e delle condizioni di lavoro che stanno sperimentando. I e le migranti condividono tutte queste condizioni, ma sono sottoposti alla minaccia costante della deportazione nel momento in cui finiscono nella “illegalità” le cui condizioni sono definite dagli stessi Stati. La violenza di confine è normalizzata e diventa sempre più una condizione normale dentro a degli Stati che fanno del militarismo la loro ideologia e delle spese militari la loro industria. Il nuovo regolamento sulle migrazioni, così come il Patto su Migrazione e Asilo, è parte integrante della stretta autoritaria con cui gli Stati europei tentano di governare un disordine sociale sempre più evidente. Opporsi al razzismo istituzionale, rompere l’isolamento delle e dei migranti, rifiutare la logica delle deportazioni significa opporsi a un’Europa che fa dell’autoritarismo, del militarismo e dello sfruttamento la sua ragion d’essere e, con questo, opporsi all’espansione della guerra.

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