di ASSEMBLEA DONNE DEL COORDINAMENTO MIGRANTI
La scuola è diventata un fondamentale terreno di lotta contro la violenza maschile e razzista. Prima Valditara ha stabilito che è necessario il consenso dei genitori per autorizzare l’educazione sessuale nelle scuole primarie. Ora si sta facendo in quattro per imporre un limite del 30% di studenti “stranieri” che non parlano italiano nelle classi, e il divieto per le studentesse musulmane di portare il burka e il niqāb a scuola, mettendo così a rischio la loro frequenza scolastica. Patriarcato e razzismo, autoritarismo e classismo sono le principali linee guida della pedagogia della violenza di questo governo. Per questo abbiamo bisogno di un’organizzazione e di un’iniziativa femminista che le combattano insieme e per questo ci incontreremo il 25 ottobre a Bologna in un assemblea per parlare di scuola.
Le misure approvate dal governo esistono da tempo, ma la volontà di trasformarle in decreto apre la campagna elettorale sotto il segno del razzismo. In Germania l’AfD promette di istituire classi separate per migranti e ragazze e ragazzi con disabilità; in Francia Rassemblement National propone di criminalizzare l’uso del velo nello spazio pubblico imponendo sanzioni pecuniarie a chi lo viola. In Italia, mentre insiste sull’importanza di imparare la lingua italiana e annuncia l’espulsione dei genitori che mandano le figlie a scuola con il velo, il governo Meloni sta mandando un messaggio chiaro a tutti i migranti e le migranti.
L’obbligo di imparare la lingua è considerato una misura di “integrazione”, ma è chiaro che l’unica integrazione che questo governo ammette è quella che passa dallo sfruttamento. Già oggi i genitori migranti per imparare la lingua devono passare dalle infinite liste di attesa dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti. Come loro i loro figli, studentesse e studenti, vengono marchiati come “stranieri” – anche quando sono nati in Italia – e trattati come un corpo estraneo, una classe separata all’interno della società. Nonostante alcune sedicenti “femministe” stiano esultando per quella che considerano una liberazione dal fardello del patriarcato islamico, le prime a pagare il prezzo di queste misure saranno proprio le ragazze migranti. A causa del divieto di coprire il volto, rischiano di non poter tornare a scuola – come è successo in Francia nel 2004 – e si nega loro ogni autonomia trattandole come vittime che solo l’Uomo bianco può salvare. Alle «altre» donne, invece, queste misure vorrebbero insegnare la virtù della moderazione: indossare gonne più lunghe e occuparsi della famiglia, lavorando in cambio di niente o con un lavoro pagato male, libere perché a volto scoperto. Il messaggio è questo: accontentatevi, il patriarcato islamico è in fondo peggiore del «patriarcato mediterraneo». Dopo aver taciuto sui femminicidi quotidiani di quest’estate – che pensa di aver risolto condannando all’ergastolo chi li commette – il governo cerca voti colpendo migranti e donne “per il loro bene”. Siamo davanti a una rozza ideologia da campagna elettorale, ma con effetti fin troppo reali. È un velo nero poggiato sulla realtà che non permette di parlare delle condizioni materiali delle studentesse e degli studenti migranti, e non solo migranti; è un grido arrogante che giustifica l’esistenza delle gerarchie sociali e le rende inevitabili; ed è soprattutto un gesto che vorrebbe cancellare la pretesa di libertà di ragazze che – con il velo o senza – studiano, sognano e non vogliono essere vittime di nessuno: né padri, né padroni, né governi.
La società a cui dà forma la scuola di Valditara è quella che va fiera del colonialismo su cui l’«Occidente» ha costruito la sua cultura, che comanda ordine e disciplina col voto in condotta, che vieta di parlare di guerra e genocidio mentre promuove visite didattiche alle caserme, che stabilisce percentuali perché ragazzi e ragazze bianchi e neri non debbano mai sentirsi uguali; è la società che diffonde la paura coi metal detector, che impone gerarchie e alimenta il culto dell’autorità, che affida l’istruzione a insegnanti condannate all’eterna precarietà delle graduatorie, affinché non abbiano mai la stabilità per sfidare quell’autorità. L’introduzione del consenso familiare per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è un pezzo di queste politiche dell’ordine, e si scaglia contro le «teorie del genere» perché ogni identità e pratica che sfugge alla «naturale divisione dei sessi» minaccia quell’ordine. Per questo sosteniamo la battaglia delle migliaia di insegnanti che stanno ostinatamente cercando di portare il disordine femminista nella scuola, a partire da quelle che compongono la rete di «Educare alle differenze». Per riuscirci, però, non basta un referendum: la lotta contro il razzismo e la precarietà deve entrare a scuola e la scuola deve uscire dalle aule e diventare terreno di organizzazione femminista. Dobbiamo creare le condizioni per fare incontrare e mettere in comunicazione le studentesse che non vogliono imparare l’obbedienza all’ordine patriarcale, le donne e madri migranti per le quali studiare l’italiano significa conquistarsi autonomia e non un’integrazione subalterna, le maestre di italiano che con la loro iniziativa volontaria supportano quell’autonomia, le insegnanti precarizzate da un contratto o da un salario misero che, nonostante tutto, sfidano le direttive di Valditara. C’è bisogno di discussione e organizzazione collettiva per riconoscere che in questione non è una generica discriminazione, ma la costruzione di una società in cui il patriarcato e il razzismo di oggi servono a garantire lo sfruttamento di domani.
Deve essere chiaro che la lotta contro il razzismo è essenziale per ogni iniziativa femminista contro la violenza maschile. A Bologna, a giugno siamo scese in piazza assieme a centinaia di donne e uomini migranti per protestare contro l’omicidio razzista di Bakari Sako, e quello di Waseem, Amin, Safi e Ullah, bruciati vivi per aver preteso il salario che spettava loro. Il mese dopo, eravamo in piazza contro l’uccisione di Abderrahim Fakir per mano della polizia. Questa violenza razzista ha le spalle coperte dall’Europa del Patto su Migrazioni e Asilo, nella quale proliferano le destre estremiste e quelle moderate della remigrazione. Come ogni atto di violenza maschile, il razzismo istituzionale sposta sempre più in là il limite della violenza socialmente accettabile. Anche quando viene legittimato in nome della «difesa» delle donne, il razzismo istituzionale colpisce per prime proprio le donne migranti, perché non avere un permesso di soggiorno o avere un permesso di soggiorno precario le espone due volte di più allo sfruttamento e le rende dipendenti da mariti e padri violenti. A stuprare e uccidere sono sempre e solo uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, i documenti che portano in tasca, la religione che professano. Il razzismo istituzionale alimenta la violenza maschile e per questo contrastarlo significa lottare per la libertà di tutte e di tutti.
Questi per noi sono terreni necessari per un’opposizione femminista e transnazionale alla guerra e al militarismo che entrano nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle scuole per imporre obbedienza. Mentre urlano che il razzismo e il riarmo salveranno la democrazia, la famiglia e il mercato, i governi dell’Europa in guerra stanno sistematicamente annientando persino i programmi di «parità di genere» che negli ultimi decenni hanno obbligato le donne a conciliare un doppio sfruttamento, quello dentro e fuori casa. Questo significa che si annunciano tempi ancora più difficili, perché è difficile organizzarsi di fronte alla povertà che dilaga e alla violenza maschile, razzista e istituzionale che colpisce ogni insubordinazione. Però quest’insubordinazione esiste, anche quando non è organizzata. Il 17 settembre nel Kurdistan iraniano le donne hanno partecipato allo sciopero per ricordare Mahsa Amini e rinnovare la sua lotta; le donne ucraine si scontrano ogni giorno con l’esercito nazionale per impedire la coscrizione obbligatoria di uomini e ragazzi; a Gaza più di ottomila donne, dopo il 7 ottobre, si sono rivolte a un tribunale per divorziare, perché nemmeno l’assoluta ingiustizia del genocidio può obbligarle ad accettare la quotidiana ingiustizia di una relazione oppressiva con un uomo; in Turchia le donne e persone lgbtq+ arrestate da Erdogan in nome della difesa della morale familiare hanno dichiarato che non abbasseranno la testa. E oggi, in Francia, centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi urlano in piazza che non intendono accettare una scuola che riproduce gerarchie oppressive e sfruttamento. Quest’insubordinazione è diffusa, e a noi spetta creare le condizioni perché sia visibile e trovi una voce comune.
Per farlo non basta chiamare a raccolta le strutture e le realtà militanti, o costruire grandi coalizioni tra collettivi per fare fronte comune contro l’ascesa delle destre o le politiche repressive. L’organizzazione costa fatica e coraggio. La fatica è quella di mettere in comunicazione donne e persone lgbtq+, migranti e non, studentesse, insegnanti, lavoratrici, creando le condizioni per una presa di parola collettiva e forte. Il coraggio è quello che stanno praticando tutte coloro che sfidano la violenza dall’Iran alla Palestina, dalla Turchia all’Italia, dalle scuole alle case ai posti di lavoro. Questo coraggio deve essere anche il nostro.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
