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La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione. Per una sinistra coincidenza, l’approvazione delle nuove misure era stata annunciata proprio nei giorni in cui un migliaio di donne, uomini e bambini migranti perdeva la vita nel Mediterraneo durante il passaggio del ciclone Harry, con l’ormai abituale complicità del governo che si era ben guardato dall’attivare procedure straordinarie di ricerca e soccorso. Il nuovo ddl è figlio dell’Europa in guerra, perché si nutre del militarismo imperante che normalizza la violenza di confine e considera le vite delle e dei migranti come un prezzo da pagare per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. È figlio dell’Europa in guerra perché mostra come, dietro il tanto sbandierato impegno di governi e istituzioni europee a difesa dei confini nazionali e continentali, ci sia l’obiettivo di rendere ancora più precarie e illegali le condizioni di vita e di lavoro delle e dei migranti, sottoposti al ricatto dello sfruttamento e alla minaccia di detenzioni sommarie ed espulsioni accelerate. È figlio dell’Europa in guerra perché porta a compimento il lungo processo di smantellamento del diritto d’asilo bruscamente accelerato negli ultimi anni, approfittando dei nuovi patti e regolamenti europei (la cui entrata in vigore è prevista per giugno) per rilanciare anche i programmi di deportazione nei centri in Albania.
Con le modifiche al regolamento sulle procedure d’asilo appena votate dal Parlamento Europeo, infatti, l’Unione Europea non si è solo dotata di una lista comune di «paesi sicuri d’origine», destinata a far cadere una pioggia di dinieghi sulle e sui migranti che incrementerà il numero di irregolari da sfruttare o riconsegnare più rapidamente nelle mani di dittatori e torturatori. La novità più rilevante riguarda la possibilità per gli Stati membri di spedire le e i richiedenti asilo in un «paese terzo sicuro» anche indipendentemente dalla presenza di legami familiari o dal semplice fatto di esservi transitati durante il viaggio verso l’Europa: basterà siglare accordi bilaterali o multilaterali per esternalizzare le procedure di frontiera deputando permanentemente la gestione, il trattenimento e il respingimento di donne e uomini migranti a governi sempre più autoritari a caccia di ricompense economiche e riconoscimento internazionale. Con il nuovo ddl, il governo italiano si è prontamente allineato a questo ennesimo salto di qualità nella riorganizzazione su scala europea di una vera e propria logistica delle deportazioni. D’ora in poi l’esecutivo avrà carta bianca nel disporre l’interdizione temporanea dell’accesso alle acque territoriali nei periodi di «eccezionale pressione migratoria», durante i quali alle navi delle organizzazioni umanitarie sarà di fatto impedito di operare, pena sanzioni e confische, e donne e uomini migranti potranno essere dirottati verso un paese terzo sicuro.
L’impegno dei razzisti di governo è in perfetta armonia con lo «spirito europeo sulle migrazioni» recentemente rivendicato dal commissario per gli affari interni e la migrazione Magnus Brunner, che ha commentato la decisione del governo spagnolo di regolarizzare quasi un milione di sin papeles, arrivata dopo anni di lotte da parte dei movimenti migranti e antirazzisti, dicendo che l’uscita dall’illegalità rischia di costituire un lasciapassare per il movimento incontrollato attraverso i confini di Schengen. Questo spirito europeo da un lato sdogana ulteriormente l’avanzata della retorica della «remigrazione», cavallo di battaglia di una destra che vede nelle violenze di Trump il nuovo modello da seguire, ma dall’altra conferma di non poter fare a meno dell’illegalità dei e delle migranti. Quest’ultima, piuttosto, resta una condizione da affermare per via legislativa e attraverso pratiche quotidiane di razzismo istituzionale, per continuare liberamente a sfruttare e ricattare il lavoro migrante senza mai chiudere la porta alla possibilità di detenzioni e rimpatri. Su questa falsariga, il nuovo ddl aumenta le ipotesi di reato per le quali i giudici possono emettere un decreto di espulsione, introduce una procedura accelerata per l’espulsione dei detenuti e cancella la possibilità per chi arriva in Italia da minore non accompagnato di usufruire dei percorsi di accoglienza anche negli anni immediatamente successivi al compimento della maggiore età. Realizza inoltre la tanto anticipata stretta sui ricongiungimenti familiari e la protezione complementare, stabilendo criteri di accesso ancora più stringenti in termini di reddito, periodo di soggiorno, conoscenza della lingua e condizioni abitative, con l’obiettivo dichiarato di limitare un «uso strumentale» dei pochi canali ancora a disposizione di donne e uomini migranti per coltivare la speranza di ricostruirsi una vita in Italia.
Proprio come nella Germania del nuovo alleato Merz, che dall’inizio dell’anno ha interrotto le ammissioni ai corsi di lingua e cultura per stranieri facendo piazza pulita di una delle politiche simbolo del modello di integrazione tedesco, donne e uomini migranti sono ridotti a ospiti indesiderati che, quando non convenga o non sia possibile sbarazzarsene in fretta e furia, devono essere messi al lavoro come e quanto basta a garantire la costante disponibilità di manodopera a basso costo nei settori più in difficoltà, servendosi di aperture contingentate e selettive delle frontiere per fare dello sfruttamento l’unico sentiero legale per entrare in Europa. Non a caso, dalla strage di Cutro in avanti, la stretta governativa sulla libertà di movimento delle e dei migranti va di pari passo con una politica dei flussi che, aumentando costantemente gli ingressi e favorendone una gestione padronale sempre più diretta e flessibile, contribuisce a rinsaldare le gerarchie patriarcali e razziste del regime del salario. Sgomberato il campo da qualsiasi prospettiva residua di un graduale miglioramento delle proprie condizioni, sulle e sui migranti vengono scaricate le conseguenze più feroci dei processi che (dalla Grecia alla Germania, dalla Francia all’Austria, Belgio e Portogallo passando naturalmente per l’Italia) attraversano lo spazio europeo, plasmandone piani e manovre di spesa, allo scopo di produrre attivamente la disponibilità a un lavoro sempre più povero e precario.
Per questo, lottare contro il razzismo nell’Europa in guerra non può significare soltanto riproporre la prospettiva dell’accoglienza solidale e l’invocazione di diritti sempre più evanescenti per tutte e tutti. Anche le pur necessarie battaglie come quella contro le campagne sulla remigrazione, quella contro la criminalizzazione dei medici che non hanno concesso l’idoneità per la detezione dei migranti o quella contro la costruzione di un CPR in Emilia-Romagna, rimessa all’ordine del giorno dalle recenti farneticazioni razziste e securitarie del presidente di regione De Pascale, non possono dimenticare le condizioni contro cui donne e uomini migranti si scontrano tutti i giorni e contro le quali sempre più faticosamente continuano ad alzare la testa, che sia il razzismo istituzionale delle Questure nelle lunghe pratiche di rinnovo e il ricatto di un permesso di soggiorno sempre più precario, l’intensificazione dello sfruttamento o l’isolamento politico e sociale. L’attacco alla mobilità, al lavoro e alle vite delle e dei migranti determina, in un continuo gioco al ribasso, condizioni di lavoro, quote di salario, possibilità di accesso alle prestazioni sociali di tutte e tutti. Di fronte a tutto questo, la lotta dalla parte di donne e uomini migranti non può limitarsi a una semplice reazione umanitaristica, né può pretendere di replicare esperienze che vengono da altri contesti come le lotte di Minneapolis contro l’ICE. Ciò di cui abbiamo bisogno è uno spazio di comunicazione politica tra figure differenti e condizioni sempre più isolate, per costruire un rifiuto collettivo dello sfruttamento, dell’oppressione e del militarismo patriarcale e razzista di cui si alimenta questa Europa in guerra.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
