Razzismo di governo e di profitto. Il lavoro migrante nell’Europa in guerra

Il rinnovo del memorandum di intesa tra Italia e Libia è scattato automaticamente a inizio novembre, al termine di un mese durante il quale nel Mediterraneo sono morti più di settanta migranti. Qualche giorno più tardi, l’esercito del governo provvisorio di Tripoli – che con Meloni e Erdoğan condivide la ricerca di soluzioni comuni alla «sfida migratoria» – ha attaccato con dei droni il porto di Zuwara allo scopo di bloccare le partenze, uccidendo tre migranti. Non promette di avere vita breve neanche il protocollo di intesa tra Italia e Albania: la Corte d’Appello di Roma ha rinviato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la decisione sulla legittimità dell’accordo nel quadro del sistema europeo comune di asilo, ma è probabile che per la sentenza definitiva bisognerà attendere almeno due anni, durante i quali migliaia di migranti continueranno a subire procedimenti sommari, detenzioni ed espulsioni. Nel frattempo, entreranno in vigore a livello comunitario il patto su migrazione e asilo e il nuovo regolamento sui rimpatri, che a detta del governo e della Commissione Europea faranno cadere qualsiasi riserva sul modello Albania.

La politica delle morti in mare e quella delle deportazioni oltreconfine rimangono le manifestazioni più visibili e violente del razzismo istituzionale, ma le misure e le iniziative messe quotidianamente in campo da governo, questure e prefetture con l’intento di esasperare la precarietà di donne e uomini migranti non cessano di moltiplicarsi. L’ultima in ordine di tempo è l’ennesima alzata d’ingegno razzista del ministro Salvini, che ha presentato un pacchetto di proposte su «sicurezza e immigrazione» tra le quali spiccano la messa a regime del sistema di permesso di soggiorno a punti, la riduzione del periodo di accoglienza nelle strutture dedicate ai minori stranieri non accompagnati e un’ulteriore stretta sull’accesso ai ricongiungimenti familiari. Già lo scorso anno la maggioranza di governo aveva raddoppiato il periodo di «soggiorno legale e ininterrotto» necessario per poter presentare domanda di ricongiungimento. Ora, le nuove «norme di deterrenza» prevedono non solo un intervento restrittivo sulle poche situazioni che il diritto europeo lascia alla discrezionalità degli Stati membri, ma anche l’innalzamento dei requisiti di reddito per poter usufruire di uno degli ultimi canali a disposizione di donne e uomini migranti per praticare una libertà di movimento svincolata dalle domande del mercato del lavoro.

La diffusa retorica razzista secondo cui i ricongiungimenti familiari costituirebbero un peso ormai insostenibile per le casse dello Stato è la stessa che sostiene non solo le continue riduzioni del personale degli uffici immigrazione di questure e prefetture, che costringono migliaia di migranti ad attendere mesi per poter richiedere la protezione internazionale o rinnovare il permesso di soggiorno, ma anche il ricorso sempre più frequente alle revoche dell’accoglienza, attraverso le quali i richiedenti asilo vengono sistematicamente ricacciati in una condizione di irregolarità che, mentre aumenta la possibilità di detenzioni e rimpatri, garantisce il rapido ricambio di forza lavoro a basso costo all’interno dei luoghi dello sfruttamento. In questo senso, l’offensiva contro i ricongiungimenti familiari – insieme agli emendamenti di maggioranza alla finanziaria che intendono comprimere ulteriormente salario e reddito delle/dei migranti tassando le rimesse e inserirle nel calcolo dell’Isee – rappresenta l’ultimo capitolo di quell’attacco contro tutte le forme di mobilità non organizzata del lavoro migrante che continua ad essere condotto nell’Europa in guerra: dal Regno Unito dove il governo laburista ha annunciato che limiterà l’accesso all’accoglienza e al welfare mentre aumenterà a vent’anni il periodo per ottenere un permesso a tempo indeterminato, alla Spagna dove il governo socialista ha finanziato la costruzione di centri di identificazione ed espulsione per richiedenti asilo in Mauritania.

Anche sul fronte dei ricongiungimenti, l’Italia non è isolata. In Austria, le domande di ricongiungimento familiare sono sospese da marzo, quando la coalizione di governo formata da popolari, socialdemocratici e liberali ne ha disposto l’interruzione perché le considera una minaccia per la sicurezza nazionale. Germania, Finlandia e Belgio hanno adottato misure fortemente restrittive, negando la possibilità di presentare richiesta di ricongiungimento ai titolari di determinate forme di protezione internazionale o introducendo requisiti di accesso più stringenti in termini di periodo di permanenza o di condizioni economiche. L’orizzonte di queste politiche non è però l’impenetrabile Fortezza Europa vagheggiata dagli entusiasti della «remigrazione», né l’illusione dei confini chiusi che, sull’altra sponda dell’oceano, il presidente Trump continua a evocare, come dimostra la recente decisione di ridurre drasticamente il numero di rifugiati ammessi negli Stati Uniti per il 2026 (con l’eccezione delle vittime del presunto «genocidio dei bianchi» in Sudafrica). Ai tentativi di ricomporre con la forza il disordine transnazionale prodotto dai movimenti autonomi delle e dei migranti fanno infatti da contraltare esigenze produttive e riproduttive sempre più comandate dagli imperativi della crescita, della competitività e del riarmo, la cui soddisfazione passa necessariamente per aperture controllate e selettive delle frontiere che il capitale continua a invocare come soluzione alla carenza di manodopera in determinati settori.

Non a caso, dopo aver cancellato la possibilità di convertire la protezione speciale in permesso di lavoro, il governo italiano non si è limitato ad aumentare progressivamente le quote di ingressi previste dai decreti flussi (una tendenza confermata anche per il prossimo triennio dal disegno di legge attualmente in discussione in Parlamento), ma si è soprattutto impegnato a favorirne una gestione padronale sempre più diretta e flessibile secondo esigenze di profitto. Nell’ultimo anno, sono stati eliminati i limiti alle richieste di nulla osta presentabili dalle associazioni di categoria e sono state esternalizzate le procedure di controllo sui datori di lavoro, mentre le finestre temporali per l’inoltro delle domande sono state incrementate, al pari degli ingressi fuori quota per i lavoratori che abbiano preso parte ai programmi di formazione in patria attivi in particolare nei settori legati alla grande industria (è invece saltato, almeno per quest’anno, il piano di cancellare qualsiasi tetto agli ingressi delle lavoratrici domestiche impiegate nell’assistenza nei confronti di anziani e disabili). L’ambizione è quella di organizzare un ordinato arruolamento del lavoro migrante secondo le necessità della fase economica in modo da neutralizzarne il più possibile la tendenza alla mobilità, ovvero al rifiuto di determinate condizioni di lavoro e salario. In questo quadro, la funzione principale della politica dei flussi non consiste più nel sanare la condizione di chi da tempo vive e lavora in Italia, come dimostrano le percentuali sempre inferiori di ingressi che si traducono nell’ottenimento di contratti di lavoro stabili e permessi di soggiorno di lunga durata. L’obiettivo, piuttosto, è imbrigliare la mobilità del lavoro migrante per garantire la disponibilità di forza lavoro a determinate condizioni e in determinati settori. Nel frattempo, ogni tentativo di organizzazione continua a essere osteggiato con la forza, come nel caso dei lavoratori in sciopero nel distretto tessile di Prato. Mentre la violenza è sempre più visibile sui confini interni ed esterni dell’Europa, l’imposizione coatta dello sfruttamento e della precarietà diviene la sola regola possibile nell’attuale scenario di guerra.

Il governo del lavoro migrante emerge come posta in gioco politica nella guerra non solo perché l’ideologia militarista in ascesa ha bisogno di individuare continuamente dei nemici interni contro i quali rovesciare rabbia, insoddisfazione e risentimento per le proprie condizioni di vita, agitando spettri securitari e indicando presunti privilegi da abbattere nel nome delle nuove priorità di spesa. L’approfondimento autoritario del comando capitalistico sui movimenti di donne e uomini migranti insegue anzitutto l’aspirazione di chiudere qualsiasi spazio di opposizione al razzismo istituzionale che continua a frammentare e gerarchizzare le condizioni di vita e di lavoro, scaricando sulle e sui migranti gli esiti più estremi dell’intensificazione generalizzata di quella coazione a un lavoro sempre più povero e precario cui la politica del sacrificio esige che tutte e tutti si pieghino. Il mondo dei decreti sicurezza passati e futuri e dei decreti flussi – con i loro propositi di ridurre donne e uomini migranti al rango di ospiti indesiderati, da incatenare per il tempo necessario alle mutevoli richieste della produzione e della riproduzione sociale senza che sia loro garantita alcuna possibilità di migliorare le proprie condizioni – è lo stesso mondo fatto di sfruttamento, oppressione, patriarcato e razzismo che il governo punta a rinsaldare attraverso la manovra finanziaria, e che trova nella guerra una fonte inesausta di legittimazione. Per questo le lotte di donne e uomini migranti, i loro movimenti e la loro opposizione al regime razzista del salario rappresentano una componente imprescindibile per l’organizzazione del rifiuto collettivo della guerra e del suo mondo.

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