Per Shahin, per la libertà di movimento e di parola contro guerra e genocidio

Alcuni giorni fa l’imam Mohamed Shahin, da vent’anni in Italia dove vive con la sua famiglia, figura di riferimento di una delle principali moschee di Torino e parte del coordinamento “Torino per Gaza”, è stato prelevato da casa, privato del suo permesso di lungo periodo e rinchiuso nel CPR di Caltanissetta con un decreto di espulsione firmato dal ministro Piantedosi. Il problema sarebbero alcune frasi pronunciate nello scorso ottobre in una manifestazione per la Palestina, in cui ha definito il 7 ottobre come il risultato di decenni di occupazione e guerre, parole che sono state trasformate dal Viminale in una minaccia alla sicurezza dello Stato e in apologia del terrorismo. A Shahin era già stata negata la cittadinanza perché considerato pericoloso e perché era stato colpito dal decreto sicurezza e dal reato di “blocco stradale”, la misura razzista salviniana intesa a reprimere a colpi di codice penale manifestazioni e blocchi e che aveva già reso incerta la sua possibilità di restare in Italia. Oggi rischia di essere rimpatriato in Egitto da oppositore del regime di al-Sisi, e le prospettive concrete sono quelle del carcere, della tortura e della repressione.

La minaccia di espulsione di Shahin è un chiaro segno del razzismo del governo, che trasforma ogni dissenso, soprattutto se migrante, in un bersaglio da isolare, intimidire o punire.

La vicenda di Shahin è un segnale che questo governo manda in particolare alle donne e agli uomini migranti che in questi anni hanno portato e continuano a portare in piazza l’opposizione al genocidio e la rabbia di chi vive ogni giorno sulla propria pelle il razzismo di guerra imperante. È un segnale che approfondisce la paura e il ricatto che gravano sul loro permesso, sul loro lavoro, sulla loro possibilità di costruirsi una vita e un futuro. È lo stesso razzismo istituzionale che ogni giorno produce file alle questure, espulsioni dai CAS e deportazioni sommarie quello che oggi viene sperimentato per zittire chi si oppone al genocidio. È lo stesso permesso di soggiorno utilizzato come un’arma contro chi si muove e chi lotta contro lo sfruttamento che oggi viene brandito contro chi protesta, prende parola e si organizza. Il governo Meloni sta mostrando come la macchina delle espulsioni possa diventare uno strumento politico contro il movimento che ha riempito le strade per la Palestina e contro la guerra, nel quale donne e uomini migranti, arabi e non, sono stati una forza centrale. È un segnale tanto più preoccupante in un momento in cui i rimpatri e le deportazioni sommarie sono stati sdoganati e sono ormai la nuova ossessione dei governi razzisti europei e non solo.

La minaccia di espulsione è un segno di un generale attacco a studenti e attivisti che hanno preso parola contro il genocidio. Negli Stati Uniti, gli studenti e le studentesse migranti che avevano partecipato alle occupazioni nei campus del 2024 sono stati privati del visto e spesso arrestati o deportati dall’ICE. In Italia, il disegno di legge Gasparri vuole portare a compimento questo attacco censurando e criminalizzando ogni protesta contro la violenza di Israele con l’accusa di antisemitismo da punire con pene che vanno fino a sei anni di detenzione. Nel frattempo, la Lega propone un osservatorio contro l’islamizzazione della società che dovrebbe raccogliere segnalazioni su “moschee irregolari, abusi relativi al patriarcato islamico, alla sottomissione delle donne, all’imposizione del velo sulle minori” e “ai ricongiungimenti poligamici”, celando l’islamofobia e il tentativo di incrementare i rimpatri dei migranti dietro una difesa spudoratamente razzista delle “nostre donne”.

Per questo, opporsi alla deportazione di Mohamed Shahin significa per noi insistere nella costruzione di una opposizione sempre più ampia nei confronti della guerra e della sua logica di oppressione e sfruttamento. Per questo, pretendere il suo rilascio significa per noi ribadire che l’opposizione alla guerra si costruisce continuando a stare dalla parte della libertà delle migranti e dei migranti.

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