AZADI. Libertà. È il grido di decine di donne afghane che il 10 giugno sono scese per le strade di Herat contro il nuovo editto che le costringe a coprire completamente il volto, permettendo di scoprire solo gli occhi. Annunciato dai megafoni delle moschee come se fosse una norma divina, il nuovo editto stringe ancora di più le maglie dell’inferno vissuto dalle donne afghane. Dopo l’emanazione del nuovo editto i talebani hanno arrestato diverse donne e ragazze accusate di indossare il burqa in modo improprio e di non rispettare le rigide norme di abbigliamento. Il 10 giugno c’è stata una sollevazione di donne e uomini che è stata immediatamente repressa con spari sulla folla e schieramenti di unità speciali per disperdere i manifestanti. Le donne afghane sono state colpite dalla repressione, bastonate, e almeno due di loro sono state uccise insieme a un bambino.
Dal 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere, le donne afghane vivono in una condizione sistematica di segregazione e oppressione. Se prima erano vietati i matrimoni per ragazze al di sotto di 16 anni, oggi possono essere imposti dal primo ciclo mestruale. Le donne non possono lavorare (se non in poche professioni sanitarie), non possono studiare oltre la scuola elementare e, non possono entrare in un parco o in una palestra e non possono muoversi senza la presenza di un “tutore”, che sia il padre, il marito o il fratello. La loro vita è stata ridotta alle mura di una casa.
Ma neanche la casa è un luogo sicuro. L’Afghanistan sta infatti attraversando una profonda crisi economica e negli ultimi tre anni il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 70%, i prezzi dei beni essenziali sono aumentati del 50% e gli aiuti internazionali sono stati drasticamente ridotti. Quando la disoccupazione costringe mariti, padri e fratelli a restare in casa insieme alle donne, la violenza domestica aumenta vertiginosamente. Non è possibile però denunciare questa violenza a causa di un decreto che ha abolito formalmente la parità giuridica tra uomini e donne e che impedisce alle donne di ricorrere alla giustizia. La vita delle donne è intrappolata dentro una gabbia tra patriarcato, condizioni materiali di vita insostenibili e difficoltà di immaginare qualsiasi via di uscita. Ma quelle donne che il 10 giugno hanno gridato AZADI nelle strade dimostrano che è ancora possibile lottare non solo contro l’ennesimo editto talebano ma contro un modello di oppressione strutturale che nega loro la libertà.
Le donne afgane combattono contro la faccia più estrema e brutale dell’oppressione patriarcale che anche in Iran, mentre la guerra va avanti, continua a uccidere detenute e detenuti politici e, in Palestina, a usare la violenza sessuale contro donne e uomini prigionieri per ribadire la loro subordinazione. Da questa parte del mondo, i femminicidi quasi quotidiani e gli stupri ripetuti, come quelli subiti da Claudia Wuttke in Germania, sono poco più che trafiletti sui giornali, mentre le donne migranti restano intrappolate nelle maglie di un razzismo istituzionale che impone loro la dipendenza dal permesso di soggiorno legato a mariti e padri e la limitazione della libertà di movimento, ulteriormente ostacolata dal Patto europeo sull’asilo appena entrato in vigore. Abbiamo la necessità di collegare la lotta delle donne afghane con la nostra, di riconoscere che, ogni volta che una donna afghana viene arrestata per aver mostrato il volto, la sua lotta ci riguarda. Perché il grido “nessuna sarà libera finché non lo saremo tutte” non resti uno slogan vuoto. Siamo dalla parte delle donne afghane. Non con gli eserciti, non con i governi che tagliano gli aiuti umanitari, non con chi usa le donne afghane come vittime per alimentare una politica islamofobica e accaparrarsi poltrone e voti attraverso il razzismo.
Stiamo con il loro grido AZADI. Con il grido di chi non accetta di rimanere in silenzio, di chi rischia tutto per respirare, per vivere, e per qualcosa di più. La lotta per la libertà delle donne afghane è anche la nostra lotta.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
