Organizziamoci! Verso il Festival femminista e migrante – Ad alta voce!

Cominciamo con una coincidenza che ci piace: la seconda edizione del nostro Festival Femminista e Migrante, Ad alta voce!, che si terrà il prossimo 8 e 9 maggio, arriva a due mesi esatti dallo sciopero transfemminista. Il Festival è parte di un processo di lotta che non si limita alle date che lo rendono più visibile e ci impegna ogni giorno a pensare le sfide di una realtà che cambia velocemente e rischia di travolgerci, ma ci offre anche nuove possibilità. Oggi abbiamo la possibilità di essere femministe dentro a un movimento che rifiuta la guerra, il militarismo e l’autoritarismo, finalmente messi in discussione dai molti NO che vengono detti in ogni parte del mondo, con manifestazioni di massa e persino con il voto. Partiamo da questo rifiuto per chiederci insieme come possiamo articolarlo e organizzarci, sapendo che femminismo e transfemminismo non sono questioni separate o istanze “di categoria”, ma richiedono di connettere condizioni diverse. Non siamo solo donne ma anche lavoratrici con salari poveri e turni infiniti; non siamo solo lavoratrici ma anche migranti che si scontrano col razzismo sui posti di lavoro; non siamo solo migranti ma anche persone queer che frequentano scuole in cui si insegna che la linea del sesso, quella del colore e quella di classe non si devono superare. Oppressione e sfruttamento incidono sulle nostre vite in modi che ci distinguono e ci collegano. Noi pensiamo che mettere in comunicazione le nostre identità impossibili sia il primo passo per organizzarci.

Negli ultimi dieci anni lo sciopero contro la violenza patriarcale è stato il terreno di un processo di organizzazione femminista e transfemminista. Sin dall’inizio abbiamo dovuto chiederci come farlo: abbiamo discusso e ci siamo scontrate coi sindacati affinché la lotta contro la violenza patriarcale entrasse nei luoghi di lavoro; abbiamo dovuto inventare modi per rendere visibile il nostro rifiuto del lavoro domestico gratuito, che incide sui salari e le forme del nostro sfruttamento fuori di casa; abbiamo dovuto fare i conti con il fatto che la possibilità di rifiutare la violenza maschile non è la stessa per tutte, quando il razzismo marchia il nostro lavoro e le nostre vite. Tutto questo ha richiesto immaginazione politica e, appunto, organizzazione, perché la lotta contro la violenza patriarcale può essere solo collettiva e per essere collettiva richiede di mettere in comunicazione condizioni diverse. Questo processo ha affrontato sfide notevoli – prima la pandemia, poi la guerra con i blocchi che ha prodotto – e col tempo si è svuotato, al punto che lo scorso 9 marzo né i sindacati né il movimento si sono preoccupati di rendere visibili le operaie e lavoratrici di ogni settore che hanno incrociato le braccia, come se lo sciopero transfemminista si riducesse a una manifestazione di piazza. Non ci interessa fare la storia o la sociologia del movimento, ma a dieci anni dall’inizio di quest’esperienza ci chiediamo: che impatto ha avuto nei posti di lavoro? Come incide sulle vertenze, nella contrattazione su salari, turni, congedi e discriminazioni? Come costruire comunicazione tra i posti di lavoro e le case, dove la miseria dei salari aumenta la dipendenza delle donne da mariti violenti? Queste non sono domande retoriche. Che il sindacato proclami lo sciopero oppure no fa la differenza ma non basta, e se lo proclama senza organizzarlo non fa la sua parte. Da parte sua il movimento deve porsi il problema di come comunicare con le lavoratrici che hanno rinunciato a una giornata di salario per ribellarsi contro la violenza maschile, o con quelle che non hanno voluto o potuto farlo. Non possiamo accontentarci di una divisione del lavoro che assegna al movimento la piazza e il “lavoro riproduttivo” – come se questo non fosse anche salariato –, e ai sindacati il “lavoro produttivo” – come se le donne non lavorassero anche in casa gratuitamente, e come se la violenza maschile non entrasse anche nei posti di lavoro. Dobbiamo chiederci come rendere lo sciopero un processo di comunicazione capace di portare il femminismo in ogni vertenza e di rendere la lotta contro lo sfruttamento un problema femminista.    

Comunicazione e organizzazione diventano ancora più complicate nell’«era europea delle deportazioni». Il razzismo ha così tante forme da arrivare a dividere anche chi lo subisce. Ci sono ragazze nate in Europa che per questo non vogliono definirsi migranti, anche se poi si portano sulla pelle i segni di una storia che continua a farle sentire fuori posto. Profughe che vivono in un circuito di ‘accoglienza’ che le taglia fuori dalla società, a parte quando vanno a lavorare ‘sotto protezione’, magari in un’industria tessile, in un magazzino, in un albergo, con compensi bassissimi e borse lavoro che vengono spacciate per integrazione. Centinaia di migliaia di lavoratrici domestiche che lavorano h24, che vivono e dormono nel posto di lavoro per riprodurre la vita dei loro assistiti e quella di figli e figlie lontane chilometri. Donne “ricongiunte” che lottano per non essere isolate dalle barriere di una lingua che non conoscono, che fanno i conti con la difficoltà di avere una casa, che vogliono lavorare per non essere schiacciate dalla dipendenza economica dai loro mariti, anche se poi lavorare in condizioni razziste le schiaccia in altro modo. In tutte queste storie il razzismo si intreccia con lo sfruttamento e la violenza patriarcale, ma raramente questi legami hanno una visibilità politica. Non basta lamentare l’assenza di migranti o persone razzializzate dalle assemblee femministe e poi continuare come sempre.  Dobbiamo chiederci come mettere in relazione generazioni che fanno esperienza del razzismo in modi diversi, perché in ogni posto di lavoro c’è sempre chi ha un permesso di soggiorno o la pelle nera e perché la violenza maschile si nutre anche di razzismo. 

Anche l’organizzazione contro la violenza maschile ci pone nuove questioni. Nella lotta sul DDL Bongiorno non abbiamo visto solo il protagonismo necessario dei Centri antiviolenza, ma anche di partiti e reti associative radicati nelle istituzioni più che nelle piazze. La battaglia sul consenso è una battaglia sulla legge, e quindi con le istituzioni dobbiamo fare i conti. Farci i conti vuol dire riconoscere che il movimento ha avuto e può avere la forza di imporre il cambiamento delle leggi senza accettare mediazioni al ribasso, come è stato in Argentina e in Colombia con la legalizzazione dell’aborto o in Spagna con l’introduzione della legge sul consenso. Ma fare i conti con le istituzioni significa anche chiederci come conquistare la forza per alzare la posta in gioco al di là di questa o quella legge. La cancellazione della parola consenso dal DDL Bongiorno e l’introduzione del consenso dei genitori per l’educazione sessuo-affettiva dimostrano che le istituzioni patriarcali non possono ignorare le nostre rivendicazioni e i conflitti in atto nelle scuole per liberare la sessualità e l’identità di genere dell’ideologia della famiglia, della maternità e della disciplina militarista oggi sempre più in voga. Proprio perché devono rincorrerci, le istituzioni patriarcali tolgono alle donne il consenso e poi lo danno alle famiglie, che possono decidere come devono essere educati figli e figlie trattandoli come una proprietà privata. La battaglia sul consenso allora non è solo una battaglia per la legge sullo stupro o per un’educazione critica. Riguarda i rapporti di potere all’interno dei quali agli uomini è riconosciuta la possibilità di esprimere una libera volontà, mentre ad altre è negata perché sono donne, sono povere, perché non hanno i documenti oppure una casa. Riguarda le condizioni materiali in cui milioni di insegnanti lavorano e milioni di studentesse e studenti sono educati a prepararsi a un futuro di precarietà e guerra. Riguarda le trasformazioni della scuola, che sulla pelle di centinaia di migliaia di studentesse e di lavoratrici precarie pretende insegnare ordine, disciplina, autoritarismo e militarismo patriarcali. Allora dobbiamo chiederci come organizzare la lotta contro le istituzioni patriarcali dentro la società, senza paura di “corromperci” quando comunichiamo con chi nelle istituzioni porta avanti battaglie che sono anche nostre, ma costruendo una forza collettiva e rivendicazioni che non possono essere ignorate. 

Dobbiamo alzare la voce per sovrastare il clamore di un mondo in guerra, perché in questa guerra il movimento femminista transnazionale ha subito duri colpi. Sotto le bombe di Trump e Netanyahu si è rafforzato il regime teocratico e patriarcale iraniano, che ora dispiega tutta la sua violenza contro il movimento “Donna vita libertà” e ogni forma di opposizione. Dopo aver costruito le condizioni affinché migliaia di donne si liberassero dalla violenza, l’esperimento femminista e rivoluzionario del Rojava sta cercando di non soccombere sotto i colpi della guerra in Medioriente. Dalle lotte delle curde e delle iraniane abbiamo tratto una forza transnazionale che ora dobbiamo ricambiare, perché dovunque ci sia la guerra il patriarcato si vendica contro chi lo ha sfidato, e il contraccolpo si allarga a macchia d’olio in tutto il mondo. Anche se alcune lo hanno creduto, dopo l’inizio dei bombardamenti contro l’Iran, noi sappiamo che nessuna liberazione può arrivare con le bombe che stanno radendo al suolo Gaza e il Libano; anche se alcuni continuano a credere che il nemico del nostro nemico sia un amico, per noi non è un amico chi opprime le donne e uccide chi vuole esprimere liberamente la propria sessualità, nemmeno se lancia i suoi missili contro Trump e Netanyahu. Pensiamo che sia necessario affrontare senza timore le divisioni che la guerra ha creato anche nel nostro movimento. Per noi non si tratta di stare dalla parte di Stati o regimi oppressivi che si combattono per i loro profitti, ma di schierarci con chi – in ogni Stato e sotto ogni regime – non vuole essere oppressa. Dobbiamo continuare a chiederci come lottare contro i confini lungo i quali la guerra si combatte, per essere la forza femminista e migrante che alimenta il suo rifiuto. 

Durante il Festival discuteremo di tutto questo, con compagne curde, iraniane e palestinesi che si ostinano a essere femministe anche se la guerra fa del nazionalismo, del razzismo e della violenza l’unica lingua che dovremmo parlare. Discuteremo con le operatrici dei Centri antiviolenza, le insegnanti e le studentesse che stanno sfidando l’autoritarismo patriarcale che entra in classe e rifiutano un presente e un futuro di precarietà e violenza, le lavoratrici e le sindacaliste che continuano a organizzarsi contro un lavoro sempre più opprimente e salari sempre più poveri, le insegnanti e le studentesse delle scuole di italiano per migranti, reti e collettivi femministi, transfemministi, queer e antirazzisti che portano avanti molte lotte quotidiane e, come noi, hanno bisogno non solo di raccontare quello che già fanno, ma di chiedersi cosa possiamo e dobbiamo ancora fare. Per organizzarci non esiste un manuale che ci dice come fare, non ci sono esperte da consultare come autorità al di sopra delle lotte, non c’è un’identità che ci tiene insieme: per organizzarci dobbiamo pensare e ripensare, trovare le parole per comunicare e, sicuramente, dobbiamo osare.

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