Un razzismo non occasionale

Bakary Sako, bracciante maliano, è stato ucciso a Taranto all’alba dell’11 maggio in piazza Fontana, nel pieno del centro storico. Aveva chiesto aiuto in un bar, dove si era fermato prima di ritornare al lavoro, ma è stato cacciato, rimandato da quel gruppo di cinque ragazzini, i più piccoli di 15 anni, che poi lo ha riempito di botte e ucciso accoltellandolo. Cinque tarantini, italianissimi.
C’è chi parla di regressione della società, di un problema di educazione civile e di valori. Chi lamenta che persino nelle scuole di élite, frequentate dai figli della Taranto bene, negli ultimi anni si registra una totale assenza di educazione e rispetto.
Non è però un problema di educazione civile. E di certo non si tratta della “mancanza di rispetto da parte degli adolescenti”. Non è un episodio isolato. Si inserisce ed é prodotto da un razzismo ormai sistemico, preciso, violento, che le istituzioni e la linea politica di questo governo contribuiscono ogni giorno a rafforzare.
Viene in mente Soumaila Sacko, anche lui del Mali, bracciante e sindacalista, anche lui ammazzato dalla violenza razzista ormai 8 anni fa. Ma anche senza andare troppo indietro nel tempo, basta guardare gli eventi delle ultime due settimane. Paul Neeraj, bracciante indiano morto a fine aprile nel salernitano, dopo essere stato scaricato di fronte all’ospedale con le gambe in cancrena dovuta alle sostanze con cui lavorava. Un altro bracciante, rumeno, morto carbonizzato vicino a Foggia nella sua roulotte dove dormiva per essere vicino al campo di lavoro nelle giornate più intense. I 17 naufraghi sudanesi, in fuga da una delle guerre più atroci e massacranti, morti alle coste della Libia. I sopravvissuti rimandati alla guardia costiera: ciò significa campi in Libia, torture e tratta.
Una violenza legittimata e rafforzata non solo dal governo Meloni, ma anche dall’UE dell’era delle deportazioni, in cui il rimpatrio è una minaccia costante. Un’Europa con sogni securitari che vorrebbe scaricare sulle e sui migranti il costo della guerra che avanza sempre di più. Che alimenta un razzismo che va dal permesso di soggiorno usato per ricattare, sfruttare, portare a obbedire, fino ai decreti sicurezza – l’ultimo approvato alla vigilia del 25 aprile, fino, ancora,  alla scuola, dove la violenza razzista e di genere è affrontata installando metal detector all’entrata. La scuola dove quegli stessi adolescenti che si vedono accusati in toto di mancare di rispetto, se si sollevano contro questo governo, ricevono come risposta il manganello.
La violenza di una banda di ragazzini non è il frutto di un razzismo occasionale, ma la conseguenza di quello istituzionale  che viene coltivato, ampliato e legittimato ogni giorno da chi poi si scandalizza e invoca un’ulteriore stretta repressiva.

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