Per una pace che sia anche giustizia: l’Iran tra la guerra e le lotte. Intervista a Shirin (Donna Vita Libertà, Torino)

Il 17 settembre, quattro anni dopo l’uccisione di Mahsa Amini, nel Kurdistan iraniano negozi e attività commerciali hanno chiuso per uno sciopero generale. Commercianti e imprenditori di Saqqez, Sanandaj, Mahabad, Marivan, Baneh e Bukan hanno abbassato le serrande in risposta all’appello delle organizzazioni politiche curde. Diversamente dal 2022, però, questa volta la mobilitazione è rimasta confinata a quell’area: la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, la crisi economica che sta strangolando l’Iran e un clima di repressione ulteriormente inasprito hanno reso molto più difficile l’esplosione di una nuova mobilitazione di massa su scala nazionale. Per capire cosa sta succedendo in Iran – dal punto di vista economico, da quello delle proteste e della repressione interna – abbiamo intervistato Shirin, attivista italo-iraniana e membro del collettivo Donna Vita Libertà di Torino, nato nel 2025 per supportare gli scioperi e le proteste scoppiati in Iran lo scorso inverno contro il costo della vita, l’impoverimento dei salari e il dominio patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Ne emerge il racconto di un paese sfiancato da una moneta ridotta quasi a carta straccia, da blackout e razionamenti d’acqua quotidiani, ma anche di un’insubordinazione quotidiana ostinata che continua a farsi strada nelle città iraniane – per esempio nel caso delle donne che continuano a non portare il velo – e di un pezzo di diaspora che, prendendo apertamente le distanze dalle posizioni monarchiche, prova a dar voce al doppio rifiuto di essere liberati da una guerra condotta da Israele e Stati Uniti, così come da un regime fondamentalista che schiaccia brutalmente ogni forma di dissenso politico, nella convinzione che la liberazione non possa che venire dall’interno, perseguendo «una pace che sia anche giustizia».

Assemblea Donne del Coordinamento Migranti: Il 17 settembre c’è stato uno sciopero in occasione dell’anniversario della morte di Mahsa Amini, puoi dirci qualcosa su come è andato?

Shirin: Quello a cui ti riferisci è stato uno sciopero nel Kurdistan iraniano perché Mahsa Amini era curda e lì hanno effettivamente scioperato. Ma in Iran, in questo momento, la situazione economica è troppo disastrata perché la gente possa permettersi uno sciopero: se scioperi, semplicemente non mangi. Non c’è stata una mobilitazione come poteva esserci negli anni scorsi, anche perché già dall’inizio della guerra hanno portato in strada un sacco di forze militari e paramilitari venute da fuori — dall’Iraq, per esempio, tutti i gruppi affiliati al regime — che ogni sera presidiano le città e hanno creato un clima di terrore. Cercano di sopprimere sul nascere qualsiasi manifestazione o protesta. Dall’Iran, quando è iniziata la guerra, mi raccontavano che mentre di giorno si sentivano i missili, di sera si sentivano i megafoni di queste milizie. Questo produce paura. Lo sciopero inoltre non ha avuto diffusione fuori dal Kurdistan iraniano perché sui curdi pesa ancora la diceria che sono armati dagli Stati Uniti, quindi, c’è una certa diffidenza anche a causa delle loro tendenze separatiste. Pensavamo che questa divisione fosse stata superata con le proteste per Mahsa Amini, mentre la Repubblica Islamica, ogni volta che la situazione si scalda, cerca di riprodurre frazioni: bombarda il Kurdistan iracheno e fa in modo che non ci siano aiuti da una parte e dall’altra. Per questo stavolta lo sciopero ha fatto fatica a diffondersi nel resto del paese.

AD: Puoi dirci di più della situazione attuale in Iran dal punto di vista economico, da quello della repressione del regime e da quello delle proteste?

S: Sul piano economico penso che la nostra moneta non sia mai stata così vicina a valere quanto carta igienica: i prezzi sono fuori controllo, le persone non possono più permettersi niente, anche perché con il nuovo pacchetto di sanzioni — e con un regime che comunque non tiene in nessun conto il benessere della popolazione — il paese sta andando davvero alla deriva. Nelle città, e soprattutto in certi quartieri, ogni giorno per diverse ore salta la corrente perché non ce n’è abbastanza, oppure chiudono l’acqua. La connessione più o meno è accessibile adesso, ma sempre con difficoltà. Tutto è costantemente controllato quindi è difficile ottenere informazioni perché hanno paura.

Durante la guerra hanno arrestato parecchi prigionieri politici, irrompendo in casa e portando via le persone. I detenuti ogni martedì fanno uno sciopero della fame contro la pena di morte perché quasi ogni giorno impiccano qualcuno. Non si tratta solo di prigionieri politici: magari sono persone incarcerate per reati legati allo spaccio di droga e le impiccano come segnale legato al clima di guerra.

L’opinione pubblica all’interno del paese è molto divisa: ci sono ancora persone che pensano che va bene anche che arrivi l’America, che rada tutto al suolo, purché se ne vadano i fondamentalisti. Ce ne sono anche molte altre che, vedendo come questa guerra è iniziata, quanto sta durando e i disastri che ha fatto senza portare a nulla, hanno cambiato idea. Ma soprattutto, da quello che capisco e da quello che mi raccontano, le persone in questo momento sono preoccupate di riuscire ad arrivare a fine mese.

AD: Ci sono proteste sul piano economico, sui salari?

S: Non in questo momento. Secondo me a dicembre, quando erano cominciati quegli scioperi, si era aperta un’occasione d’oro — non che non si fosse mai vista una cosa simile, perché di scioperi ce ne sono sempre stati tanti, ma quella volta erano partiti dai commercianti del bazar, che storicamente sono sempre stati alleati e conservatori del regime. Il loro sciopero del 1979 diede una spinta decisiva alla rivoluzione. Il fatto che stavolta fosse ripartito da loro era molto significativo, e pian piano altri settori avevano iniziato a seguire a catena. Immagino che se anche il settore petrolchimico avesse iniziato a scioperare, a quel punto, con l’economia del paese bloccata, si sarebbero potute avanzare richieste reali e ottenere risposte. Pahlavi ha cavalcato l’onda, come fa sempre, e ha detto alla gente di scendere in strada. Lo stesso ha detto Trump. Molti e molte hanno manifestato ed è stata una mattanza.

Qualche mese fa gli studenti avevano scritto una lettera in cui parlavano del fatto che si trovano sotto una duplice violenza: quella della guerra e quella del regime. Da poco è uscita una lettera dei prigionieri politici in risposta a quella firmata da Angela Davis e da altri intellettuali, una lettera uscita in un momento molto opportuno, perché tra la guerra e tutto il resto dei prigionieri politici non si parlava più. La lettera aveva il merito di contrastare la posizione di chi pensa – anche da sinistra – che alla Repubblica Islamica, in quanto attore politico preso di mira da Stati Uniti e Israele, si possa perdonare tutto. La lettera era infatti indirizzata a prigionieri politici iraniani, intrappolati «tra due lame di una forbice»: da un lato quella della Repubblica Islamica che si dichiara contro il potere imperiale pur utilizzandone la stessa logica di dominio e gli stessi apparati di carcerazione, tortura ed esecuzione, e dall’altro Stati Uniti e Israele che scatenano guerre brutali, distruggono infrastrutture civili, uccidono studentesse innocenti, e trattano gli e le iraniane come danni collaterali nel loro perseguimento del dominio regionale. I prigionieri e le prigioniere politiche hanno risposto condividendo questa prospettiva e raccontando l’esperienza del carcere. Non parlavano nemmeno del carcere più duro o più centrale dell’Iran: non era Evin. Hanno raccontato di essere isolate in cella, di essere fatte uscire solo per gli interrogatori. Hanno raccontato che a volte fingono che sia arrivato il momento dell’impiccagione: ti mettono il cappio, ti chiedono se hai scritto il testamento e le ultime parole, e magari serve solo a farti venire un piccolo infarto. Oppure, quando impiccano qualcuno, lo vieni a sapere perché ti dicono che la sua coperta non serve più. Hanno raccontato tutto questo, che è solo la punta dell’iceberg di quel che succede nelle carceri iraniane, e hanno chiesto soltanto che l’attenzione non calasse.

AD: Che ne è delle proteste delle donne in questo momento?

S: Soprattutto nelle città ci sono forme di disobbedienza civile, cioè le donne semplicemente girano senza velo. Per le strade si vedono ragazze in maglietta corta, o in motorino senza velo, con la sigaretta in mano: in Iran è una cosa che fa ancora un certo effetto. Continua a succedere, soprattutto nelle grandi città. Ogni tanto la polizia morale ci prova ancora, ma alla fine non puoi arrestare tutte. Probabilmente adesso non hanno più neanche la forza di imporre a tutte il velo. Queste sono conquiste e quattro anni fa erano impensabili. Quando andavo in Iran, c’erano dei posti dove sapevo che potevo togliermelo — ma non uscivo di casa senza metterlo. Adesso secondo me il potere e il credito morale della Repubblica islamica è in declino, tutto è in mano ai Pasdaran, perché sono loro ad avere i soldi.

Ad ogni modo, il movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini credo abbia rappresentato uno spartiacque nella vita di molte di noi: c’è un prima e un dopo. Per me, in particolare, che andavo e venivo tra Italia e Iran e non avevo mai fatto nulla di politico è stato un momento di presa di coscienza collettiva: le proteste erano esplose e tutti abbiamo pensato che stesse succedendo davvero qualcosa e non potevamo stare con le mani in mano. Oggi molte donne non portano più il velo, però non basta, mancano diritti politici e la situazione economica è disastrosa e pesa molto concretamente sulla vita delle persone. Una cosa sorprendente in Iran è che il cambio di sesso è facile, addirittura sponsorizzato dal governo e avere i documenti nuovi è molto rapido: sono talmente omofobi che promuovono la riassegnazione del sesso purché le relazioni siano eterosessuali. L’omosessualità è reato, la transessualità è favorita – una parte dell’operazione è pagata anche dallo Stato –, poi ovviamente queste persone subiscono violenze di vario di tipo. L’Iran è uno dei paesi con più operazioni per fare la transizione.

AD: Rispetto alla guerra in corso, le posizioni all’interno della diaspora iraniana sono ancora molto divise?

S: Da quando è iniziata la guerra molte persone si sono spostate dalla parte del regime — non parlo della diaspora, ma dell’opinione pubblica internazionale in generale — e diverse frange della sinistra sono rimaste bloccate in un binarismo imperialismo/antimperialismo. Così adesso la Repubblica Islamica viene vista in modo diverso, e le si condona tutto: va bene qualunque cosa, purché tu sia contro gli Stati Uniti e Israele. E i morti che ne derivano in fondo vanno bene perché sono “martiri”.

Dal punto di vista della diaspora, già dal primo anniversario di Mahsa Amini (il 16 settembre 2023) e con il 7 ottobre meno di un mese dopo, la frangia monarchica che aveva appoggiato le proteste ha iniziato a coltivare l’idea degli Stati Uniti come grande potenza salvifica e della democrazia come risposta a tutto. Subito i monarchici hanno preso in mano le bandiere di Israele, mentre il resto della diaspora è rimasto troppo a lungo in silenzio per non mostrare le fratture interne. In quel periodo sembrava che fossero tutti monarchici, perché era l’unica voce che si sentiva ed era una voce che urlava. È una cosa che a me personalmente ha fatto vivere una crisi profonda — mi sono sentita a pezzi, perché quella poi è la mia gente. All’inizio mi sono detta di stare in disparte, ma poi sono cominciati gli scioperi di dicembre e non è più stato possibile tacere. Così è nato il nostro collettivo: un gruppo di persone che già si conosceva da Donna Vita Libertà, a cui piano piano, per passaparola o tramite eventi, se ne sono aggiunte altre perché in fondo ci accomunava la necessità di trovare uno spazio che non fosse monarchico. Ci siamo ritrovati, abbiamo discusso a lungo le nostre posizioni per evitare sorprese in futuro, e ora cerchiamo di fare quello che possiamo: eventi culturali, dibattiti, proteste in piazza. Siamo in rapporto con altri gruppi simili a Bologna, Milano e Roma e con una rete internazionale – con persone dall’Australia, dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Germania – nata in modo informale per fare una campagna per la pace. Per me il punto non è una generica pace, ma una pace che produca giustizia. Noi di “Donna, vita, libertà-Torino” non siamo pro-monarchia, non sosteniamo la guerra, non sosteniamo il regime, e non sosteniamo l’oppressione di altri popoli pensando che questo possa aiutarci — anzi, siamo sempre andati a tutte le manifestazioni per la Palestina, anche quando, nell’ultima a cui ho partecipato, c’erano le bandiere della Repubblica Islamica proprio accanto a me: stavo morendo dentro ma volevo comunque esserci e adesso anche alle nostre manifestazioni abbiamo deciso di portare la bandiera della Palestina. La nostra idea è che il cambiamento debba venire da dentro il paese, e che noi, come diaspora, dobbiamo amplificare le voci di chi vive in Iran. Non voglio giudicare chi sotto le bombe statunitensi pensa che almeno possano liberarli dal regime, la disperazione è alta. Però se anche tutti in Iran dicessero “vogliamo la guerra”, io non potrei, dalla mia posizione sicura, con le bombe che non cadono sulla mia testa, essere d’accordo e dire “va bene, fate la guerra, bombardate” — non potrei farlo nemmeno se lo volesse davvero tutto l’Iran. Resto convinta che una guerra — tanto meno una guerra degli Stati Uniti — non sia la soluzione. Ad ogni modo sicuramente la guerra non ha avuto lo stesso effetto, a livello di compattamento dell’opinione pubblica, di quella con l’Iraq scoppiata negli anni Ottanta dopo la Rivoluzione. Piuttosto la guerra ha contribuito a esasperare ancora di più le persone nella loro vita quotidiana acuendo l’insofferenza e il malcontento nei confronti del regime.

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