Il razzismo di guerra e il suo rifiuto: migranti nel movimento dello sciopero

Mentre prosegue l’occupazione della città di Gaza da parte dell’esercito israeliano, la vita delle donne e degli uomini palestinesi che tentano di fuggire dal genocidio è appesa al razzismo istituzionale dei governi di tutto il mondo. Da più di un mese, gli Stati Uniti di Donald Trump, che nelle ultime ore ha ammonito le Nazioni Unite contro il pericolo delle «migrazioni incontrollate» invocando il superamento del «fallito esperimento dei confini aperti», hanno sospeso il rilascio dei visti per cure mediche temporanee a chi proviene dalla Striscia. Lo stesso ha fatto la Danimarca, paese di turno alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, adducendo ragioni di sicurezza nazionale legate al potenziale aumento delle domande di ricongiungimento familiare. Non poteva mancare all’appello il governo italiano, che continua a non permettere l’ingresso a cinque nuclei familiari, nei cui confronti il tribunale di Roma ha ordinato al Ministero degli Esteri il rilascio dei visti per motivi umanitari. E anche gran parte delle centinaia di studenti palestinesi che hanno ottenuto borse di studio dalle università italiane è ancora in attesa che le autorità ne organizzino l’evacuazione umanitaria. Nemmeno l’enormità della furia genocida israeliana appare in grado di scalfire la violenza razzista che continua a essere riversata su donne e uomini migranti dentro una guerra che dispiega i suoi effetti anche ben al di là dei teatri dov’è combattuta. L’ideologia militarista riecheggia anche nelle parole razziste del ministro Salvini, quando agita la parola d’ordine della sicurezza per affermare che il problema «non sono i carri armati russi, ma i troppi delinquenti stranieri che ci sono in Italia».

E in effetti, in un’estate segnata dal progressivo aumento degli sbarchi sulle coste italiane, anche gli sforzi dei razzisti di governo per rendere sempre più precarie le condizioni di vita di donne e uomini migranti hanno subito una decisa intensificazione. A partire dal mese di agosto, dopo che una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito l’illegittimità delle norme italiane sulla definizione dei cosiddetti «paesi sicuri» di provenienza, il governo ha esteso le procedure accelerate di esame delle richieste di protezione internazionale ai richiedenti asilo che nella loro domanda dichiarano di essere venuti in Italia per ragioni economiche. Tutto questo in attesa che l’entrata a regime a livello europeo del patto su migrazione e asilo (che la Commissione Europea spinge per accelerare) e del nuovo regolamento sui rimpatri renda ancora più agevole l’applicazione dei procedimenti sommari, delle detenzioni forzate e delle deportazioni a tappeto di cui l’Italia, nell’ultimo paio d’anni, si è fieramente eretta a centro di sperimentazione.

Sebbene probabilmente destinata a finire al centro dell’ennesimo braccio di ferro giudiziario, questa iniziativa del governo italiano è in continuità con una più ampia offensiva che si spinge ben oltre quelle «zone di transito e di frontiera» che il Ministero degli Interni ha intenzione di moltiplicare, includendovi anche tutti i porti di sbarco delle organizzazioni umanitarie. Da mesi, ormai, le questure impediscono alle e ai migranti di fare domanda di protezione internazionale secondo le normali tempistiche e modalità, contingentando al minimo il numero di ingressi giornalieri e richiedendo loro documenti non previsti da alcuna normativa. Con i nuovi arrivi, lunghe code di migranti stanno tornando a formarsi davanti agli sportelli anche molte ore prima degli orari di apertura, durante i quali, oltretutto, sempre meno persone riescono a presentare la propria richiesta senza ricorrere a un costoso supporto legale. 

Centinaia di richiedenti asilo si ritrovano così sospesi nello stesso limbo amministrativo di chi è costretto ad attendere mesi per poter rinnovare il proprio permesso di soggiorno, mentre le questure continuano a ridurre il personale degli uffici immigrazione. E persino chi porta in tasca la cittadinanza sta cominciando a sentire sulla propria pelle le conseguenze di una modifica normativa apportata lo scorso maggio. Il governo ha infatti rotto l’automatismo in base al quale, con l’ottenimento della cittadinanza da parte di un genitore, i figli minorenni diventavano a loro volta cittadini: la legge ora prevede che, per acquisire automaticamente la cittadinanza, essi debbano risultare residenti legalmente in Italia da almeno due anni o, in caso di età inferiore, dalla nascita.

In questo puzzle di misure, ritardi e propositi razzisti c’è però un pezzo mancante, rappresentato dal rifiuto che donne e uomini migranti continuano a opporre alla violenza della guerra e del genocidio e, con essa, a una normalità fatta di sfruttamento, di minacce sempre più concrete di trattenimenti e deportazioni e della più completa impossibilità di stabilizzare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Con la loro partecipazione agli scioperi che in questi giorni hanno invaso le strade e bloccato porti, stazioni e autostrade, migliaia di migranti hanno sfidato gli imperativi securitari di chi li vorrebbe isolati e ridotti al silenzio per tornare a ribadire che quella di donne e uomini palestinesi è l’unica parte da cui è possibile stare, perché è la sola dalla quale si può reclamare un futuro alternativo non solo a quello dei piani di sterminio e di ricostruzione capitalistica del governo israeliano, ma anche alla normalizzazione della violenza razzista e alla criminalizzazione del movimento delle e dei migranti che la guerra impone in tutto il mondo. Le donne e gli uomini migranti che sono scese in piazza contro il genocidio a Gaza hanno raccolto la sfida di costruire, attraverso e oltre le mobilitazioni in corso, una opposizione politica ampia e duratura tanto all’inaccettabile brutalità della guerra, quanto alle insopportabili condizioni di sfruttamento che il militarismo pretende di continuare a dettare sulla loro pelle: è in questo senso che il movimento dello sciopero dovrà essere migrante, oppure non sarà.

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