Dal festival Ad Alta Voce all’iniziativa femminista migrante

Di seguito pubblichiamo tre testi, scritti come restituzione delle discussioni tenutesi al nostro festival femminista migrante Ad Alta Voce, in vista dell’assemblea dell’8 giugno al Centro delle donne di Bologna. Speriamo di vedervi in tante!

Le parole per una pratica femminista: verso l’assemblea dell’8 giugno.

Ore 18.30, Centro delle donne, via del Piombo 7, Bologna

Abbiamo chiuso il Festival femminista e migrante “Ad Alta Voce” con la promessa di tenerlo aperto oltre l’evento. Il Festival ha dimostrato che, insieme a tantissime altre, condividiamo l’esigenza di luoghi, processi, occasioni di comunicazione che ci permettano di trovare insieme le parole per una pratica femminista. Nessuna di queste cose esiste e abbiamo bisogno di costruirle.

Il Festival si è concluso con un’assemblea sull’organizzazione femminista e migrante, che ci ha fatto capire che non è un tema di cui è facile parlare. Non c’è un manuale già scritto, non c’è un metodo prefabbricato, ci sono l’oppressione e lo sfruttamento patriarcali e razzisti che cambiano nel presente in guerra, che ci colpiscono in modi diversi, come diversi sono i modi in cui, da sole o insieme, come donne e persone Lgbtq+, migranti e lavoratrici, ogni giorno lottiamo. Parlare di organizzazione femminista non significa immaginare o pretendere una struttura definita e definitiva. Organizzazione femminista è in fondo il nome di un processo collettivo in cui, in modo non occasionale, mettiamo in moto le nostre intelligenze, le nostre differenze e le nostre pretese, per produrre pratiche in grado di incidere sulla realtà. 

Per dare seguito al Festival abbiamo pensato di restituirne alcune parole e formulare alcune domande che per noi possono essere affrontate soltanto collettivamente. Lo facciamo dopo aver riletto e riascoltato gli interventi delle compagne che lo hanno animato e reso possibile, tessendo la trama di un discorso femminista sulla guerra e i suoi effetti, sulla battaglia per il consenso, contro la violenza patriarcale e sull’educazione, sulle condizioni sociali della nostra libertà, sul rompicapo dell’organizzazione. Lo facciamo perché anche coloro che non ci sono state possano essere parte di un percorso che per noi deve continuare. 

1. Parole e domande femministe contro la guerra

Questi appunti aperti nascono dalla discussione sulla guerra in cui hanno preso parola compagne iraniane, curde, palestinesi, italiane. Non pretendiamo di esaurire la ricchezza dei contributi, ma riportiamo alcune delle loro parole per individuare dei nodi che ci permettano di portare avanti una riflessione condivisa.

La guerra impone «la violenza contro le donne e i bambini come una pratica politica di umiliazione». Ciò che è stato duramente conquistato dalle donne e dalle persone lgbtq+ è stato perduto. Nelle rappresentazioni diffuse, le donne iraniane sono identificate con l’hijab e sono nascoste le loro vite e le loro storie, le loro lotte e le loro aspirazioni. Alle combattenti curde vengono tagliate le trecce perché sono il simbolo della forza collettiva che ha sostenuto la loro rivoluzione femminista. Le donne palestinesi «sono celebrate come eroine, ma nella realtà imposta dal genocidio e dalla colonizzazione israeliani è difficile chiedersi che cosa vogliono come donne perché devono occuparsi ogni giorno della sopravvivenza». → Come dare visibilità a ciò che la guerra impone e a ciò che cancella, senza ridurre chi la subisce a un’icona di oppressione o resistenza? E che cosa possiamo dire e fare noi che siamo lontane dai fronti su cui è combattuta, per rendere possibile la comunicazione transnazionale di cui abbiamo bisogno?

La discussione ha reso chiaro che questa comunicazione è stata ostacolata dal «campismo», che ci fa guardare la guerra dal punto di vista degli Stati o dei regimi che si fronteggiano e ci impone di «rinunciare a un giudizio politicamente femminista». Negli ultimi anni anche “dalla nostra parte” si è infiltrato il vocabolario della guerra: è risuonata nei cortei e nelle assemblee la contrapposizione tra Occidente e Oriente, come se i due fronti fossero omogenei e non attraversati da fratture; sono tornate le parole dei nazionalismi; per non indebolire i fronti della resistenza, le condizioni e le lotte delle donne e delle persone Lgbtq+ sono state messe in secondo piano. Ma se guardiamo la guerra dal punto di vista femminista scopriamo che «il nemico del nostro nemico può essere a sua volta un oppressore», che c’è «una convergenza patriarcale tra il cosiddetto Occidente che vuole liberare le donne dall’oppressione, e i regimi che le opprimono», e che «la guerra impone una scelta impossibile tra due oppressioni». → Che cosa significa per noi, come femministe, rifiutare questa scelta impossibile? Quale vocabolario costruiamo per dare voce alle condizioni e alle lotte di donne e persone lgbtq+, lavoratrici e migranti che sono sotto le bombe, e anche a chi subisce gli effetti della guerra lontano dai fronti?

Abbiamo compreso che, per essere femministe contro la guerra bisogna chiedersi che cos’è la pace. «Per i campisti, la pace è un compromesso e una tregua tra nemici, per i regimi è oppressione, per noi la pace è lottare senza chiedere il permesso» per mettere fine a violenza e sfruttamento. «La guerra ti segue anche se attraversi i confini» e lontano dai fronti significa impoverimento, autoritarismo, orgoglio patriarcale e razzismo dispiegato. Eppure, non è facile riconoscere gli effetti della guerra nelle nostre condizioni quotidiane di vita e di lavoro, ed è una sfida trovare il modo di opporci alla guerra anche a partire da noi. → Come fare della pace una politica di lotta, qui e ora? Come incidere sulla «mentalità patriarcale che unisce la guerra e il militarismo, la politica di potenza degli Stati e quella del capitalismo»?

2. Parole e domande femministe su scuola e consenso

Questi appunti aperti emergono dalla discussione sul DDL Bongiorno e le direttive di Valditara sull’educazione sessuo-affettiva che ha coinvolto CAV, insegnanti, collettivi studenteschi. La discussione ha reso evidente che tanto la legge sulla violenza sessuale quanto le direttive sull’educazione hanno a che fare con le condizioni sociali in cui la violenza maschile si dispiega e può essere contrastata, in cui si studia e si lavora, e con il modo in cui vengono riprodotti i rapporti di autorità e le posizioni e gerarchie sessuali, di classe, razziste. 

Un primo nodo riguarda l’importanza della legge: eliminare il consenso «scarica l’onere della prova della violenza sulle donne che l’hanno subita», e dimostrare che una violenza c’è stata è «tanto più difficile quanto più dipendono dal marito, economicamente o per il permesso di soggiorno», o se la violenza avviene sul posto di lavoro. Il campo di tensione in cui ci troviamo è questo: «se uno stupratore è punito, significa che la donna che lo ha denunciato è stata creduta, e questo è simbolicamente e concretamente rilevante». D’altra parte, se le pene sono inasprite, i giudici evitano condanne considerate eccessive, assolvono gli uomini violenti o propongono misure alternative (almeno per i cittadini bianchi, perché i migranti sono mandati in galera senza passare dal via). Ma la punizione arriva dopo che la violenza si è compiuta e non cambia da sola «i rapporti di potere, le gerarchie di genere che prevedono che i corpi delle donne e femminilizzati siano sempre disponibili, e le condizioni materiali e ideologiche che ostacolano la possibilità di esprimere liberamente il consenso». → Come occupiamo la posizione scomoda di una battaglia per la legge sul consenso che non ricada nel punitivismo? Come possiamo far sì che la lotta contro la violenza maschile non torni a essere un problema individuale, ma riconosca che si tratta di un fatto strutturale che incide sull’intera società?

Un secondo nodo riguarda la scuola come luogo in cui si intrecciano non solo politiche patriarcali, autoritarie e militariste, ma anche le condizioni di lavoro precarie delle insegnanti, le posizioni di classe delle studentesse e degli studenti, il razzismo. «Valditara ha snaturato l’educazione al consenso trasformandolo in un generico rispetto che tratta le donne come “fiorellini” fragili e vulnerabili». Quello che il governo vuole insegnare è il rispetto per la «complementarietà dei generi» e «per l’autorità e le gerarchie esistenti». Di conseguenza, «le studentesse che alzano la voce per protestare sono trattate come bambine e bollate come ‘maleducate’, inadeguate al loro ruolo ‘femminile’». Attribuire alle famiglie il diritto di acconsentire o meno all’educazione sessuo-affettiva «rafforza l’autorità patriarcale e privatizza le scelte curriculari», scaricando poi sulle insegnanti il peso del lavoro necessario a fornire attività alternative. L’introduzione del consenso delle famiglie «colpisce direttamente la libertà di insegnamento e prefigura una scuola “on-demand”». L’autoritarismo e la logica punitivista si vedono anche nel voto in condotta, che «criminalizza gli adolescenti ‘dissidenti’ e seleziona chi potrà andare al liceo e chi dovrà accontentarsi degli istituti tecnici», che sono già parte di una riforma che svuota l’educazione in funzione della formazione al lavoro. La discussione ha reso chiaro che le studentesse non abbassano la testa e che le insegnanti continuano a praticare una battaglia sull’educazione. → Come possiamo noi allargare il campo e la visibilità di questa insubordinazione femminista contro l’educazione patriarcale, razzista e di classe, come possiamo amplificarla dentro e fuori la scuola

3. Parole e domande femministe sull’organizzazione

Questi appunti aperti emergono dall’assemblea conclusiva del Festival femminista e migrante “Ad Alta Voce” che è stata molto diversa da come ce l’aspettavamo. Non sono intervenuti tanto, o soltanto, collettivi o reti femministe e transfemministe, gruppi strutturati o sindacati, ma anche molte singole compagne che hanno colto l’occasione di parlare e hanno dialogato tra loro senza produrre interventi ‘di rappresentanza’. Questo ci ha dato una prima indicazione importante: il problema dell’organizzazione non riguarda tanto o solo le militanti, ma la comunicazione con coloro che, in forme diverse, fanno i conti con la violenza patriarcale e razzista, con la precarietà della loro vita e del loro lavoro, riempiono le piazze transfemministe e scioperano perché ambiscono a un mondo in cui tutto questo non sia più la normalità o un destino. Organizzazione significa partire da condizioni materiali diverse, e sapere che «il piano collettivo non è già dato, ma va costruito» per fare in modo che «la rabbia che proviamo non rimanga cieca e quindi inefficace, ma venga indirizzata».

Ci sono due parole che tengono insieme diversi interventi dell’assemblea: identità e comunità. Quante ‘persone razzializzate’ o del Sud del Mondo erano presenti? Si può usare la parola ‘donna’ senza discriminare le identità di genere non binarie? Come fare i conti con i nostri privilegi? Come facciamo a costruire comunità alternative e spazi safer? Queste domande sono state poste e vanno prese sul serio, perché nelle nostre passate esperienze femministe hanno avuto un peso, a volte hanno attivato percorsi di organizzazione, molto spesso hanno prodotto blocchi e incomunicabilità. Vogliamo continuare a discuterne senza ricadere in dinamiche accusatorie e forme di inimicizia scambiate per radicalità. Al centro, per noi, va posta proprio la capacità di costituire un luogo collettivo in cui sia possibile anche il disaccordo, perché di questo luogo c’è bisogno per rimettere al centro la lotta contro la violenza patriarcale nelle sue molte forme e per avere la forza di contrastarla.

Dalla discussione sono emerse molte considerazioni importanti. L’identità è un primo momento di politicizzazione, ma come si afferma o riconosce non è dato. Dire donna può essere un modo di affermare «di aver sempre dovuto lottare per esistere», e fare di quella lotta una condizione di possibilità per altre differenze. «Essere razzializzata non dipende solo dal colore della pelle, perché molte bianche legate a un permesso di soggiorno subiscono il razzismo che non è solo cromatico ma istituzionale». L’identità può essere anche «mercificata», quando una donna iraniana è invitata a parlare come «rappresentante di un intero popolo, solo per raccontarsi come vittima di molte disgrazie» e rispondere a un copione già scritto. Condividere l’identità di genere o il colore della pelle può farci riconoscere perché ci somigliamo, ma può nascondere il fatto che siamo in posizioni sociali – di lavoro, di ricchezza – diverse. E ancora, «la politica femminista deve riguardare anche gli uomini, tanto quanto il razzismo è un problema anche per chi è bianca con la cittadinanza» perché crea gerarchie in ogni parte della società, ci divide, ci indebolisce. Riconoscere che queste gerarchie esistono è necessario, ma dobbiamo fare attenzione a non trasformare i privilegi in «stereotipi che paralizzano l’azione anziché permettere di combatterli» → L’obiettivo dell’organizzazione femminista è di ‘rappresentare’ tutte le identità o metterle in gioco in un percorso collettivo? Come costruiamo un luogo femminista espansivo in cui le differenze diventano risorse per combattere i rapporti di potere che le trasformano in disuguaglianze?  

Contro i colpi della violenza patriarcale e razzista, contro la difficoltà di arrivare a fine mese, costruire comunità di solidarietà e supporto può essere fondamentale. È così per le donne migranti che vivono nelle occupazioni abitative, «che hanno trovato non solo una casa ma anche una rete di supporto a cui affidare figlie e figli per andare a lavorare, o partecipare a un’assemblea». È così per le comunità queer, che hanno costruito forme di «resistenza e autodifesa contro i colpi della violenza patriarcale». Questa resistenza continua a essere necessaria e inevitabile anche «ora che la guerra schiaccia le lotte sul piano della sopravvivenza e congela ogni processo di trasformazione radicale». Ma «le comunità possono diventare ghetti», e non risolvono il problema di come «vincere e cambiare le condizioni strutturali che ci obbligano a difenderci». → In che modo l’organizzazione femminista riesce ad articolare le lotte particolari, per la sopravvivenza, con l’ambizione generale a rovesciare la società? Possiamo continuare a rivendicare spazi safer, al riparo dalla realtà, dalle sue contraddizioni, e dai nostri disaccordi, senza ridurre il femminismo a un privilegio di poche? 

Un ultimo punto ci pare importante discutere: tutte lavoriamo, dentro e fuori casa, con salari poveri e in condizioni intermittenti, eppure nell’assemblea sull’organizzazione non si è quasi mai parlato di lavoro. Le insegnanti ci hanno ricordato «quanto è difficile fare del femminismo un problema per i sindacati», per una «distanza generazionale» ma anche perché l’organizzazione sindacale e quella femminista non sono la stessa cosa e spesso si scontrano. Ma il lavoro si intreccia con ogni piano dell’iniziativa femminista: è impoverito dalla guerra, impone la dipendenza economica che ci rende più esposte alla violenza maschile, si intreccia al ricatto del permesso di soggiorno, è la condizione precaria delle insegnanti che lottano per una scuola femminista e delle studentesse che passano per l’alternanza scuola-lavoro in vista di un futuro di precarietà. «Non basta includere il salario e il reddito nell’elenco delle nostre rivendicazioni per affrontare il problema dello sfruttamento patriarcale e razzista». → Se la classe non è solo una categoria tra molte altre nel nostro elenco ‘intersezionale’ delle differenze e delle oppressioni, come possiamo rimettere le condizioni materiali di lavoro e il rifiuto dello sfruttamento al centro dell’organizzazione e della lotta femminista?

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