L’8 giugno ci siamo incontrate per continuare il percorso del Festival femminista migrante “Ad Alta Voce”. In questo incontro di voci ce ne sono state tante: insegnanti, operaie, studentesse, femministe italiane e migranti a cui manca un luogo di confronto e iniziativa in cui sia possibile condividere esperienze diverse e scoprire che sono parte di processi che si intrecciano e si alimentano reciprocamente, determinando le condizioni materiali in cui viviamo, lavoriamo, lottiamo.
Dalla discussione sono emerse due cose molto importanti: la prima è che il femminismo non riguarda solo le condizioni in cui vivono e lottano donne e persone Lgbtq+ ma anche il fatto che queste condizioni non possono essere separate dalla guerra e dai suoi effetti materiali e simbolici, dai rapporti di classe, dal razzismo. La seconda è che bisogna ripensare i contenuti e le forme della nostra lotta contro la violenza maschile e patriarcale. Il conto delle vittime dei femminicidi cresce, ma si stanno trasformando la società e i rapporti di forza in cui siamo. Il movimento femminista e transfemminista ha prodotto cambiamenti nelle leggi, nei linguaggi, nell’immaginario. Eppure, in un presente segnato da guerra, autoritarismo e militarismo, discorsi neoliberali e razzisti si sono appropriati delle parole femministe, svuotandole di senso e ridefinendole con significati punitivisti, nazionalisti e omolesbotransfobici (pensiamo ad esempio al consenso trasformato in rispetto nelle linee guida Valditara, o all’introduzione del reato di femminicidio come risposta prevalentemente penale a una violenza che ha radici sociali e strutturali). Ogni singolo atto di violenza patriarcale rischia di rimanere isolato e individualizzato se non viene riconosciuto il suo carattere sociale e strutturale e come si intreccia con le trasformazioni del presente.
L’8 giugno abbiamo individuato i terreni di iniziativa sui quali vogliamo continuare a organizzarci. L’attacco del governo all’educazione sessuo-affettiva, contro cui molte reti importanti si stanno organizzando, è parte di una più ampia ristrutturazione della scuola e questo per noi è un problema femminista. L’impoverimento formativo – che riproduce gerarchie patriarcali, razziste e di classe – è l’altra faccia della precarizzazione delle insegnanti, della frammentazione e persino della concorrenza tra chi è “in ruolo” e chi cerca di esserlo. Parlare di lavoro è imprescindibile, non solo nella scuola. Durante l’assemblea si è aperto un dibattito su come ci sia resistenza da parte dei sindacati a fare proprie le istanze femministe, a riconoscere, nominare e contrastare la violenza maschile quando agisce nei luoghi di lavoro. Fare dello sfruttamento un problema del femminismo ci impegna a trovare il modo di mettere in comunicazione donne che lavorano in condizioni diverse, e riconoscere le forme che assume lo sfruttamento patriarcale oggi. Questo va fatto riconoscendo la centralità della guerra, che oggi stiamo rischiando di normalizzare: consideriamo “un privilegio” il fatto di non essere sotto le bombe ma noi vogliamo continuare a chiederci in che modo la guerra ci riguarda, come la guerra rafforza e legittima la violenza patriarcale e come possiamo costruire le condizioni per rifiutarla. Certamente è anche grazie alla guerra che il razzismo istituzionale sta diventando ancora più violento: capire in che modo dare forza a un femminismo migrante contro il razzismo è un’altra sfida aperta.
L’immagine di uno “spazio vuoto” è tornata più volte durante la discussione dell’8 giugno. Quello spazio è vuoto non perché manchino le mobilitazioni di donne e persone Lgbtq+, ma perché i movimenti che abbiamo visto negli ultimi mesi faticano a trovare continuità rischiando di chiudersi dentro istanze identitarie che riducono lo spazio d’azione collettiva e di massa che oggi è sempre più necessario. L’attacco è su più fronti, per questo è necessario riprendere le parole e le pratiche femministe e metterle al centro, per mettere in relazione esperienze diverse e dare vita a un terreno comune di iniziativa politica collettiva. Ma non basta un incontro a riempire quello spazio. Per questo ci rivediamo il 25 giugno alle 19.00 a Baumhaus (via Jacopo Barozzi 3/p, Bologna) per continuare a costruire le condizioni per riempire questo spazio vuoto e dare vita ad un terreno comune di iniziativa politica femminista.
Coordinamento Migranti Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004.
