Dalle esperienze all’organizzazione: un percorso femminista migrante

Il Festival femminista migrante “Ad Alta Voce” non poteva esaurirsi in sé stesso. Da questa premessa è nato un percorso di assemblee pubbliche che vogliamo consolidare e allargare perché le esperienze diverse che vi prendono parola possano tradursi in iniziativa femminista collettiva. Nella prima assemblea dell’8 giugno avevamo individuato alcuni terreni da praticare insieme: l’attacco all’educazione sessuo-affettiva dentro la più ampia ristrutturazione della scuola pubblica, la resistenza dei sindacati a nominare la violenza maschile nei luoghi di lavoro e la difficoltà dei movimenti femministi di fare del lavoro un proprio terreno di iniziativa, il rapporto tra guerra e violenza patriarcale, la costruzione di un femminismo migrante capace di contrastare il razzismo istituzionale.

Il 25 giugno siamo ripartite da questi nodi riprendendo una domanda che attraversa da tempo il movimento femminista e transfemminista: la lotta contro la violenza maschile è ancora capace di produrre mobilitazione e organizzazione, oppure questa capacità si è progressivamente logorata? Dall’assemblea è emerso che la violenza maschile è ovunque, eppure sempre più difficile da politicizzare, perché, nel contesto di guerra mondiale, è sempre più normalizzata, presentata come legittima e necessaria. Allo stesso tempo, la guerra scarica i suoi costi materiali sulla vita quotidiana, precarizzando il lavoro, comprimendo i salari e sottraendo tempo, energie e spazi all’organizzazione collettiva. Così, mentre la violenza si normalizza, sono attaccate anche le condizioni materiali per contrastarla.

Ci siamo quindi chieste come far sì che il femminismo torni a essere un terreno di organizzazione e non soltanto uno spazio di riconoscimento. Sappiamo che l’esperienza vissuta da ciascuna resta un punto di partenza imprescindibile: è da lì che passa la possibilità di nominare ciò che altrimenti rimarrebbe muto. Ma nominare la violenza non basta, perché anche quando è riconosciuta viene trattata in modo diverso a seconda di chi la agisce. Se è un uomo italiano, viene ricondotta a un fatto privato o familiare, come a Camaiore, dove Piero Moriconi ha ucciso il figlio Mirko perché queer e la madre, Kety Andreoni, che lo sosteneva: la ricostruzione pubblica, come sempre in questi casi, ne ha fatto un caso eccezionale e privato, occultandone il carattere strutturale. Se invece a commetterla è un uomo migrante, tanto più se ha la pelle nera, la stessa violenza viene spiegata come tratto culturale e usata per legittimare il razzismo istituzionale e le politiche di remigrazione. In entrambi i casi il patriarcato scompare: dietro l’eccezione individuale nel primo, dietro la costruzione di un nemico nel secondo.

Le molte testimonianze emerse in assemblea – molestie sul lavoro, per strada, difficoltà e umiliazioni nell’accesso ai servizi sanitari per le donne migranti, la svalutazione delle malattie specificatamente femminili come l’endometriosi, gli effetti già visibili del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, il razzismo riprodotto nei programmi scolastici – ci hanno però costrette a fare un passo ulteriore. Se ci limitiamo solo a elencare episodi di violenza, questa finisce per apparire come una condizione onnipresente e permanente, contribuendo alla sua normalizzazione, anziché come il prodotto di specifici rapporti di potere che possiamo rendere visibili e rovesciare. La questione non è fare una somma delle varie oppressioni, ma capire come rifiutarle insieme mettendo in comunicazione le nostre diverse condizioni. Questa comunicazione va oltre la semplice condivisione delle esperienze soggettive, e richiede di sottrarci alla posizione di vittime nella quale il patriarcato vorrebbe inchiodarci.

La domanda da cui siamo partite su come far tornare la lotta contro la violenza maschile un terreno di organizzazione politica porta a questo lavoro di comunicazione. In questa seconda assemblea non abbiamo trovato una risposta, ma nel percorso che stiamo costruendo sta emergendo con forza che il piano collettivo necessario all’organizzazione non è già dato: va costruito. È un lavoro di tessitura, non di somma, quello che restituisce ogni singola rabbia, ogni singola fatica, come parte di una stessa trama invece che come un elenco di rivendicazioni giustapposte. È in questo lavoro che la rabbia singolare può essere indirizzata, articolata con altre, tradotta in una lotta  collettiva: significa riconoscere che la difficoltà di una donna migrante ad accedere ai servizi e quella di un’insegnante precaria che teme di perdere il lavoro se affronta il tema della violenza in classe non sono la stessa esperienza, ma che entrambe possono essere combattute solo quando smettono di essere vissute come destini individuali e diventano un rifiuto collettivo delle condizioni patriarcali e razziste che le producono. 

È questo che intendiamo quando diciamo che la violenza patriarcale va sottratta all’isolamento individuale in cui la respingono la cronaca nera e le misure penali del governo. Se la violenza maschile continua a essere uno dei terreni su cui convergono militarismo e guerra, sfruttamento e razzismo istituzionale, la sua politicizzazione non può limitarsi alla denuncia di singoli casi, e la nostra iniziativa deve imparare a contrastarla  su questi terreni senza separarli. In questa direzione va anche il percorso aperto dalla manifestazione migrante che ha attraversato Bologna il 20 giugno: nata dalla protesta per l’uccisione di Bakary Sako, Waseem, Amin, Safi e Ullah, si è trasformata in un processo politico di cui siamo parte che proseguirà con un’assemblea il 12 settembre e una nuova manifestazione a ottobre, confermando la necessità di costruire spazi di organizzazione capaci di tenere insieme le lotte contro il patriarcato, il razzismo e lo sfruttamento.

Anche il percorso che abbiamo aperto come Assemblea Donne del Coordinamento Migranti riprenderà a settembre, per continuare ad allargare lo spazio politico necessario a mettere in comunicazione le esperienze e trasformarle in un’iniziativa femminista comune.

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