Verso l’assemblea del 22 luglio, ore 19 in Piazza Lucio Dalla a Bologna

Si moltiplicano in tutta Italia le piazze che chiedono verità e giustizia per Fakir.

La violenza razzista delle istituzioni e dei padroni non è mai un fatto privato. Non è mai un episodio isolato o un fatto di cronaca. C’è un razzismo che, con o senza divisa, ammazza i migranti per le strade e nei luoghi di lavoro con ferocia e frequenza crescenti. E questa è solo una faccia di un razzismo istituzionale che fa meno rumore, ma lavora ogni giorno per rendere impossibile la vita di chi è migrante o semplicemente ha la pelle nera: impoverisce i salari, nega i documenti, allunga all’infinito i tempi per ottenere o rinnovare i permessi di soggiorno, complica i ricongiungimenti familiari e rende più difficile per le donne rifiutare la violenza domestica e maschile perché il loro permesso dipende spesso da quello del marito. Donne e uomini migranti vivono sotto la minaccia costante di essere aggrediti e sfruttati da soggetti violenti che restano impuniti. Vivono nella paura che la scure delle deportazioni, rese sempre più agevoli dal nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo, si abbatta prima o poi su di loro. Una paura che, come ha raccontato la sua avvocata, tormentava anche Fakir, che ancora dopo più di trent’anni passati a vivere e a lavorare in Italia stava incontrando difficoltà e ritardi nel rinnovo del suo permesso di soggiorno.

Sono queste le condizioni che producono assassinii come quello di Fakir. Per questo non conta solo la verità giudiziaria. Giustizia per Fakir significa sicuramente che gli agenti responsabili devono essere processati, che deve cadere lo scudo penale che li lascia impuniti. Ma noi pretendiamo anche quella giustizia che permette a donne e uomini migranti di non vivere nella paura, nella minaccia e nel ricatto quotidiani, di essere sempre esposti alla violenza.

Bologna ha visto una grande piazza: una manifestazione che ha riunito migranti e italiani, studenti, lavoratori e lavoratrici, ragazzi e ragazze di seconda generazione, quotidianamente esposti al razzismo, fermati e controllati dalla polizia, comunità migranti e famiglie, tra cui, in prima linea, quella di Fakir. C’è stato il presidio, il corteo, il riot e lo scontro con la polizia, lo sciopero dei sindacati, il blocco dell’Interporto. Questo è stato ieri: ora occorre lavorare per trasformare questa eterogeneità di soggetti, posizioni, pratiche in una forza sola.

Non più di un mese fa eravamo in piazza per Bakari Sako, il bracciante ucciso per strada a Taranto, e per Waseem, Amin, Ullah e Safi, arsi vivi dentro un furgoncino dai loro padroni. Lottare oggi per Fakir significa attivarci immediatamente oltre i confini delle comunità, significa non aspettare il prossimo migrante lasciato inerme sull’asfalto per mobilitarci, non mobilitarci di volta in volta, di comunità in comunità a seconda della nazionalità di chi muore, significa organizzarsi oltre l’ennesima emergenza. Nella grande assemblea che ha seguito il corteo per Bakari avevamo già deciso di costruire una manifestazione a Bologna all’inizio dell’autunno per alzare ancora la voce contro il razzismo istituzionale, lo sfruttamento e la violenza subita dai migranti. Di organizzarci collettivamente in un’assemblea permanente delle e dei migranti che torni a porsi lo sciopero migrante come orizzonte: perché se i migranti smettono di lavorare, l’Italia si ferma. È questa la forza che vogliamo mettere in campo, ed è di questa forza che oggi vogliamo discutere insieme. 

Per  tutto questo, ci vediamo alle 19.00 in Piazza Lucio Dalla.

 

ph: Margherita Caprilli

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